Lira turca ai nuovi minimi storici, il mercato non compra l’alta crescita di Erdogan

Lira turca ai nuovi minimi storici, nonostante il boom economico in corso ad Ankara. A preoccupare è proprio una crescita drogata e il presidente Erdogan.

di Giuseppe Timpone, pubblicato il
Lira turca ai nuovi minimi storici, nonostante il boom economico in corso ad Ankara. A preoccupare è proprio una crescita drogata e il presidente Erdogan.

Lira turca ai nuovi minimi storici contro euro, dollaro e sterlina inglese. Il cambio si è indebolito ieri fino a 4,074 contro il biglietto verde e superando quota 5 per la prima volta contro la moneta unica. A scatenare le vendite è stato l’annuncio da parte del ministero dell’Economia di un pacchetto di incentivi alle imprese per 137,4 miliardi di lire, pari a circa 27,5 miliardi di euro. Quando manca un anno alle elezioni, che sanciranno il definitivo passaggio verso una repubblica presidenziale, il presidente Recep Tayyip Erdogan si mostra intenzionato a stimolare ancora di più un’economia, che nel 2017 si è espansa del 7,4%, il secondo ritmo più alto tra i paesi OCSE dopo il +7,8% dell’Irlanda. Il deprezzamento della lira è stato così quest’anno del 6,4% contro il dollaro, del 28% dalla fine del 2015.

Qualcuno potrà eccepire come sia possibile che la lira turca crolli, mentre la sua economia sembra volare. L’apparente paradosso lo spiega un altro dato: deficit delle partite correnti al 5,6% nel 2017 e atteso in crescita a oltre il 6% del pil quest’anno. Esso capta il saldo dei movimento finanziari (afflussi o deflussi dei capitali) e quello commerciale. E a febbraio, le importazioni hanno surclassato le esportazioni di 5,8 miliardi di dollari, anche se a marzo per la prima volta le esportazioni hanno superato i 15 miliardi di dollari in valore.

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Tassi bassi in Turchia surriscaldano l’economia

Il problema è che la crescita economica in Turchia viene “drogata” da una politica monetaria disfunzionale. Il presidente Erdogan sostiene una teoria sui tassi contraria a quella imperante nel pensiero economico, ovvero ritiene che alzando il costo del denaro, l’inflazione salirebbe e non scenderebbe. Perché? A suo dire, perché le imprese ridurrebbero gli investimenti, quindi, l’offerta di beni e servizi diminuirebbe e ciò farebbe aumentare i prezzi. Fatto sta, che queste vedute non ortodosse sono finite per alimentare un’inflazione ormai stabilmente a due cifre e che si attesta al 10,2%, pur in calo da quasi il 13% di fine 2017.

L’unico modo per contrastare, in effetti, un’alta inflazione sarebbe di alzare i tassi. Ma Erdogan, desideroso anche di superare ogni scadenza elettorale senza il fastidio di una crescita in rallentamento, ha nei fatti legato le mani alla banca centrale, il cui governatore Murat Cetinkaya non ha alcuna possibilità reale di implementare una politica monetaria idonea a contrastare la fuga dei capitali e i disavanzi commerciali, nonché il caro-prezzi. Più volte in passato, il presidente ha minacciato persino il commissariamento dell’istituto, se si azzardasse ad alzare i tassi, fermi all’8%, pur con il limite superiore del corridoio al 12,75%.

Più l’economia cresce, maggiori tenderanno ad essere le importazioni di beni e servizi dall’estero, specie per un paese dipendente sul piano energetico e in una congiuntura di quotazioni del petrolio al rialzo rispetto ai valori degli anni passati, nonché con cronici bassi tassi di risparmio interni. A ciò si aggiungono riserve valutarie in calo al 9% del pil dal 12,5% di un anno fa, mentre il debito in valuta estera si aggira al 53% del pil, ovvero a oltre 453 miliardi di dollari. In sostanza, la banca centrale è impossibilitata ad attirare capitali e le sue riserve si stanno assottigliando velocemente, nonostante da qui ai prossimi 12 mesi la Turchia dovrà rinnovare debiti per circa un quarto del pil. Tutto questo, in un contesto di rialzo internazionale dei tassi, quando Ankara si ostina a tenerli invariati, nonostante i deflussi.

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Problemi anche sociali e geopolitici

Di ragioni, quindi, per stare in allerta sull’economia anatolica se ne hanno, senza nemmeno contare che i problemi geopolitici e sociali non mancano affatto, tra una guerra in Siria lacerante per le ripercussioni con i partner dell’area, uno scontro caldissimo con la minoranza curda tornato di attualità e un livello di disoccupazione stagnante quasi all’11%, segno che gli elevati ritmi di crescita del pil non starebbero coincidendo con la creazione di posti di lavoro sufficienti, anche se nell’ultimo anno, va detto, l’occupazione è cresciuta del 2% al 48% (media OCSE: 66%), pari a circa 1,5 milioni di lavoratori assunti in più. Nonostante ciò, la quota di pil che è andata ai salari si è contratta tra il 2016 e il 2017 dal 36,5% al 34,5%, conseguenza proprio di un’inflazione che sta redistribuendo ricchezza ai danni dei redditi fissi.

A marzo, l’agenzia di rating Moody’s ha tagliato il giudizio sovrano sui bond turchi da “Ba1” a “Ba2”, ovvero ulteriormente in area “junk” o spazzatura. I rendimenti a 10 anni risultano saliti al 13,15% e quelli a 2 anni al 14%, in aumento rispettivamente di 170 e oltre 100 punti base dall’inizio dell’anno. Positivo l’andamento della Borsa di Istanbul, invece, che dall’1 gennaio ad oggi ha guadagnato oltre il 9%. Ma c’è poco da compiacersi, perché la crescita apparentemente rassicurante del mercato azionario turco rifletterebbe proprio l’inflazione a due cifre, che spinge parecchi risparmiatori domestici a puntare sulla borsa per mettere in salvo il proprio potere di acquisto.

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Argomenti: Crisi turca, Economie Asia, economie emergenti, lira turca, valute emergenti