L’Irlanda apre un fronte anti-austerity al Nord, il rischio di rottura dell’euro sale

L'Irlanda boccia l'austerità fiscale e apre un nuovo fronte dentro l'Eurozona, i cui effetti potrebbero realmente essere nefasti per la sopravvivenza della moneta unica.

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L'Irlanda boccia l'austerità fiscale e apre un nuovo fronte dentro l'Eurozona, i cui effetti potrebbero realmente essere nefasti per la sopravvivenza della moneta unica.

Altre elezioni e altra bocciatura dell’austerità fiscale. Stavolta, la batosta contro il governo in carica non arriva da Sud, ma dal Nord Europa. Sabato, l’Irlanda ha votato per rinnovare i 158 seggi del Dail Eireann, il Parlamento di Dublino. La sconfitta per la coalizione di governo, composta dai conservatori di Fine Gael e dai laburisti è stata imbarazzante: i 2 partiti sono implosi complessivamente di quasi il 25%.

Quello del premier è sceso di quasi il 10% al 24,5% e la sinistra è crollata al 6% (-14%). Insieme, ottengono meno del 32% dei consensi, molto inferiore alla soglia minima necessaria per ottenere la maggioranza assoluta dei seggi, intorno al 41-42%. E’ boom, invece, per l’altro partito di centro-destra, i liberali del Fianna Gail, che hanno ottenuto sostanzialmente le stesse percentuali del Fine Gael, così come lo Sinn Fein, storicamente vicino ai terroristi dell’IRA, salgono al 16%. Il Fianna Gail si riprende così una rivincita, dopo che aveva governato tra il 1987 e il 2011, guidando il boom economico irlandese, salvo essere travolto alle urne nel 2011, punito dagli elettori per la potente crisi finanziaria esplosa l’anno prima.

La Grande Coalizione celtica si sposta a destra

A questo punto, il premier Enda Kenny non potrà continuare a governare con i laburisti, ma dovrà allearsi con gli avversari liberali, se vorrà avere una qualche minima speranza di restare in sella al governo. Si va, dunque, verso una Grosse Koalition in salsa celtica, ma del tipo destra-destra. Ciò che stupisce della batosta incassata dalla maggioranza uscente è che essa sia arrivata pur in presenza della migliore performance economica di tutta la UE. Il pil del paese è cresciuto del 4,8% nel 2014 e del 7% nel 2015, mentre la disoccupazione è scesa all’8,8%, il tasso più basso degli ultimi 7 anni, anche grazie, però, a una ripresa del fenomeno dell’emigrazione in questi ultimi anni. Di fatto, l’economia è salita al di sopra dei livelli pre-crisi, anche se quella che fino a pochi anni or sono veniva definita la “tigre celtica” possiede anche il quarto debito pubblico più alto d’Europa, presumibilmente al 110% del pil alla fine del 2015.

[tweet_box design=”box_09″ float=”none”] Anche l’Irlanda volta le spalle all’austerità, cresce la frattura nell’Eurozona[/tweet_box]      

Boom Irlanda non basta agli elettori

Grazie a una politica di attrazione dei capitali stranieri con la bassa tassazione, l’Irlanda riesce oggi a rifinanziare il suo debito sui mercati a costi decisamente più bassi della media europea, tanto che i rendimenti decennali dei suoi titoli si attestano allo 0,80%, poco più della metà di quelli italiani, nonostante Dublino abbia dovuto fare richiesta di un pacchetto di aiuti per 67,5 miliardi a inizio 2011 alla Troika (UE, BCE e FMI). Additato dalla Germania come un caso di successo nelle politiche di risanamento dei conti pubblici e delle riforme, il paese volta le spalle al governo, che in teoria l’avrebbe salvato dal crac finanziario. Un cambio di preferenze elettorali, che aumenta il grado di scontro nell’Eurozona, dove salgono a 3 in meno di 5 mesi i governi sconfitti per le loro politiche di austerità. Parliamo del Portogallo, dove il centro-destra dell’ex premier Pedro Passos-Coelho ha vinto le elezioni del 4 ottobre scorso, ma perdendo la maggioranza assoluta dei seggi e ritrovandosi all’opposizione di un esecutivo sostenuto da tutte le forze della sinistra anti-austerity e persino anti-euro; la Spagna di Mariano Rajoy, che a oltre 2 mesi dal voto non ha un nuovo governo, avendo il Partito Popolare ottenuto più seggi dei socialisti, ma restando lontano dalla soglia minima della maggioranza assoluta. A Madrid si oscilla tra uno scenario in stile lusitano, con socialisti ed estrema sinistra di Podemos al governo insieme, e nuove elezioni in primavera.

Si apre un nuovo fronte al nord

Anche Portogallo e Spagna avevano gestito bene le rispettive crisi, ma gli elettori hanno punito i governi in carica, segnalando un forte malcontento per gli alti livelli di disoccupazione, rispettivamente ancora all’11,5% e al 22%, così come un arretramento nelle condizioni di vita per ampie fasce della popolazione. L’Irlanda apre il fronte anti-austerity al nord, dove ci si sarebbe aspettati un clima diverso.

E in ciò non sembra sola, dato che anche la Finlandia ha reagito male alle ultime elezioni politiche contro una recessione, dalla quale è appena uscita dopo 3 anni, ma crescendo di appena lo 0,4% nel 2015 e prevedendosi un ritmo inferiore all’1% anche per quest’anno. E questo, mentre l’Italia “bombarda” la Commissione europea con le ormai quasi quotidiane esternazioni del premier Matteo Renzi contro l’austerità. Nei fatti, il nostro paese potrebbe essere accomunato a quelli più riottosi contro la linea del rigore della Germania.      

Rischio rottura Eurozona, oltre che di UE

Come questo si possa tenere insieme è difficile saperlo, mancando meno di un anno al battesimo del Fiscal Compact, che specie per un paese come l’Italia con bassa crescita e alto debito implicherà maggiori sforzi sul piano del risanamento dei conti. L’Irlanda appena uscita dalle urne, a questi ritmi di crescita, non sarebbe nemmeno più chiamata a fare nuovi sacrifici, almeno non nel breve termine. Eppure, i suoi quasi 4 milioni e mezzo di elettori hanno mandato a quel paese Bruxelles, i commissari e gli alleati teutonici. Ormai, l’Eurozona è un’emergenza continua, tra crisi dei debiti sovrani temute e contrastate a “paccate” di aiuti plurimiliardari (vedi la sempiterna Grecia), rivolte elettorali verso destra e sinistra da sud a nord e scontri sulle fondamenta dell’unione monetaria stessa, come la gestione della politica monetaria e le ipotesi di maggiore integrazione dei sistemi bancari e del governo delle finanze pubbliche. Non sarebbe facile gestire i dossier aperti nemmeno con una comunanza d’intenti tra tutti i governi dell’area, immaginiamoci con queste evidenti fibrillazioni politiche all’interno di ciascun paese. Da sabato, l’Irlanda torna tra i Piigs, non già per un peggioramento dei suoi fondamentali economico-finanziari, ma per la sua ostentata rivolta contro l’austerità imposta dalla UE. Non è una buona notizia né per i rigoristi, né tanto meno per i fautori della flessibilità fiscale, perché il rischio di un indurimento dello scontro interno all’Eurozona è che pezzo per pezzo sia smontata tutta l’impalcatura su cui regge la moneta unica, mentre si sta sfaldando anche quella della UE, a causa anche (ma non solo) dell’emergenza profughi e dalla sua mancata gestione razionale.

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