L’illusione dei palazzi romani (e della sinistra) di governare senza i voti

Governo Conte-bis già in crisi sulle tensioni in maggioranza tra Palazzo Chigi e Matteo Renzi. Si torna al tormentone della Seconda Repubblica, ossia di premier privi di consenso e che si scontrano con leader carismatici o comunque popolari.

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Governo Conte-bis già in crisi sulle tensioni in maggioranza tra Palazzo Chigi e Matteo Renzi. Si torna al tormentone della Seconda Repubblica, ossia di premier privi di consenso e che si scontrano con leader carismatici o comunque popolari.

All’inizio fu il governo Ciampi, il primo di matrice “tecnica” della storia. L’allora governatore della Banca d’Italia, Carlo Azeglio Ciampi, veniva chiamato a “salvare il Paese” (espressione ormai ricorrente ogni due e tre) sull’orlo della bancarotta e nel bel mezzo della crisi devastante della Prima Repubblica, con arresti quotidiani di segretari ed esponenti di spicco dei partiti, avvisi di garanzia a destra e a manca e scioglimenti delle formazioni politiche che avevano governato dopo la Seconda Guerra Mondiale.

Non portò bene ai partiti che lo sostennero per meno di un anno, se è vero che le elezioni politiche del 1994 videro a sorpresa la vittoria dell’inedita alleanza di centro-destra, messa su da Silvio Berlusconi, imprenditore televisivo fino ad allora privo di esperienza politica, e che andava dalla sua Forza Italia al Movimento Sociale Italiano, passando per la Lega Nord.

Il governo Berlusconi durò pochi mesi e già da inizio ’95 veniva succeduto da un secondo governo tecnico, guidato niente di meno che dal suo ministro del Tesoro, Lamberto Dini, ma sostenuto dal centro-sinistra e dalla Lega. Fu artefice della riforma delle pensioni, la più radicale mai varata in Italia e in accordo con i sindacati, i quali solamente tre mesi prima erano scesi in piazza per protestare contro un’ipotesi meno netta su cui stava lavorando la maggioranza di centro-destra.

Passano gli anni, non i problemi. E così, quando nel 2011 un consumato governo Berlusconi quater veniva sloggiato da Palazzo Chigi a colpi di spread, a succederlo vi fu un terzo premier tecnico: Mario Monti. Il rettore della Bocconi venne sostenuto in Parlamento trasversalmente, ad eccezione di Lega e Italia dei Valori, quest’ultimo guidato dall’ex pm di Mani Pulite, Antonio Di Pietro. Durò un anno e mezzo, al termine del quale nacque il governo di larghe intese di Enrico Letta, più frutto della necessità di tenere il Movimento 5 Stelle fuori dai palazzi romani che della condivisione dei programmi e sempre sulla scorta dell’emergenza mercati, che ha preso negli anni sempre più il posto del responso popolare nelle attenzioni delle istituzioni.

Napolitano e le manovre per portare Monti al governo

Governare senza consenso

Il resto è cronaca. Nel maggio 2018 si pongono le basi per la nascita del primo governo euro-scettico della storia repubblicana, travolto da una crisi aperta in piena agosto scorso dal leader della principale forza politica, quel Matteo Salvini sotto attacco da stampa, opposizioni, alleati, Europa e magistrati, che ad un certo punto ha detto “basta!”. Non avrebbe mai potuto immaginare che, anziché ottenere elezioni anticipate, il premier Giuseppe Conte si sarebbe accordato con gli arci-nemici del PD, pur di evitare al suo M5S il responso delle urne, verosimilmente assai negativo. Adesso, lo stesso premier fa i conti con un altro Matteo, ma che di cognome da Renzi, il quale si è messo a capo di una pattuglia di parlamentari, scindendosi dal PD e bombardando ogni giorno il governo che ha fatto nascere solamente un mese fa.

