L’IPO di Aramco è stata un flop di successo: i numeri choc

Quotazione in borsa al via da oggi per il colosso petrolifero dell'Arabia Saudita. L'IPO è andata molto diversamente da quanto auspicato dal regno, ma i numeri parlano chiaro: è record!

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Quotazione in borsa al via da oggi per il colosso petrolifero dell'Arabia Saudita. L'IPO è andata molto diversamente da quanto auspicato dal regno, ma i numeri parlano chiaro: è record!

E il gran giorno per Aramco è arrivato. La compagnia petrolifera statale dell’Arabia Saudita fa oggi il suo ingresso in borsa, per l’esattezza al Tadawul di Riad. La sua capitalizzazione in fase di IPO è stata di 1.700 miliardi di dollari, meno dei 2.000 miliardi pretesi dal regno, ma superiore a ogni altra al mondo, se si pensa che a seguire troviamo Apple con “soli” 1.200 miliardi.

Innegabile è, però, che l’operazione sia andata assai diversamente da come era stata immaginata e auspicata dal suo ideatore, il principe Mohammed bin Salman, che svelò l’intenzione clamorosa di privatizzare parzialmente il gigante del petrolio nella primavera del 2016, quando presentò all’opinione pubblica mondiale la sua “Vision 2030”, un piano di centinaia di riforme per sganciare l’economia saudita dall’eccessiva dipendenza verso il petrolio entro il prossimo decennio.

L’IPO di Aramco è stata venduta come architrave di quella riconversione economica in corso. Fino a poche settimane fa, essa sarebbe dovuta avvenire tramite almeno una quotazione secondaria presso una delle grandi piazze finanziarie del pianeta, con Londra e New York a farsi concorrenza per aggiudicarsi l’ambito riconoscimento. Ma prima ancora che iniziasse il “roadshow”, Riad ha comunicato che non se ne sarebbe fatto nulla, anzi che la presentazione stessa dell’IPO all’estero sarebbe stata annullata. Motivo? Le valutazioni degli advisor europei e americani si mostrano nettamente inferiori ai 2.000 miliardi ipotizzati dal regno.

E così, non solo la quotazione di Aramco è avvenuta presso la sola Borsa di Riad, ma anche la platea degli acquirenti è risultata quasi esclusivamente domestica. Circa il 77% degli investitori istituzionali, a cui è stato riservato l’1% del capitale, è saudita. Il canale retail, a cui spettava un altro 0,5%, è composto da circa 5 milioni di residenti. Dunque, ben l’85% di chi ha comprato le azioni in fase di IPO è un’entità o un cittadino del regno. Non proprio un messaggio di internazionalizzazione o di apertura alla finanza straniera. E che dire del fatto che buona parte degli ordini soddisfatti per gli istituzionali siano arrivati da soggetti legati comunque al governo, come il fondo pensione sovrano?

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L’impatto dell’Iran e sull’OPEC

Da considerarsi, poi, che a fronte del 5% del capitale che avrebbe dovuto essere venduto ai privati, solamente l’1,5% è stato effettivamente collocato, meno di un terzo delle intenzioni iniziali.

Resta il fatto che l’IPO sia ugualmente un record, superando i 25 miliardi di dollari raccolti nel 2014 da Alibaba, il gigante cinese delle vendite online. Le azioni sono state vendute a 32 rial ciascuna, qualcosa come 8,53 dollari. In totale, il regno ha così incassato 25,6 miliardi, ma con la “greenshoe” potrebbe arrivare entro 30 giorni a 29,4 miliardi. Trattasi dell’opzione con cui Riad si riserva di emettere ulteriori azioni per il 15% di quelle già vendute. E in apertura di seduta oggi, le azioni Aramco hanno registrato un balzo del 10%, quotando a 35,20 rial, per cui la capitalizzazione risulta salita a circa 1.870 miliardi di dollari.

Se l’IPO non è andata come da aspettative, in buona parte lo si deve all’Iran. A metà settembre, un drone presumibilmente inviato dalla repubblica islamica, ha colpito il principale sito estrattivo di Aramco, intaccando una produzione giornaliera per circa 5,6 milioni di barili, oltre la metà del totale. L’evento, per quanto dall’impatto temporaneo, ha suscitato tra gli investitori internazionali il timore che un confronto militare tra le due potenze nel Golfo Persico possa danneggiare la società a livelli che nessuno probabilmente aveva immaginato sino ad allora. E poiché le tensioni geopolitiche nell’area sono all’ordine del giorno, la valutazione del mercato si è allontanata da quei 2.000 miliardi a cui puntava il principe ereditario e che avrebbe, nel migliore dei casi, permesso alle casse statali di ricevere 100 miliardi, circa un quinto delle riserve valutarie attualmente disponibili.

L'”affare del secolo” probabilmente non sarà ricordato come tale, realizzatosi quasi in sordina. Ad ogni modo, la quotazione in borsa di Aramco segna uno spartiacque per l’Arabia Saudita, la quale da oggi dovrà tenere presenti gli umori del mercato quando siederà al tavolo delle trattative con i partner dell’OPEC per fissare i livelli di produzione.

Se gran parte degli istituzionali risulta controllabile, non lo stesso può dirsi dei privati, che pur detenendo solamente lo 0,5% del capitale, avranno d’ora in avanti il potere di incidere sulle quotazioni giornaliere, segnalando lo scontento o il gradimento verso la governance della società e, per esteso, del regno stesso.

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