Lira turca, perché la vittoria risicata di Erdogan non dovrebbe galvanizzare i mercati

Lira turca in rally dopo la vittoria di Erdogan al referendum di domenica, ma i mercati potrebbero aver dato una lettura sbagliata dell'evento.

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Lira turca in rally dopo la vittoria di Erdogan al referendum di domenica, ma i mercati potrebbero aver dato una lettura sbagliata dell'evento.

Recep Tayyip Erdogan ce l’ha fatta. Il presidente è riuscito a farsi approvare con un referendum popolare le modifiche a 18 articoli della Costituzione del 1980, con le quali ha così trasformato la Turchia in una repubblica presidenziale. Che la vittoria sarebbe stata risicata, lo sostenevano tutti i sondaggi e, infatti, è arrivata con appena il 51,3% dei consensi, mentre il “no” ha prevalso nelle grandi città, come Istanbul, Ankara e Smirne. Un brutto segnale per il capo dello stato, che dopo il fallito golpe del luglio scorso ha nei fatti imposto una dura censura ai media e scatenato una repressione cruenta contro le opposizioni, con decine di migliaia di arresti e purghe di massa nel settore pubblico. Sta di fatto, che la lira turca guadagna l’1,3% rispetto ai livelli di chiusura di sabato scorso, il giorno precedente al voto, anche se ieri era arrivata a rafforzarsi contro il dollaro fino al 2,5%. Al momento, il cambio con il biglietto verde è di 3,6840. Bene anche i bond sovrani, con i rendimenti a 2 anni stabili all’11,12% e quelli decennali in calo di quasi una trentina di punti base al 10,58%. Nel frattempo, la Borsa di Istanbul ha messo a segno un guadagno dello 0,7%.

Per i mercati, il risultato sarebbe stato il migliore possibile. Sembra in parte un controsenso, dato che il presidente Erdogan innervosisce negli ultimi tempi gli investitori, come testimoniano i deflussi dei capitali dalla Turchia. Spaventa il suo nuovo corso autocratico, che minaccia le istituzioni democratiche e non consente alla banca centrale di praticare una politica monetaria appropriata. (Leggi anche: Lira turca al test del referendum)

Perché la lira turca guadagna dopo il voto

La sua vittoria verrebbe percepita quale alternativa migliore all’instabilità politica, che sarebbe arrivata con la sconfitta. In un paese alle prese con il terrorismo indipendentista curdo interno, con la gestione di 3 milioni di profughi siriani ammassati alle sue frontiere, con la lotta al terrorismo islamista (a tratti, molto ambigua) e profondamente diviso sul piano politico-istituzionale, l’ultima cosa che sarebbe servita ad Ankara sarebbe stata una fase di incertezza.

D’altra parte, il fatto che Erdogan abbia prevalso per così poco fa sperare i mercati in una sorta di gestione oculata dello strapotere, di cui d’ora in avanti l’uomo gode, avendo eliminato la carica di premier e diventando così automaticamente anche capo del governo. Ma siamo sicuri che questa lettura sia corretta? (Leggi anche: Referendum Turchia, Erdogan il Sultano: quali sono i suoi poteri e perché fa paura all’Occidente)

La lettura dei mercati potrebbe essere sbagliata

Una vittoria misurata degli islamico-conservatori del presidente al referendum di domenica dovrebbe certamente mettere in allarme la maggioranza, che governa ininterrottamente il paese dal 2002 e con ottimi risultati sul piano economico e finanziario. Che quasi la metà dei turchi, con un’affluenza dell’86%, abbia scelto di bocciare le riforme istituzionali di Erdogan, nonostante una propaganda massiccia in favore, sarebbe il segno che la popolazione inizierebbe a non gradire un esercizio così smisurato del potere. Sarà questa interpretazione che i mercati starebbero comprando da domenica sera.

Tuttavia, una percepita debolezza alle urne di Erdogan non depone in favore di una maggiore indipendenza della banca centrale in fatto di tassi. La lira turca ha perso quasi un quarto del suo valore nell’ultimo anno, ma il governatore Murat Cetinkaya, in carica da 11 mesi, non ha mostrato alcuna volontà/possibilità di mettere in atto le misure che servirebbero in questi casi, come una stretta monetaria a sostegno del cambio e di contrasto all’inflazione, esplosa sopra l’11%, ovvero a più del doppio del target del 5%. Per non parlare del forte deficit corrente, destinato a rimanere in prossimità del 5% del pil. (Leggi anche: Il crollo della lira turca fa esplodere i prezzi in Turchia)

Molto difficilmente, Erdogan avallerà una stretta sui tassi, dato che cercherà di rilanciare il più possibile la sua immagine scalfita con una politica economica pro-crescita, caratterizzata non solo da un accomodamento monetario, ma probabilmente anche da un allentamento dei conti pubblici. Il mix tra queste tendenze dovrebbe indebolire e non rafforzare la lira turca, mentre l’inflazione sarebbe destinata a restare alta e le partite correnti in profondo rosso. Anche per questo, forse, rispetto al +2,5% messo a segno dal cambio in risposta all’esito del referendum, i guadagni si sono già dimezzati. Rispetto a domenica, abbiamo solo un Erdogan più forte istituzionalmente, non un presidente più accorto nell’uso dei suoi poteri. Le sue prime dichiarazioni post-voto di sfida contro gli oppositori lo dimostrano.

 

 

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