L’IPO di Aramco segnerà la fine dell’OPEC, ecco perché

L'era dell'OPEC sta per finire con la quotazione in borsa di Aramco, la compagnia petrolifera dell'Arabia Saudita.

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L'era dell'OPEC sta per finire con la quotazione in borsa di Aramco, la compagnia petrolifera dell'Arabia Saudita.

Entro la fine dell’anno prossimo – ma sono circolate nelle ultime settimane voci di un rinvio al 2019 – l’Arabia Saudita lancerà l’IPO di Aramco, la compagnia petrolifera statale. Il 5% del capitale verrà quotato presso la borsa di Riad, ma una quotazione secondaria dovrebbe quasi certamente esservi tra New York e Londra e non si esclude che ve ne sia una terza, magari a Singapore o Hong Kong.

Servono mercati molto liquidi, perché dall’operazione il regno si aspetta di incassare sui 100 miliardi di dollari, valorizzando l’intera compagnia sui 2.000 miliardi. Sarebbe l’IPO più grande di sempre e batterebbe persino i 25 miliardi raccolti nel 2014 da Alibaba, il gigante dell’e-commerce cinese.

Con riserve petrolifere intorno a 264 miliardi di barili e un’offerta attuale intorno a 10 milioni al giorno (ma con una capacità massima dichiarata fino a 12 milioni al giorno), il valore stimato di Aramco sarebbe pari a 7,5 dollari a barile, una cifra notevolmente più bassa dei 17,50 dollari scontati dal mercato per l’americana Exxon Mobil, che capitalizza a Wall Street quasi 350 miliardi, a fronte di riserve petrolifere per appena 20 miliardi di barili. (Leggi anche: Petrolio vale davvero $2.000 miliardi per i sauditi?)

Accordo OPEC utile ad Aramco

Per ravvivare le stime della compagnia, la monarchia assoluta ha compiuto due operazioni: ha tagliato a marzo la tassazione sui profitti dal precedente 85% al 50% e sin dal novembre scorso ha assecondato il taglio dell’offerta OPEC di 1,2 milioni di barili al giorno, stringendo un’intesa con una dozzina di economie esterne all’organizzazione, tra cui la Russia, ottenendo una riduzione dell’offerta per altri 600.000 barili quotidiani rispetto ai livelli di ottobre di un anno fa. (Leggi anche: Piano saudita da 2.000 miliardi: tagliate tasse al 50% su Aramco)

E pensare che tra il 2014 e il 2016 era stata proprio l’Arabia Saudita a impedire qualsivoglia intesa in seno al cartello, sostenendo la necessità di perseguire l’equilibrio sul mercato mondiale del greggio, attraverso movimenti dei prezzi. Il cambio di rotta è avvenuto certamente su pressione dei partner, specie quelli più disperati per le basse quotazioni, come Venezuela e Nigeria, ma anche e, soprattutto, per la necessità che Riad ha di massimizzare la valutazione di Aramco prima dell’IPO.

E una cosa sarebbe che essa vendesse petrolio a 40 dollari, un’altra che lo facesse nei pressi dei 60 dollari.

Grazie all’IPO annunciata di Aramco, quindi, l’OPEC ha ritrovato l’unità interna, dopo un biennio passato a confrontarsi tra due visioni e opposte esigenze, spesso legate anche a posizioni geopolitiche e a strategie di lungo termine perseguite dai sauditi, come il mantenimento delle quote di mercato, incompatibili con il bisogno immediato di dollari di alcuni partner. Tuttavia, non appena la compagnia petrolifera del regno sarà quotata in borsa, seppure inizialmente per una minima percentuale, sarà sancito il divorzio nei fatti tra Arabia Saudita e OPEC. Il leader del cartello dirà addio alla dozzina di economie alleate e inizierà un percorso autonomo. Perché?

Con l’IPO, Aramco risponderà al mercato

L’IPO segna lo sbarco sul mercato dei capitali privati di Aramco, che da quel momento dovrà rispondere non più al governo saudita secondo logiche politiche, bensì agli azionisti, interessati solamente, com’è giusto che sia, a massimizzare i profitti. Vero è che anche dopo la quotazione, Riad resterà di gran lunga il socio di controllo con il 95% di capitale, ma se mostrasse di perseguire obiettivi diversi da quelli puramente aziendali, i capitali privati scapperebbero in un attimo. Non sarebbe più possibile reperirne di nuovi per cedere altre probabili quote negli anni successivi e la reputazione del regno verrebbe fortemente compromessa, con un danno d’immagine e finanziario concreto per la borsa di Riad e, più in generale, per l’economia saudita. Chi investirebbe più in un paese, che verrebbe accusato dalla comunità finanziaria di avere “fregato” i soldi dei privati?

Né i sauditi avrebbero alcuna intenzione di rivelarsi sleali, sarebbe per loro una mossa fatale per la loro ambizione di diversificare l’economia, sganciandosi dalla dipendenza dal petrolio. E allora, cosa significherebbe per l’OPEC che Aramco verrà dal prossimo futuro gestita secondo criteri prettamente aziendali e privatistici? Che non potrebbero andare più a bussare a Riad per chiedere un taglio dell’offerta nei casi di lamentata sovrapproduzione globale.

Certo, potrebbe accadere che la compagnia decidesse ugualmente di assecondare tali richieste, ma solo se compatibili con gli interessi propri specifici e non secondo ragionamenti di geopolitica, che a quel punto sarebbero tenuti fuori dalla porta dal board.

Se questo è vero, sarebbe come ammettere che l’OPEC non avrebbe più ragione di esistere. Il cartello non è certo un club di società private, che di tanto in tanto si riuniscono per concordare strategie di marketing. Esso nacque nel 1960 per delineare politiche comuni tra le economie esportatrici di petrolio, i cui pozzi sono interamente nelle mani dei governi e vengono sfruttati, quindi, secondo logiche non solo di business privato, bensì pure e spesso specialmente di tipo geopolitico. Aramco romperà questo schema, porrà fine a un ente, che già oggi segnala di non controllare più il mercato petrolifero globale. Con l’IPO inizierà una nuova era, in cui i sauditi intendono valorizzare il loro ruolo di prima potenza esportatrice, competendo con Russia e USA per la conquista dei nuovi mercati asiatici, liberatisi dal peso di alleati ormai ingombranti. (Leggi anche: Il petrolio diventerà oro per Riad, ecco i numeri impressionanti)

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