Lira turca ed Erdogan non rassicurano ed è corsa al bene rifugio

Il miracolo economico di Erdogan adesso non convince più e i turchi corrono a comprare oro. Importazioni record nel 2017.

di Giuseppe Timpone, pubblicato il
Il miracolo economico di Erdogan adesso non convince più e i turchi corrono a comprare oro. Importazioni record nel 2017.

La lira turca rimane debole, cedendo quest’anno quasi il 6% contro il dollaro, scambiando a 3,8694. E l’inflazione corre proprio per effetto del deprezzamento e dell’aumento dei costi energetici, arrivando il mese scorso all’11,9% su base annua, il dato maggiore da 9 anni esatti. E come in un classico, con l’accelerazione dei prezzi, i turchi si starebbero buttando a capofitto nell’oro, bene rifugio per eccellenza. A luglio, ne hanno importato per 62,8 tonnellate, il record mensile dall’inizio delle rilevazioni da parte di Borsa Istanbul Precious Metal Markets nel 1995. Rispetto allo stesso mese del 2016, quando erano state importate appena 4,4 tonnellate, l’aumento registrato è stato del 1.328%. E così, nei primi 7 mesi dell’anno, le importazioni di oro sono salite al record di 237,6 tonnellate, che ai prezzi attuali fanno oltre 10,6 miliardi di dollari. Naturale che ne stiano risentendo negativamente le partite correnti, già cronicamente negative. Il saldo è stato negativo per più di 4,5 miliardi a settembre, quasi triplicato su base annua, arrivando per i primi 9 mesi a 31,1 miliardi, in rialzo tendenziale del 27%. (Leggi anche: Lira turca ai minimi storici su presunti traffici di Erdogan)

La banca centrale turca stima un deficit corrente di 39 miliardi per l’intero 2017, in aumento dai 38 precedentemente attesi. In compenso, la crescita economica dovrebbe accelerare al 5,5% quest’anno, anche se per il 2018 rallenterà a un più moderato ritmo del 4,2%. L’istituto ha aumentato le sue riserve di oro di 8 miliardi nei primi 9 mesi dell’anno, portandole a quota 22 miliardi, corrispondenti a oltre 456 tonnellate, di cui una trentina accumulate solamente nel terzo trimestre.

Il fattore Erdogan

Le importazioni di oro dei turchi nei precedenti 12 mesi sono state le più alte di sempre e segnalerebbero una crescente sfiducia verso la politica del presidente Erdogan, tra escalation di tensioni geopolitiche con la Siria e l’America (a fasi alterne) da un lato e dall’altro contro le opposizioni, specie quelle dei curdi, nonché tentativo di consolidamento di un potere semi-dittatoriale e la riduzione ai minimi termini dell’autonomia della banca centrale, il cui governatore Murat Cetinkaya appare sempre più spesso un fedele esecutore degli ordini del “sultano”, non potendo così contrastare adeguatamente l’inflazione a due cifre, la lira debole e il passivo corrente. Per farlo, dovrebbe alzare i tassi, rendendo più restrittive le condizioni monetarie, ma probabilmente colpendo la crescita del pil nel breve termine, cosa che Erdogan non sembra disposto ad accettare per pure ragioni di consenso interno.

L’accumulo di oro da parte dell’istituto potrebbe anche essere interpretato come espressione della volontà di segnalare ai mercati la solidità di base della valuta emergente, garantendola con il metallo. Lo stesso Erdogan si espresse in tal senso, lo scorso anno, sostenendo che l’oro sarebbe migliore delle riserve in dollari, a tale fine. E, però, questa fame di assets con i quali cercare di tutelare il potere di acquisto della moneta non depone in favore della lettura ottimistica del presidente sulle condizioni economiche della Turchia, dove la crescita viene perseguita al costo di destabilizzare i prezzi interni. E dire che ancora il petrolio lo si acquista a 60 dollari al barile o poco più. Cosa accadrà, quando e se dovesse schizzare a quotazioni ben più alte? (Leggi anche: Lira turca, calvario infinito per valuta emergente)

 

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Argomenti: Crisi turca, economie emergenti, lira turca, Oro

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