Lira turca a -25% quest’anno, il disastro di Erdogan è geopolitico ed economico

Economia turca al collasso tra emergenza Covid, tensioni geopolitiche e crisi finanziaria. Il "sultano" Erdogan non ha imparato la lezione del 2018.

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Economia turca al collasso tra emergenza Covid, tensioni geopolitiche e crisi finanziaria. Il

Oggi è uscito l’atteso dato sull’inflazione in Turchia, dove la crescita tendenziale dei prezzi a settembre è rimasta sostanzialmente stabile all’11,75%. Ci si aspettava una lieve accelerazione, per cui il mercato l’ha presa bene, tant’è che la lira turca in mattinata guadagnava intorno allo 0,20% contro il dollaro, attestandosi a un cambio di 7,75. Quest’anno, perde quasi il 25%. Il 29 settembre toccava il nuovo minimo storico, chiudendo la seduta a 7,8139 sulle tensioni tra Armenia e Azerbaijan.

Lira turca al collasso, tassi overnight al 1.000%. Iniziata la nuova crisi finanziaria?

In effetti, esse hanno svilito il tentativo della banca centrale di porre un argine alla crisi valutaria e finanziaria di Ankara. Due giovedì fa, il governatore Murat Uysal alzava i tassi di 2 punti percentuali, portandoli al 10,25%. La lira segnalava un minimo recupero, così anche i bond. Ma ci ha pensato come sempre il presidente Recep Tayyip Erdogan a spazzare via tutto, appoggiando Baku contro l’altra ex repubblica sovietica negli scontri militari scoppiati tra i due su talune rivendicazioni territoriali.

Tutto questo, mentre già il governo turco ha portato alle stelle la tensione con la Grecia sulle acque al largo di Cipro. E con l’Europa e gli USA i rapporti sono gelidi. Ankara è semplicemente mal sopportata dalle cancellerie del Vecchio Continente e dalla Casa Bianca, a causa delle sue mire espansionistiche nel Medio Oriente a maggioranza mussulmana. La geopolitica è al contempo il piatto forte e il punto debole di Erdogan, che dopo avere avuto il merito indubbio di avere sostenuto e accelerato lo sviluppo economico turco, adesso sta frenandolo.

Verso una nuova crisi finanziaria

Nel 2018, la lira turca collassò a tal punto da rendere necessaria una maxi-stretta monetaria.

I tassi vennero alzati al 24%, l’inflazione si placò e il cambio si stabilizzò. Ma per il presidente era inaccettabile sacrificare qualche punto di crescita per fermare la crisi finanziaria. Nell’estate scorsa, licenziava il governatore Murat Cetynkaya, pure considerato un “suo” uomo, premiando il vice e segnalando che i tassi sarebbero dovuti scendere. E’ stato accontentato ed effettivamente il costo del denaro nei mesi scorsi veniva tagliato a un minimo dell’8,25%, salvo alimentare la crisi della lira e l’impennata dell’inflazione in piena disinflazione mondiale.

Poco importa se il prezzo del petrolio quest’anno sia sceso di circa il 50%, perché metà di questo sollievo è stato divorato dalla debolezza della lira. Le importazioni petrolifere incidono per circa il 2,5% del pil turco e le partite correnti continuano a viaggiare in profondo rosso, pur risalendo dai minimi toccati in aprile. Pensate che nei primi sette mesi del 2020 il rosso ha ammontato già a 21,6 miliardi di dollari, il 2,9% del pil di tutto il 2019. E’ il segno della non competitività dell’economia domestica, incapace di esportare e di attirare capitali a sufficienza.

Secondo il Big Mac Index, che cerca di captare i tassi di cambio di equilibrio, la lira turca sarebbe tra le valute mondiali più sottovalutate. Contro il dollaro, dovrebbe scambiare a 2,45, il 68% più forte di quanto sia oggi.

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Turchia dollarizzata

Evidentemente, questa estrema debolezza risente della scarsa credibilità di cui godono le istituzioni locali, banca centrale compresa. La Turchia ha una storia poco gloriosa sull’inflazione. Negli ultimi 50 anni, per ben tre periodi ha superato la soglia del 100% e nel 2002, prima che Erdogan arrivasse al governo, superava il 70%. Resta il fatto che la lira ha perso circa l’80% in poco più di 10 anni e che il debito sovrano, per quanto basso rispetto al pil, sia considerato a forte rischio, in quanto denominato in buona parte in dollari ed euro, a fronte di riserve valutarie vistosamente insufficienti.

I turchi stessi non si fidano del loro governo, se è vero che praticamente convertono in dollari la pressoché totalità dei loro risparmi, consapevoli che tenerli in valuta locale implichi per loro la certezza di perdere potere di acquisto in breve tempo.

La “dollarizzazione” dell’economia turca non appare sostenibile con una politica monetaria disfunzionale, che non fa che alimentare squilibri commerciali e finanziari, ripercuotendosi molto negativamente sui tassi di cambio. Quella classe media, che in pochi anni Erdogan è riuscito a raddoppiare in percentuale e che ha conosciuto da poco uno stile di vita all’occidentale, viene adesso sacrificata in nome del consenso spicciolo. Quanto potrà durare questa liaison tra il capo e il popolo, se le condizioni di vita del secondo continueranno a peggiorare per colpa del primo?

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