Lira turca in calo sull’impennata dell’inflazione, Erdogan dovrà accettare tassi ancora più alti

La Turchia dovrebbe avere bisogno di alzare ancora una volta i tassi, dopo che l'inflazione è esplosa quasi al 25% a settembre, molto peggio delle previsioni.

di Giuseppe Timpone, pubblicato il
La Turchia dovrebbe avere bisogno di alzare ancora una volta i tassi, dopo che l'inflazione è esplosa quasi al 25% a settembre, molto peggio delle previsioni.

Perde fino all’1% contro il dollaro la lira turca stamane, dopo che l’istituto di statistica Turkstat ha pubblicato il dato sull’inflazione in Turchia a settembre, esploso al 24,52% dal 17,9% del mese precedente. Su base mensile, la crescita dei prezzi è stata del 6,3%, nettamente superiore al 3,6% stimato dagli analisti, trainata da arredamento e articoli per la casa a +11,41% e dai trasporti a +9,15%. Agghiacciante il dato sui prezzi alla produzione, saliti su base mensile del 10,88%, pari a un aumento annuo del 46,15%, oltre 20 punti percentuali in più rispetto all’inflazione. Due le cose: o le imprese hanno dovuto attutire parte dei maggiori costi, sacrificando gli utili, oppure devono ancora trasferire ai consumatori l’intero aggravio. Ipotizzando una condizione a metà tra le due ipotesi, otteniamo che la crescita tendenziale dei prezzi non sarebbe nemmeno arrivata all’apice, nonostante la banca centrale abbia alzato i tassi al 24% a settembre dal 17,75% precedentemente fissato.

La crisi della lira turca arriva in banca: vendite di oro per affrontare l’emergenza 

Rispetto alle previsioni, il collasso della lira sta avendo ripercussioni ben più marcate sui consumatori, se è vero che per settembre ci si attendesse un dato in area 21%. Ciò significa che il livello dei tassi, che pure in valore assoluto appare alto, sia negativo in termini reali, ragione per cui i mercati si aspetterebbero ora che il governatore Murat Cetinkaya vari una ulteriore stretta a sostegno del cambio, che attualmente si attesta a 6,03, deprezzandosi dello 0,78% rispetto alla chiusura di ieri e segnando oltre -38% quest’anno.

Serviranno tassi più alti

Il rischio per Ankara consiste nel ritorno della speculazione contro la lira turca. Se gli investitori si convincono che i tassi siano ancora bassi, il “sell-off” potrebbe essere riesumato, anche se nell’ultimo mese il cambio si è rafforzato del 10% sulle attese positive per le mosse della banca centrale. A sostenere la valuta emergente è anche l’allentamento della tensione tra Turchia e USA sul caso di Andrew Brunson, il pastore evangelico detenuto dalle autorità di Ankara con l’accusa di terrorismo. L’uomo dovrà presentarsi in tribunale il prossimo 12 ottobre per rispondere alle accuse e l’amministrazione Trump ne chiede l’immediato rilascio, sentendosi ad oggi rispondere picche dal governo anatolico, il quale a sua volta chiede l’estradizione dalla Pennsylvania del predicatore islamico anti-Erdogan, il magnate Fethullah Gulen. Le diplomazie dei due stati sono da settimane al lavoro per trovare una soluzione e i toni tra le parti si sono abbassati, dopo che Washington ha minacciato sanzioni economiche estese contro la Turchia.

Perché la lira turca potrebbe crollare presto peggio di agosto

Il problema resta l’adeguatezza della politica monetaria turca. Solo un apprezzamento del cambio riuscirebbe probabilmente a invertire la tendenza dell’inflazione, ma allo scopo servirà che il grado di fiducia sui mercati non diminuisca. I rendimenti a 10 anni sui bond sono crollati di 220 punti base nell’ultimo mese, quelli di 330 punti al 21,76%, mentre la Borsa di Istanbul ha guadagnato più del 4%, riducendo le perdite da inizio anno a poco più del 15%. Poco per capire se la crisi abbia raggiunto l’apice, essendo in vista un forte rallentamento dell’economia nazionale. Molto dipenderà dalla capacità della banca centrale di superare i veti del presidente Erdogan sui tassi, da tempo autoproclamatosi “nemico degli interessi” e in lotta contro il governatore per evitare una stretta dagli effetti recessivi per l’economia. E dopo il maxi-rialzo del mese scorso, difficile per l’istituto segnalare nuove strette, pur necessarie per evitare che l’inflazione ristagni ai massimi dal 2003.

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