Lira turca in caduta libera ed Erdogan choc: sui tassi dopo le elezioni decido io

Lira turca nei pressi nei minimi storici contro il dollaro e il presidente Erdogan mette le mani avanti per dopo le elezioni, avvertendo che sarà lui a decidere la politica monetaria.

di Giuseppe Timpone, pubblicato il
Lira turca nei pressi nei minimi storici contro il dollaro e il presidente Erdogan mette le mani avanti per dopo le elezioni, avvertendo che sarà lui a decidere la politica monetaria.

Lira turca sempre più in affanno, restando nei pressi dei minimi storici toccati in questi giorni a un tasso di cambio di poco meno di 3,40 contro il dollaro. Al momento, scambia a 4,3828, indebolendosi dello 0,0156%. Non c’è pace per la valuta emergente, travolta dalle vendite nelle ultime sedute, a seguito sia di dati macro peggiori delle attese, sia dei commenti piuttosto negativi del presidente Recep Tayyip Erdogan. L’inflazione in aprile in Turchia è salita al 10,85%, accelerando dal 10,23% di marzo, mentre a marzo le partite correnti hanno mostrato un disavanzo di 4,8 miliardi di dollari, superiore alle attese e portando il passivo del primo trimestre a 16,4 miliardi e a quota 55,4 miliardi negli ultimi 12 mesi. Nel primo trimestre dello scorso anno, il disavanzo era stato di 8,4 miliardi, per cui la tendenza in corso appare doppiamente negativa. Si stima che esso si attesti già intorno al 6% del pil.

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Ad aggravare le preoccupazioni ci ha pensato niente di meno che il capo dello stato, impegnato in una tre giorni nel Regno Unito per una visita ufficiale, che lo vedrà incontrare anche la Regina Elisabetta II. Erdogan ha attaccato le agenzie di rating, colpevoli a suo dire di declassare il debito sovrano turco e di migliorare quello della Grecia “in fallimento”. Successivamente, ha definito i tassi di interesse “madre e padre di tutti i mali”, rinnovando il suo invito alla banca centrale a tagliarli, non ad alzarli, nonostante l’inflazione a due cifre e la lira turca in caduta libera.

Erdogan ha spiegato che dopo il 24 giugno, data delle elezioni presidenziali e politiche anticipate, il corso dei tassi sarà invertito, ovvero ha lasciato presagire che la banca centrale sarà costretta a tagliare i tassi di riferimento. Completandosi la riforma costituzionale in senso presidenziale, ha aggiunto, il governatore dovrà valutare le sue azioni di politica monetaria secondo quanto stabilirà il presidente. Quest’ultimo, ha chiarito, dovrà mostrarsi in grado di contare sulla politica monetaria. Dunque, nell’idea di Erdogan, l’istituto sarebbe un mero esecutore dei desiderata della presidenza, cosa che sta preoccupando i mercati finanziari, che da tempo hanno colto la scarsa autonomia di cui gode la figura del governatore.

L’autonomia sempre più scarsa della banca centrale

La banca centrale ha alzato di recente i tassi di 75 punti base al 13,5%, ma per analisti e investitori servirebbe adesso almeno un altro incremento di 200 punti base per fermare la caduta della lira, che quest’anno ha già perso il 12% contro il dollaro, complice anche il rialzo dei tassi USA, che rende meno appetibili i mercati emergenti. E starebbe facendo male alla valuta anatolica anche la prospettiva di nuove sanzioni USA contro l’Iran, paese da cui Ankara importa petrolio. La Turchia è dipendente dalle importazioni di greggio e la risalita delle sue quotazioni internazionali sta contribuendo a deteriorare il già pessimo saldo commerciale. La tendenza non potrà che aggravarsi con eventuali accelerazioni ulteriori dei prezzi, che innalzerebbero i costi delle materie prime.

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La Turchia rischia adesso di vivere la stessa sindrome dell’Argentina. Il peso continua a crollare sui mercati, nonostante la banca centrale di Buenos Aires abbia alzato i tassi 3 volte in una decina di giorni, portandoli dal 27,25% al 40%. La crisi della lira alimenta l’inflazione, che a sua volta colpisce il cambio. Le tensioni geopolitiche nell’area e quelle interne alla stessa Turchia, nonché la preoccupazione per la scarsa autonomia della banca centrale rispetto alla sfera politica stanno tenendo i capitali lontani da Ankara, amplificando il deficit corrente. Un guaio per famiglie e imprese turche, indebitate in molti casi proprio in valuta straniera e che adesso stanno pagando il conto del crollo della lira.

I rendimenti decennali turchi sono saliti al 13,49% dal 12,24% di fine aprile, quelli biennali al 15,55% dal 13,84% nello stesso frangente. La curva dei rendimenti si mostra, quindi, sempre più invertita, segno che il mercato stia scontando un’inflazione a breve più alta, più che il riflesso di timori per la sostenibilità del debito sovrano locale, relativamente contenuto rispetto al pil. Il timore è che una lira ancora sopravvalutata possa colpire le riserve in valuta estera della banca centrale, pari a 83 miliardi di dollari al 31 marzo scorso. Il peggio avverrebbe con un eventuale taglio dei tassi in piena crisi del cambio e con un’inflazione in ascesa sopra le due cifre. La credibilità dell’istituto verrebbe azzerata e la fuga dei capitali sarebbe così potente da alimentare uno scenario all’argentina. Ed Erdogan ha sinora dimostrato di non pervenire a più miti consigli nemmeno dopo il voto.

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Argomenti: Crisi turca, Economie Asia, economie emergenti, lira turca, valute emergenti

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