Il successo di Salvini come quello di Berlusconi: la sinistra che insulta il popolo 

Conte soffre della stessa pia illusione di suoi illustri, quanto più autorevoli predecessori come Ciampi, Dini e Monti, tutti con un’elevata considerazione di sé stessi e tutti privi di consenso elettorale. Gli ultimi due cercarono persino di creare formazioni personali per lanciarsi seriamente in politica in un arco temporale più lungo, ma entrambi fecero un buco nell’acqua. Ciampi, almeno, ebbe molta più fortuna, arrivando prima a guidare il Tesoro sotto Romano Prodi e successivamente a salire al Quirinale da capo dello stato.

Cosa manca in tutte queste vicende personali e politiche? I voti, come vi abbiamo accennato. E non è questione di poco momento. Le democrazie saranno pure imperfette, permetteranno anche alle capre di arrivare laddove non dovrebbero nemmeno avere diritto di transito, ma sono lo specchio dei desideri dei cittadini. E, soprattutto, questi non possono giudicarsi aprioristicamente giusti o sbagliati da una “giuria di qualità”, similmente a quanto avvenga nella Repubblica degli ayatollah dell’Iran.

Senza consenso, la politica è debole e una politica debole non risolve i problemi, bensì li perpetua.

Il primato della politica

Questo è accaduto all’Italia degli ultimi 25 anni. I “salvatori della patria” hanno calcato fin troppo spesso le scene, ma sprovvisti di mandato popolare hanno finito per alimentare solamente il loro ego, senza addivenire a soluzioni condivise e anche solo percepite come giuste dalla maggioranza degli italiani. Risultato: tutto è stato rimesso in discussione a ogni occasione utile. Il paternalismo dei presidenti della Repubblica nel guidare i processi decisionali nelle fasi più delicate della nostra storia non solo non è stato salvifico, ma si è rivelato un boomerang. Persino scelte di vita come l’ingresso nell’euro sono state messe in discussione da un’ampia fetta di elettorato, in quanto viste come sospette, elitarie, isolate e non sottoposte ad alcun imprimatur popolare.

Conte-bis farà la fine di chi lo ha preceduto e di caratura istituzionale ben più elevata sul piano dell’esperienza e della qualità dei contenuti/valori rappresentati, anche perché egli è rimasto a Palazzo Chigi dopo la crisi estiva proprio per l’assenza di contenuti significativi su cui impostare l’azione di governo e caratterizzanti il suo personaggio politico. Piaccia o meno, per assumere scelte incisive per le vite di milioni di connazionali serve farsi consegnare un mandato e non si scomodino gli esperti di diritto costituzionale nello spiegarci che i governi si formano nelle aule del Parlamento, perché sappiamo che il punto non è questo e che la forma non salva anche la sostanza.

Un Renzi oggi e un Salvini fino a poche settimane fa hanno molta più legittimità di un Conte ignoto agli elettori nel pretendere di fare valere i loro punti di vista, quali che siano. Essi hanno ricevuto quel mandato a cui cercano di tenere fede e rispetto al quale risponderanno alle prossime elezioni. Potranno essere bollati come spocchiosi, incapaci, tronfi, autoritari, scriteriati, ma sono i segretari di partito a detenere le chiavi del consenso e a ricevere apprezzamenti o disprezzo per le scelte dei governi.

E se questi vengono retti da personalità che nemmeno osano confrontarsi con il consenso popolare, si consenta almeno loro che abbiano qualcosa da ridire.

Debito pubblico italiano, i mercati volevano il governo tecnico e la BCE con lo spread non c’entra

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  • Zeffirino ha detto:

    Io vorrei dire che tutto questo modo di pensare è iniziato con Napolitano e dopo si è accodato Mattarella. Purtroppo queste persone hanno calpestato in tutti i modi i diritti dei cittadini italiani. Dir che tutte e due dovrebbero vergognarsi è dir poco. Sto aspettando il discorso di fine anno di Mattarella per vedere quante falsità dirà per cercare di salvarsi la faccia. Due persone di cui non ripongo alcuna fiducia nella loro persona e nel loro operato.

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