Lira turca ancora giù ai nuovi minimi storici, ormai è guerra tra Erdogan e mercati

Continua il crollo della lira turca sui mercati dopo il tragico venerdì nero. Attesa per le misure del governo sull'economia, mentre dalla banca centrale è ancora inerzia sconcertante.

di Giuseppe Timpone, pubblicato il
Continua il crollo della lira turca sui mercati dopo il tragico venerdì nero. Attesa per le misure del governo sull'economia, mentre dalla banca centrale è ancora inerzia sconcertante.

Non si arresta il crollo della lira turca, che nella sessione asiatica è arrivata a perdere oltre l’11% ieri sera, scambiando a un tasso fino a 7,24 contro il dollaro. Le perdite successivamente si sono ridotte sull’annuncio della banca centrale di Ankara dell’adozione dei “passi necessari” per fermare il declino, tra cui l’introduzione di limitazioni alle operazioni “swap” delle banche al 50% del loro capitale e l’erogazione di tutta la liquidità alle banche di cui hanno bisogno. L’istituto ha tagliato di 250 punti base il coefficiente di riserva obbligatorio per i depositi in lire e di 400 bp per quelli in valute estere “no core”. Si stima che queste misure possano iniettare fino a 10 miliardi di lire nel sistema finanziario turco, un possibile antidoto contro una eventuale crisi di liquidità, ma i cui effetti sull’inflazione già alta rischiano di rivelarsi nefasti. Al momento, il cambio contro il dollaro viaggia a 6,6871, segnalando un calo del 4,4%. Venerdì, la lira turca è arrivata a perdere fino al 20%, chiudendo la seduta a oltre il -16%, accelerando i ribassi nel pomeriggio, quando l’amministrazione Trump ha annunciato il raddoppio dei dazi su acciaio e alluminio esportati dalla Turchia negli USA, a seguito delle tensioni tra i due paesi sulla detenzione del pastore evangelico Andrew Brunson, accusato dalle autorità di Ankara di attività terroristiche.

Lira turca in ginocchio: panico sui mercati, contagiato l’euro

Il presidente Recep Tayyip Erdogan ha invitato la popolazione a convertire i dollari e l’oro in valuta locale e ha dichiarato che sarebbe dovere degli industriali sostenere l’economia nazionale, parlando di attacchi deliberati contro la lira che non corrisponderebbero ai fondamentali. E minaccioso, ha avvertito di avere pronti “un piano B e uno C”, se ve ne sarà bisogno. Il genero Berat Albayrak, ministro dell’Economia, ha annunciato alla stampa locale che da oggi attuerà un piano economico per cercare di fermare la crisi del cambio, senza aggiungere particolari.

Quali sarebbero le misure in mente del governo non è dato sapere. L’origine del tonfo della lira è da ricondursi all’incapacità della banca centrale di contrastare adeguatamente l’alta inflazione, che a giugno è esplosa al 15,4% su base annua. Inoltre, la Turchia soffre di una bilancia commerciale in profondo rosso perenne e di un saldo negativo delle partite correnti, quest’ultimo atteso per quest’anno in area 6% del pil. Ciò implica che le riserve valutarie vengono progressivamente intaccate per l’elevata domanda di valuta estera per le importazioni e per i deflussi dei capitali in atto da qualche atto.

Verso un maxi-rialzo dei tassi?

A questo punto, la banca centrale dovrà reagire se non vorrà aggravare la sfiducia dei mercati. Incredibile come non abbia approfittato nemmeno della pausa nel fine settimana per adottare le misure necessarie, come il rialzo dei tassi. Se fino allo scorso board di fine luglio ci si attendeva un ritocco all’insù di 100 punti base, adesso analisti e trader ritengono che la stretta minima indispensabile per riportare un po’ di fiducia sulla lira si aggiri sui 500 bp. In sostanza, i tassi dovranno salire dall’attuale 17,75% attorno al 23%. Si consideri che anche scontando simili passi, i rendimenti sovrani turchi sono esplosi al 20,67% per la scadenza a 10 anni e al 25,12% per quella a 2 anni, in rialzo rispettivamente di oltre 920 e di quasi 1.220 bp da inizio anno. E la Borsa di Istanbul perde in mattinata il 2,3%, segnando il 17,7% da inizio 2018.

Il crollo della lira rischia di avere pesanti ripercussioni sul sistema bancario anatolico. Si stima che a un tasso di cambio di 7,10 contro il dollaro, gli istituti in Turchia vedrebbero prosciugare i loro cuscinetti di capitale. Al netto delle attività, le imprese turche sono indebitate in valuta estera per 220 miliardi di dollari, ragione per cui ad essere allarmate sono anche le banche straniere, specie europee. Le spagnole risultano in credito nel paese di oltre 83 miliardi, le francesi di oltre 34 e le italiane per 17 miliardi. Le cifre non sono tali da far temere seri problemi, ma nemmeno da sottovalutare, specie se dovessero provocare un effetto-domino sul fronte della fiducia verso l’insieme delle economie emergenti.

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Il rischio di contagio per le altre valute emergenti

A tale riguardo, non rassicura affatto quanto sta accadendo ad alcune valute specifiche. Il rand sudafricano è arrivato a perdere nel corso della seduta notturna in Asia oltre l’8%, fino a un cambio di 15,33 contro il dollaro, anche se nella prima mattinata odierna limitava le perdite al 2,55% e scambiava a 14,60. Molto male anche il peso argentino, che continua a segnare nuovi minimi storici, perdendo il 5,5% in una settimana e il 35% quest’anno, nonostante Buenos Aires abbia chiesto e ottenuto un pacchetto di aiuti dal Fondo Monetario Internazionale per 50 miliardi di dollari, l’importo più elevato di sempre mai erogato dall’istituto. E non va bene nemmeno al rublo, che complici le tensioni tra Russia e USA, in questo caldo mese di agosto viaggia a quasi il -10%.

Quali saranno le misure che il governo di Ankara annuncerà quest’oggi per far tornare i mercati a respirare? Non pare che vi siano intenzioni serie di affrontare i veri nodi dell’economia, ovvero di combattere l’inflazione con una politica monetaria e fiscale meno espansiva. Per questo, non possiamo escludere che vengano temporaneamente introdotte forme di controllo sui capitali, anche imponendo a famiglie e imprese di liquidare posizioni in valuta estera oltre una certa soglia. L’altra unica alternativa consisterebbe nel chiedere assistenza all’FMI, cosa che tendiamo ad escludere per il semplice motivo che sotto il monitoraggio di Washington, Erdogan sarebbe costretto a fare esattamente quanto da anni si rifiuta anche solo di tenere in considerazione, per non parlare del colpo di grazia che subirebbe la sua immagine, dopo anni di retorica nazionalista e anti-occidentale.

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Argomenti: Crisi turca, Economie Asia, economie emergenti, lira turca, valute emergenti

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