Lira turca debolissima, l’inflazione continua a volare e oggi la banca centrale decide sui tassi

Il governatore Kavcioglu dovrà decidere se tagliare o tenere invariati i tassi d'interesse, mentre in aprile l'inflazione è salita ancora

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Lira turca a -13% in un mese e mezzo

Da quando il presidente Erdogan ha licenziato Naci Agbal e nominato il nuovo governatore della banca centrale, la lira turca perde più del 13%. Oggi, il cambio contro il dollaro si attesta sopra 8,32. Il minimo storico venne toccato nel novembre scorso a 8,52. Sahap Kavcioglu, quarto governatore dal luglio 2019 e insediatosi alla guida dell’istituto il 19 marzo scorso, dovrà decidere in queste ore sui tassi d’interesse. Per lui, questo è il secondo board. La decisione teoricamente sarebbe semplice. Ad aprile, l’inflazione è volata al 17,14% dal 16,2% di marzo. Con i tassi al 19%, difficile immaginare un taglio.

Lo stesso Kavcioglu si è impegnato a tenere i tassi sopra l’inflazione. D’altra parte, è pur vero che è stato nominato da Erdogan proprio per tagliarli. Non può farlo verosimilmente neppure oggi, altrimenti rischierebbe di indisporre ulteriormente i mercati, colpendo ancora di più la lira turca. Per questo, gli analisti si aspettano che il board di oggi tenga i tassi invariati, ma al tempo stesso segnali di ritenere che l’inflazione abbia toccato l’apice.

Con il comunicato di aprile, la banca centrale aveva già svoltato verso toni più da “colomba”, eliminando la parte che contemplava un possibile ulteriore rialzo dei tassi, ove necessario. L’inflazione a doppia cifra è una pena auto-inflitta dai policy makers. Poiché i mercati non si fidano più della capacità/volontà della banca centrale di perseguire la stabilità dei prezzi, i capitali fuggono dal paese. Ciò porta a un indebolimento incessante della lira turca, che a sua volta rinfocola l’inflazione.

La caduta inarrestabile della lira turca

E anziché diventare più competitiva, la Turchia mantiene una bilancia commerciale cronicamente in forte deficit. Ad esso si aggiunge il disavanzo anche delle partite correnti.

Vale a dire che il saldo tra capitali in ingresso e quelli in uscita non è sufficiente a finanziare le importazioni di beni e servizi. In pratica, la valuta straniera scarseggia e per questo la lira turca non fa che arretrare. Ha perso circa l’80% negli ultimi 10 anni. Poche settimane fa, Deutsche Bank ipotizzava un cambio contro il dollaro a 10:1 per fine anno. E l’istituto tedesco ci teneva a precisare che quello sarebbe un semplice riferimento, non un livello di cambio minimo per la Turchia. Il collasso potrà essere ben maggiore, teoricamente senza “floor”.

I problemi per la Turchia potrebbero essere all’inizio. Il trend globale va nella direzione di un surriscaldamento dei tassi d’inflazione ovunque. Difficile che Ankara riesca a domare la crescita interna dei prezzi con una politica monetaria affatto credibile. L’economia emergente è pressoché del tutto dipendente dalle importazioni di energia. E tutte le materie prime stanno rincarando. Il rame è arrivato a 10.000 dollari per tonnellata, esplodendo di quasi il 30% quest’anno. E la corsa non sarebbe per niente finita.

Oltretutto, la geopolitica contribuisce ad alimentare altra tensione sulla lira turca. Il rapporto tra Erdogan e l’Unione Europea si mostra conflittuale. Al di là del “sedia-gate”, Ankara si sta allontanando da Bruxelles un po’ su tutti i dossier. E il riconoscimento da parte degli USA del genocidio armeno di un secolo fa attizza lo scontro. Esso stesso segnala l’insofferenza della Casa Bianca per un alleato sempre meno fedele e stimato. In questo quadro, le riserve valutarie sono scese a livelli allarmanti. La banca centrale difficilmente potrà farvi leva per cercare di difendere temporaneamente il cambio. Dunque, la caduta della lira turca per il momento appare inarrestabile.

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