L’inflazione nell’Eurozona può tornare negativa, Draghi si rassegni

Inflazione stabile e bassissima nell'Eurozona, ma ecco perché la BCE potrebbe fallire nel tentativo di rianimare i prezzi.

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Inflazione stabile e bassissima nell'Eurozona, ma ecco perché la BCE potrebbe fallire nel tentativo di rianimare i prezzi.

L’inflazione a dicembre nell’Eurozona è stata dello 0,2%, al di sotto delle attese dello 0,3%, stabile rispetto al mese precedente. In Italia, la crescita dei prezzi è scivolata allo 0,1%, quando ci si aspettava un rialzo a +0,4%. Anche in Germania si è registrato un dato inferiore alle attese, pari al +0,3% su base annua. Nell’unione monetaria, l’inflazione “core”, calcolata al netto delle componenti più variabili, come gli alimentari freschi e i beni energetici, è risultata stabile allo 0,9%. I costi dell’energia sono scesi rispetto all’anno precedente del 5,9% nel mese scorso. La BCE di Mario Draghi sarà rimasta piuttosto contrariata dai dati dell’Eurostat. E’ da 3 anni che l’istituto non riesce a centrare più il target d’inflazione, che sarebbe “vicino, ma inferiore al 2%”. L’ultima volta che l’area registrava un simile livello era il febbraio del 2013. Certo, le iniezioni di liquidità di Francoforte, attraverso il “quantitative easing”, hanno frenato la caduta dei prezzi, che un anno fa aveva toccato l’apice con un inflazione negativa per lo 0,6% su base annua.

Ma la risalita è difficile, complicata sia da un’economia interna poco vivace, per quanto in ripresa, oltre che da un prezzo del petrolio ai minimi degli ultimi 11 anni.

Quotazioni petrolio resteranno basse a lungo?

Le quotazioni del Brent si aggirano intorno ai 37 dollari al barile, circa 16 in meno rispetto a un anno fa (-22%), mentre il cambio euro-dollaro perde nello stesso periodo il 9,3%, attestandosi oggi a 1,0755, in calo dello 0,70% rispetto al livello di chiusura di ieri. Proprio queste due cifre ci segnalano quanto inefficaci risulteranno gli sforzi di Draghi, nonostante si sia impegnato a dicembre ad ampliare il QE, prorogandone la durata di almeno 6 mesi e reinvestendo alla scadenza i titoli acquistati. Il petrolio costa oggi il 14% in meno di un anno fa, tenuto conto del deprezzamento dell’euro contro il dollaro. Affinché l’inflazione possa verosimilmente accelerare, quindi, sarebbe necessario che tra un rialzo delle quotazioni e un calo ulteriore del cambio, il greggio rincari di almeno il 15%, cosa che difficilmente accadrà, come confermano le gravi tensioni di questi giorni tra Arabia Saudita e Iran, che potrebbero essere seguite persino da un confronto militare tra i 2 paesi e non solo.

       

Le tensioni tra Arabia Saudita e Iran

Di solito, quando accade qualche evento negativo nel Medio Oriente, il prezzo del greggio s’infiamma. Stavolta è diverso, anzi il contrario. Per prima cosa, perché queste tensioni si stanno verificando in un clima depresso, tra quotazioni poco più alte di un terzo rispetto ad appena un anno e mezzo fa e un’economia globale poco dinamica. Secondariamente, non si avverte una reale e immediata minaccia ai pozzi, come quando si da vita a un intervento militare contro un paese produttore, mentre l’effetto dello scontro tra Riad e Teheran potrebbe essere quello di esacerbare l’eccesso di offerta del greggio, quale strategia dei sauditi per colpire le finanze pubbliche e l’economia del nemico iraniano. Il regno potrebbe meditare un aumento ulteriore della sua produzione, già ai massimi dal 1983, in modo da allontanare la risalita delle quotazioni proprio nel momento, in cui l’Iran sta tornando sui mercati con la revoca delle sanzioni internazionali contro le sue esportazioni. Certo, l’atto avrebbe conseguenze negative anche per le casse di Riad, ma questa dispone di riserve per 640 miliardi di dollari, in grado di coprire i “buchi” di bilancio fino alla fine del 2019 ai prezzi attuali, senza intervenire sulla spesa pubblica, imporre nuove tasse ed emettere nuovo debito. E, invece, alcuni provvedimenti anti-deficit sono stati annunciati nei giorni scorsi per quest’anno. Avrebbe, poi, un’altra arma per reggere a lungo il confronto con Teheran: la svalutazione del rial, agganciato al dollaro dal “peg” trentennale, che impedisce da mesi un aumento delle entrate in valuta locale. Se il cambio fosse lasciato al libero mercato, il rial si svaluterebbe e i minori dollari incassati dalle esportazioni di greggio varrebbero di più, anche se ciò alimenterebbe l’inflazione.        

Niente target inflazione, possibile breve fase deflattiva

Diciamo questo per fare capire come l’inflazione nell’Eurozona avrebbe poche speranze di riportarsi al target o anche solo di accelerare, quando lo scenario che abbiamo davanti è quello di una possibile sosta dei prezzi energetici ai livelli attuali.

Almeno che non si confidi nell’indebolimento dell’euro, che dovrebbe, però, essere abbastanza marcato per sperare nella sua efficacia. Il calo del cambio euro-dollaro di oggi riflette le aspettative del mercato per possibili nuovi interventi della BCE, al fine di ravvivare i prezzi. Non si vede cos’altro potrebbe fare Draghi. Sappiamo già, ad esempio, che anche volendo gli acquisti mensili dei titoli di stato non potrebbero essere aumentati, in quanto l’offerta risulterebbe carente. I tassi potrebbero ancora essere limati, sconfinando in territorio negativo, ma non pare esserci alcun consenso sulla misura, mentre il caso svedese dimostrerebbe l’inefficacia di una simile mossa. Sarebbe il caso che la BCE si rassegnasse all’idea che i prezzi non cresceranno ancora per un po’. Il mantra del target d’inflazione prossima al 2% non ha motivo di esistere. Con un’economia stagnante e una disoccupazione ancora a 2 cifre è poco coerente sperare che i prezzi aumentino, cosa che accrescerebbe la sofferenza delle famiglie e non sarebbe di certo aiuto ai consumi.  

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