Il presidente Erdogan costretto a rispondere alle accuse di avere sperperato le riserve valutarie

Pressato dall'opposizione, il presidente turco reagisce ammettendo che la banca centrale turca ha usato 165 miliardi di dollari per difendere la lira

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Lira turca di nuovo nei guai

Non avevate mica pensato che la crisi della lira turca fosse finita! Ieri, il cambio contro il dollaro ha toccato 8,30, perdendo il 10,4% da inizio anno. La valuta emergente continua a inabissarsi dopo che il presidente Erdogan ha sostituito il governatore della banca centrale per la terza volta dal luglio 2019. Il nuovo capo dell’istituto è Sahap Kavcioglu e non convincere i mercati, specie dopo che con il board di aprile ha emesso un comunicato più accomodante sulle prossime mosse in politica monetaria.

La lira turca è in affanno in questi giorni anche per un altro caso, sempre relativo alla banca centrale, ma stavolta non sui tassi. A preoccupare è il livello delle riserve valutarie. Quelle nette al 9 aprile risultavano scese a 9,9 miliardi di dollari, ai minimi dal 2003. Ma il principale partito di opposizione, il CHP, sta incalzando il presidente Erdogan sull’uso incauto e presumibilmente persino illegale di ben 128 miliardi di dollari delle riserve dell’istituto. In altri tempi, il capo dello stato avrebbe semplicemente ignorato tali critiche, ma non adesso.

Rispondendo proprio alle opposizioni, Erdogan non solo ha ammesso il prosciugamento delle riserve valutarie, ma le ha stimate a 165 miliardi di dollari. Egli ha sostenuto che 30 miliardi siano stati spesi dall’istituto per finanziare il deficit corrente, altri 31 miliardi sono stati intaccati dalla fuga dei capitali, 50 miliardi sono stati richiesti dal settore privato per pagare i debiti e 54 miliardi dalle famiglie per investire i risparmi in valute straniere e oro. Ma ha negato l’uso improprio da parte dell’istituto e del governo. Il CHP sostiene che alle istituzioni “amiche”, la banca centrale avrebbe venduto valuta straniera a prezzi favorevoli.

La crisi della lira turca colpisce Erdogan

“Se i turchi vogliono mantenere i loro risparmi in valuta o oro, non possiamo costringerli a fare altrimenti”.

Sembra un raro caso di quasi “mea culpa” di Erdogan, il quale ha sfidato le ire dell’opposizione, annunciando che in futuro le riserve potranno essere nuovamente intaccate per difendere il cambio o potranno anche salire sopra i 100 miliardi. Se la banca centrale non fosse intervenuta, ha spiegato, la Turchia avrebbe vissuto una crisi finanziaria come quella del 1991 o del 2002.

Il livello delle riserve al netto delle operazioni swap con le banche domestiche risulterebbe negativo. Era di 41 miliardi a fine 2019. In sostanza, scomputando i prestiti a breve erogati dal settore creditizio alla banca centrale, le riserve sarebbero sottozero. Ed è comprensibile che la lira turca continui a indebolirsi, anche perché questo assottigliamento dipende proprio da una gestione monetaria demenziale. La lotta agli alti tassi di Erdogan accresce l’inflazione e mette in fuga i capitali, accentuando la carenza di valuta straniera disponibile e il suo acquisto da parte dei turchi. Questi cercano da anni disperatamente di mettere in salvo i loro risparmi, impiegandoli in dollari, euro e oro.

A febbraio, il genero del presidente, l’ex ministro dell’Economia, Berat Albayrak, rispose alle critiche minacciando querele per diffamazione. Il solo fatto che il capo dello stato abbia cambiato toni e si sia “abbassato” a fornire spiegazioni sarebbe un segno di debolezza. Le prossime elezioni politiche e presidenziali sono lontane, fissate per il 2023, ma l’impopolarità dell’Akp è già nell’aria. Il partito islamico-conservatore al governo dal 2003 perde terreno proprio sulla crisi della lira turca, che a sua volta tiene alta l’inflazione. A marzo, è salita sopra il 16%. Il nuovo governatore prospetta già un taglio dei tassi dal 19% attuale, incoraggiando sia la fuga dei capitali che le aspettative d’inflazione stesse. Ma se c’è una certezza in Turchia è che con Erdogan i tassi reali dovranno essere i più bassi possibili e scendere sotto il 10% quanto prima.

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