Lira turca sempre più al collasso, vicina ai minimi storici di dicembre

Lira turca a quota 18 contro il dollaro, ad un soffio dal minimo storico toccato nel dicembre scorso. La crisi valutaria si fa terribile.

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La crisi della lira turca

Se ne parla molto di meno sui giornali per il semplice fatto che ci si è assuefatti alla sua crisi, ma la lira turca non sta affatto rifiorendo dopo essere precipitata ai minimi storici nel dicembre scorso. Allora, il cambio contro il dollaro toccò il record di 18,36. In settimana, il mercato forex sta testando nuovamente la soglia di 18. Quest’anno, perde un altro 23/24% dopo il pesante -44% accusato l’anno scorso. La crisi della lira turca fa il paio con quella delle riserve valutarie. Il dato lordo parla ancora di quasi 60 miliardi di dollari a disposizione della banca centrale, ma al netto delle operazioni swap si scenderebbe praticamente a zero. Senza fronzoli, non esistono quasi più dollari da utilizzare per difendere il cambio. Il quale non a caso collassa.

L’inflazione alle stelle travolge la lira turca

Alla Turchia servirebbe tornare ad attirare capitali, ma la sua banca centrale sta seguendo una direzione del tutto opposta. Malgrado l’inflazione a giugno sia salita allo stratosferico 78,6%, a luglio ha tenuto i tassi d’interesse invariati al 14%. E così, i tassi reali si aggirano intorno al -65%. Sono i più bassi al mondo e, soprattutto, ridicoli. In queste condizioni, prestare denaro non ha alcun senso, né risparmiarlo. A rallentare il tracollo ci ha pensato a fine 2021 il governo, che si è inventato i conti deposito con interessi legati al tasso di deprezzamento della lira turca. Un modo per convincere i risparmiatori a convertire la liquidità in valuta locale per affievolire la speculazione.

Questi espedienti hanno consentito al presidente Recep Tayyip Erdogan di comprare tempo. Peccato che sia stato speso malissimo. Nei primi cinque mesi dell’anno, il deficit delle partite correnti è schizzato a 27,5 miliardi di dollari, complice il boom dei prezzi energetici.

Nell’intero 2021, era stato di 14,9 miliardi. Di questo passo, rischia di salire al 10% del PIL quest’anno. L’intento dichiarato di Erdogan consiste nel lanciare le esportazioni turche grazie al cambio debole. Un esperimento ad oggi totalmente fallito. La bilancia commerciale a maggio segnava un passivo di 10,6 miliardi di dollari contro i -4,16 miliardi di un anno prima.

Nessun rialzo dei tassi prima delle elezioni

L’unica cosa logica da fare, pur molto tardivamente ormai, sarebbe di alzare drasticamente i tassi d’interesse per battere l’inflazione e riequilibrare le partite correnti. In realtà, questa è diventata l’unica opzione esclusa da Erdogan, che prima delle elezioni nel 2023 non vuole sentirne di aumentare il costo del denaro. Eppure, proprio il collasso della lira turca e il boom dell’inflazione gli stanno alienando gran parte dell’elettorato. Il suo partito islamico-conservatore AKP perde consensi e al momento domina nei sondaggi il principale rivale “kemalista” CHP di 3-4 punti percentuali. Aveva un vantaggio di oltre 13 punti a inizio anno.

Contrariamente a quanto si sperasse, neppure il boom del turismo sta frenando il crollo della lira turca durante l’estate. Da meno di 14,75 a fine maggio, il cambio è passato ai 17,85 di metà settimana. Pertanto, sembra che il collasso valutario stia paradossalmente coincidendo con la stagione turistica. Una pessima prospettiva per i turchi, ai quali non rimane alcun altro appiglio su cui confidare, se non un improbabile rinsavimento del loro presidente.

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