L’Islanda boccia l’Euro e le politiche di austerità

Alle elezioni politiche islandesi il centro destra euroscettico ha battuto la sinistra favorevole all'ingresso nell'Ue. La piccola isola intende difendere ad ogni costo la sua autonomia e la sua sovranità finanziaria

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Alle elezioni politiche islandesi il centro destra euroscettico ha battuto la sinistra favorevole all'ingresso nell'Ue. La piccola isola intende difendere ad ogni costo la sua autonomia e la sua sovranità finanziaria

Le elezioni islandesi hanno assegnato la vittoria al centro-destra. Il Partito dell’Indipendenza, euroscettico, ha ottenuto 19 seggi su 63 con il 26,7% dei voti, mentre i centristi del Partito del Progresso hanno preso il 24,4% e anch’essi 19 seggi. Insieme formano la maggioranza assoluta, con la sinistra che strappa appena 16 seggi. In particolare, all’Alleanza dei socialdemocratici vanno 9 seggi e il 12,9% dei consensi, mentre l’alleato di Movimento di Sinistra – Verde solo il 10% e 7 seggi. Entrano con il 5,1% e tre seggi i Pirati, formazione presente un pò in tutto il Nord Europa e che negli scorsi mesi ha riportato un discreto successo anche in Germania (oggi pare appannato). Il movimento si distingue per i temi della libertà del web. Alta l’affluenza alle urne, con l’83% degli aventi diritto che si è recato al voto.

 

Crisi Islanda: sonora bocciatura per il partito che vuole l’ingresso nella Ue

Ma è indubbio che il significato della vittoria del partito conservatore a guida Bjarni Benediktsson risiede nella duplice bocciatura delle politiche della premier uscente, la socialdemocratica Johanna Sigurdardottir, a capo dell’esecutivo dal 2009, l’anno di esplosione della crisi in Islanda, con il crollo delle banche e l’impennata del debito pubblico che hanno travolto l’allora governo di centro-destra.

 

Pil Islanda in recupero ma i salari reali sono compressi

Ma i quattro anni di austerità e la volontà della sinistra di chiedere l’ingresso ufficiale dell’isola nella UE hanno indotto gli abitanti a bocciare il governo uscente e la sconfitta sa di paradossale per quanti avevano fatto di Reykjavik un presunto modello di gestione della crisi. Nonostante, infatti, il Paese sia uscito dalla recessione, il pil sia tornato a crescere all’1,6% e la disoccupazione a scendere dal 9% del 2010 fa al 5% di oggi, i dati economici lanciano l’allarme su un paese dove una famiglia su dieci pare abbia problemi a rispettare le scadenze per il pagamento dei mutui e per il loro rimborso, mentre dal 2009 ad oggi i salari reali sono scesi del 20% e un terzo degli abitanti ritiene di non essere in grado di affrontare una spesa imprevista di mille euro. Non solo. La vittoria del centro-destra è uno schiaffo diretto a Bruxelles. La campagna elettorale ha ruotato intorno alla questione dei benefici-costi di un eventuale ingresso nell’Unione, con Benediktsson che ha espresso preoccupazione per il settore cruciale della pesca, che sarebbe certamente ridimensionato con quote imposte dalla UE, a causa degli interessi contrapposti di stati membri come il Regno Unito e la Spagna.

Il probabile nuovo premier, commentando l’esito del voto, ha spiegato come a suo avviso sia stata bocciata la politica dell’aumento delle tasse praticata dai socialdemocratica e ha promesso che nei prossimi mesi e anni sarà assegnata maggiore importanza alla crescita, giudicata insufficiente nell’ultimo quadriennio, partendo dal ridimensionamento del peso dei mutui delle famiglie, riportandoli ai livelli del 2008.

 

Islanda Euro: il tema caldo della campagna elettorale

Un altro tema caldo della campagna elettorale è stato la sovranità monetaria. Gli islandesi, come dimostrano i risultati delle urne, temono di poter fare la fine di Cipro, avendo caratteristiche molto simili, malgrado l’isola sia situata all’estremo opposto dell’Europa, rispetto a quest’ultima. Agli inizi degli anni Duemila, infatti, l’Islanda divenne un centro bancario e finanziario e gli istituti attirarono grossi investimenti, in particolare, dai risparmiatori inglesi e olandesi, prendendo a prestito denaro a bassissimo costo e garantendo rendimenti elevati. Il risultato fu la lievitazione smodata dei bilanci bancari, con attività cresciute fino a 10 volte il pil dell’isola di ghiaccio (intorno a 8 volte a Cipro). Fino al default del 2008, che spense i sogni degli islandesi, trascinando il piccolo paese nel baratro finanziario, costretto a chiedere e ad ottenere aiuti del Fondo Monetario Internazionale tra il 2008 e il 2011 per 1,6 miliardi di euro. Una cifra rilevante, se consideriamo che l’isola conta appena 320 mila abitanti (5 mila euro pro-capite).

Sebbene le piccole dimensioni dell’Islanda non consentano di farne un caso vero e proprio nel panorama europeo, di certo anche i recenti esiti delle elezioni politiche nel Nord e nel Sud Europa, per ragioni diverse ed opposte, dipingerebbero il quadro di numerosi popoli in rivolta contro Bruxelles e le sue politiche. Se nel Sud esiste un forte malcontento legato alle misure di austerità imposte dalla UE, nel Nord si critica il lassismo e la volontà di Bruxelles di accentrare sempre più poteri a discapito dei governi nazionali. In questo senso, Reykjavik sintetizza perfettamente le opposte bocciature.

 

Sulla crisi islandese e più in generale sull’economia della piccola isola si legga anche:

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