Rublo e lira turca travolti sui mercati, ma il petrolio aiuta Putin e colpisce Erdogan

Lira turca e rublo russo le grandi vittime sui mercati emergenti di questi giorni. Ma se gli avvenimenti appaiono con risvolti del tutto negativi per Ankara, per Mosca la situazione è ambigua.

di Giuseppe Timpone, pubblicato il
Lira turca e rublo russo le grandi vittime sui mercati emergenti di questi giorni. Ma se gli avvenimenti appaiono con risvolti del tutto negativi per Ankara, per Mosca la situazione è ambigua.

Sono le grandi vittime di questi giorni di tensioni sui mercati emergenti per via dello scontro tra Russia e Occidente da un lato e il montare delle preoccupazioni per la gestione dell’economia in Turchia. Il rublo ha perso il 10% rispetto al dato di chiusura di venerdì scorso contro il dollaro, mentre la lira turca è precipitata ai nuovi minimi record di 4,1885, segnando un calo massimo del 9,5% quest’anno. Non va meglio sul fronte obbligazionario: i rendimenti decennali sovrani di Mosca si sono impennati dal 7,05% al 7,49% in una settimana, quelli a 2 anni sono passati dal 6,39% al 7,08%. E ad Ankara, i decennali flirtano intorno alla soglia record del 13%, mentre i biennali hanno già superato il 14%, salendo ai massimo degli ultimi 9 anni, segnando +150 punti base in appena un paio di mesi.

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E dire che il crollo del rublo in Russia sarebbe frenato, in teoria, dal contemporaneo aumento del greggio ai massimi da fine 2014, con le quotazioni ad essersi impennate dell’11% in un mese a oltre 72 dollari al barile per il Brent. Mosca è il primo produttore energetico al mondo e il suo cambio risente positivamente delle variazioni dei prezzi del barile sui mercati. Questo da forse meglio l’idea del tonfo che il rublo sta accusando nelle ultime sedute, il quale sarebbe stato pure peggiore senza un rincaro del petrolio, a sua volta legato alle tensioni geopolitiche in Siria, con gli USA ad avere annunciato un attacco militare contro il regime di Assad.

E al Congresso americano è stata presentata una proposta di legge, che se passasse vieterebbe a individui e società USA di acquistare titoli del debito pubblico russo. Si tratta di una misura estrema, che avrebbe contraccolpi sul mercato dei bond di Mosca, anche se bisogna ammettere che già negli ultimi anni il Tesoro russo ha allentato la dipendenza dal resto del mondo anche in tema di rifinanziamento del debito sovrano.

Il paradosso della Russia

Il pil russo equivale al 2% di quello mondiale, per cui è difficile che le sanzioni contro Putin, quand’anche si rivelassero negative per l’economia nazionale, abbiano conseguenze sulla crescita globale. Si consideri, poi, che oltre la metà dell’economia russa è gestita dallo stato, per cui il mercato qui funziona fino a un certo punto. Il Cremlino, ad esempio, vorrebbe persino approfittare delle sanzioni imposte dagli USA contro gli oligarchi ad esso vicini per nazionalizzare un altro pezzo di industria, tra cui il colosso dell’alluminio Rusal, magari cambiandogli il nome per rilanciarlo sui mercati esteri. In ogni caso, tra Russia e Turchia, un pezzo dei paesi emergenti segnala difficoltà sul piano finanziario. Il rischio che queste lambiscano anche i loro tassi di crescita appare elevato.

Nel caso di Ankara, perché il deflusso dei capitali in atto non lascerebbe altra scelta alla banca centrale che di alzare i tassi, benché ne dica il presidente Erdogan, salvo assistere a un’impennata devastante della già alta inflazione. A Mosca, l’allentamento della politica monetaria dovrebbe prendersi una pausa, viste le turbolenze sul mercato dei cambi, anche se a rigore, tra cambio più debole e quotazioni petrolifere più elevate, un barile fa già incassare ai russi non meno del 10% in più della metà del 2014, quando il Brent raggiunse i 115 dollari.

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In effetti, oggi un barile esportato fa introitare alla Russia quasi 4.500 rubli, quando appena un mese fa non si andava oltre i 3.700, segnando un rialzo di ben il 20% in così poco tempo. Ciò impatta positivamente sui conti pubblici, che per quasi la metà sono sostenuti proprio dalle entrate petrolifere. Semmai, se il deprezzamento del rublo sarà stabile, a risentirne negativamente saranno i consumi interni, per via della ripresa dell’inflazione. Viceversa, il caro greggio non farà bene all’economia turca, che importa la stragrande maggioranza del suo fabbisogno energetico, rendendo ancora più costosi i consumi nazionali e avvicinando l’esigenza improcrastinabile di una maxi-stretta sui tassi.

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Argomenti: Crisi russa, Crisi turca, economie emergenti, lira turca, Petrolio, quotazioni petrolio, valute emergenti

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