L’inflazione mette gli italiani in fuga dalle banche? Il segnale dal dato di maggio

L'inflazione a maggio è salita ai massimi dal 1986 e forse inizia a intravedersi la reazione delle famiglie italiane al carovita

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Italiani in fuga dalle banche per l'inflazione?

Nel mese di maggio, il tasso d’inflazione in Italia è salito al 6,8%, il dato più alto dal 1986. Nello stesso mese, i depositi della clientela presso le banche italiane risultano diminuiti di 2,2 miliardi a 1.861,7 miliardi di euro. Non si tratta di una variazione vistosa e c’è da dire che movimenti del genere appaiono piuttosto ordinari tra un mese e l’altro, specie se vi sono scadenze fiscali in vista. Tuttavia, va riportato che tra aprile e maggio dello scorso anno i depositi presso le banche italiane salirono di 8,4 miliardi. Non solo, per la prima volta dopo otto mesi consecutivi di calo, gli investimenti in obbligazioni bancarie sono saliti di 900 milioni di euro a quota 199 miliardi.

Contante in perdita con inflazione alle stelle

Molti di voi si chiederanno cosa c’entri questo dato con l’inflazione. C’è un’espressione efficace in inglese, secondo cui “cash is trash” quando l’inflazione è alta come in questa fase. In altre parole, il denaro contante perde valore velocemente con il rincaro dei prezzi al consumo. Non vale la pena tenerlo né sotto il materasso, né custodito in un deposito infruttifero o quasi in banca. In effetti, anche a maggio il tasso d’interesse medio erogato dagli istituti ai clienti si è mantenuto bassissimo: 0,45%, in rialzo impercettibile dallo 0,44% di aprile.

Mentre le banche continuano a non offrire nulla ai risparmiatori, i titoli di stato sono diventati allettanti. Al momento, un BTp a 10 anni offre il 3,75%. La scadenza a 7 anni tocca già il 3% e sui 2 anni siamo all’1,55%. Tutti rendimenti ben al di sotto dell’inflazione in corso, ma notevolmente superiori ai tassi d’interesse sui conti deposito. Parcheggiare denaro in banca è diventato sempre più costoso, nel senso che implica rinunciare a una qualche remunerazione alternativa offerta da strumenti sicuri come i titoli di stato.

Ma è presto per cogliere un’inversione di tendenza. Anzitutto, la crisi dei mercati tutto sta facendo tranne che attirare nuovi investimenti delle famiglie. E gli italiani sono storicamente molto prudenti. C’è da dire, poi, che tra dicembre e febbraio i depositi della clientela erano crollati di ben 32,3 miliardi, ma successivamente erano risaliti bruscamente di 36,7 miliardi, quasi interamente nel mese di aprile.

Verso un ritorno delle famiglie sui mercati?

Da dove sarebbero arrivati tali risparmi? Con ogni probabilità dai disinvestimenti seguiti ai tracolli delle borse e dei mercati obbligazionari, nonché dalla riduzione dei consumi tra caro bollette e incertezze legate alla guerra tra Russia e Ucraina. Ma azioni e bond non sono affatto in ripresa e, anzi, tra rialzo dei tassi d’interesse e rischio recessione c’è la sensazione che accuseranno ulteriori perdite. D’altra parte, gli scenari bellici e le prospettive pessimistiche sull’economia europea, italiana compresa, non autorizzano a ipotizzare una discesa strutturale dei depositi bancari per i prossimi mesi. E difficilmente con questo clima di costante allarme sulla sostenibilità del debito pubblico italiano, le famiglie torneranno in massa a prestare denaro allo stato.

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