Lira turca giù con le mani di Erdogan sui tassi, vediamo perché

Perché la lira turca s'indebolisce con le mani lunghe del presidente Erdogan sui tassi d'interesse e per l'economia non è una buona notizia? Risposta agli interrogativi posti da un lettore.

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Perché la lira turca s'indebolisce con le mani lunghe del presidente Erdogan sui tassi d'interesse e per l'economia non è una buona notizia? Risposta agli interrogativi posti da un lettore.

In risposta al nostro articolo di ieri sulla situazione in Turchia, un lettore ci ha scritto quanto segue: “Per prima cosa un aumento della Lira (che mi auguro e eventualmente si verificherà) abbasserebbe sì l’inflazione ma favorirebbe il disavanzo commerciale e i mercati potrebbero concentrarsi sul secondo effetto. In secondo luogo non vedo un problema con le partite correnti -2% visto anche il ridotto livello di debito su PIL.

L’Italia e’ al -2.1%, Spagna e Francia -2.5%, US -3.8%! Non nego che in Turchia ci siano problemi, tassi e inflazione devono scendere e il disavanzo commerciale rientrare. Forse ci vuole anche un cambio di regime ma ci sono segnali che questo potrebbe avvenire a breve, alla fine la Turchia rimane un paese democratico, come dimostrano le recenti elezioni locali. L’America ha un accanimento, per me eccessivo, contro la Turchia per ragioni politiche. Certo Erdogan fa di tutto per agitare le acque ma gli attacchi Anglo Americano sono eccessivi.”

Il lettore nota, non erratamente, che se la banca centrale turca continua a tenere alti i tassi, il cambio si rafforzerà e questo finirebbe per colpire le già basse esportazioni, ampliando il disavanzo commerciale. La realtà è un po’ più complessa, altrimenti l’aumento dei tassi finirebbe sempre per indebolire il cambio, a causa della minore competitività delle imprese domestiche. Premettiamo che i tassi non debbano essere né alti e né bassi, ma semplicemente adeguati a mantenere la stabilità dei prezzi. Detto ciò, se alzo i tassi, i capitali affluiscono per via dei maggiori rendimenti offerti dal mercato locale e ciò finisce per rafforzare il cambio. Al contempo, però, la stretta monetaria aumenta i risparmi interni e riduce i consumi delle famiglie, ossia anche le importazioni, per cui il saldo della bilancia commerciale con il tempo tende a migliorare, non a peggiorare.

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La Turchia ha un enorme problema di competitività da un lato e di attrazione dei capitali dall’altro.

Ha saldi commerciali e correnti notevolmente squilibrati, nonostante la lira turca abbia perso in 10 anni quasi i tre quarti del suo valore contro il dollaro. Perché? Tassi artificiosamente bassi stimolano i consumi, per cui i turchi acquistano più beni e servizi dall’estero, cioè importano di più. E le esportazioni? Il solo tasso di cambio non determina quanto vendi all’estero, specialmente se produci beni esposti alla concorrenza internazionale, venduti anche su altri mercati. Nel 2018, le esportazioni turche risultavano in crescita del 94% rispetto al 2009, le importazioni dell’87%, ma con le seconde a continuare a sovrastare le prime di circa 46 miliardi di dollari, pari al 7,1% del pil.

Turchia, debito e risparmio

E la Turchia è vero che ha un rapporto debito/pil molto basso (28% nel 2018), ma dipende essenzialmente dall’estero per il suo rifinanziamento, proprio a causa della bassa capacità interna di risparmio, dettata da una politica economica volta a stimolare i consumi. E con un cambio ballerino ed esposto alle vicissitudini di una banca centrale da tempo non più autonoma dal potere politico, in pochi stanno avendo voglia di portare i loro capitali in Turchia. Da qui, il cronico passivo corrente. Il lettore sul punto mostra confusione tra saldo corrente saldo fiscale (deficit). L’Italia ha un attivo corrente, ma un deficit fiscale, per cui sostanzialmente attira capitali dall’estero, oltre che ad esportare più di quanto importa.

L’America è un’economia con un saldo corrente negativo (lo stesso dicasi per la Francia), ma il confronto con la Turchia non regge per il semplice fatto che ha come moneta il dollaro, valuta di riserva globale. In altre parole, il governo turco ha bisogno dei capitali esteri per emettere debito, così come le stesse imprese turche s’indebitano in euro, dollari, etc., non trovando sufficienti capitali domestici disponibili e per loro un cambio debole implica aumento dei costi. I tassi bassi voluti dal presidente Erdogan hanno aggravato il quadro, “gonfiando” il pil a colpi di consumi e investimenti, ma deprimendo i risparmi, che sono sempre forza motrice di una crescita sostenibile nel medio-lungo periodo.

E l’aspetto curioso sta nel fatto che se se Erdogan si fosse mostrato rispettoso della banca centrale, almeno grossa parte dei capitali non sarebbe defluita all’estero, il cambio sarebbe rimasto (più) stabile e l’inflazione contenuta, rendendo necessari tassi (reali) più bassi di quelli che l’ex governatore fu costretto a fissare nel settembre scorso.

Non entriamo volutamente nelle disquisizioni geopolitiche sulle relazioni tra Turchia e USA, ma sfatiamo il mito di Erdogan sui tassi. Egli sostiene, infatti, che essi provochino inflazione quando vengono alzati, in quanto strozzano gli investimenti e abbassano così l’offerta, facendo salire i prezzi di beni e servizi. Per quanto spiegato sopra, non è vero. Tassi in salita deprimono i consumi e aumentano i risparmi e i prezzi ne risentono negativamente. E maggiori risparmi implicano aumentata disponibilità di capitali a cui le imprese potranno attingere per investire, accrescendo così nel tempo la propria offerta.

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