Licenziamento Ikea: Italia compatta contro svedesi, resiste cultura anti-impresa

Il licenziamento dell'Ikea contro due dipendenti suscita sdegno sui media, ma siamo dinnanzi a un caso tipico di campagna di stampa contro un'azienda?

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Il licenziamento dell'Ikea contro due dipendenti suscita sdegno sui media, ma siamo dinnanzi a un caso tipico di campagna di stampa contro un'azienda?

Ha fatto il giro del web e della carta stampa, oltre che dei TG, la notizia del licenziamento da parte dell’Ikea di una lavoratrice di 39 anni, madre separata di due figli, di cui uno disabile, dopo 17 anni di servizio presso lo stabilimento di Milano. La donna lamenta di essere stata licenziata dall’azienda svedese per l’incompatibilità tra i suoi orari, usufruendo della legge 104, e quelli nuovi imposti per lo spostamento nel settore della ristorazione. La stampa italiana è unanime: Maria Ricutti, questo il nome della ex dipendente Ikea, sarebbe stata vittima di un licenziamento illegittimo e che puzzerebbe di “vergogna”. Si tira in ballo il ben noto welfare scandinavo per notare come gli svedesi mostrerebbero due facce: una molto solidale in patria e un’altra molto più selvaggia all’estero. Sui social network è un diluvio di commenti e di condanne, con tanto di “boicottiamo i mobili Ikea” e “maledetti svedesi”, che poi sono pure quelli che ci hanno impedito l’accesso ai Mondiali di Russia. (Leggi anche: Ikea Milano: dipendente con figlio disabile licenziata)

Peccato per i più accaniti detrattori dell’azienda, che la vicenda appaia tutt’altro che un caso nitido di licenziamento illegittimo. La stessa donna aveva ammesso di avere continuato a lavorare secondo i vecchi orari, ovvero iniziando alle 9 e non alle 7 di mattina, sostenendo a sua discolpa che i dirigenti aziendali le avrebbero concesso a parole tale deroga, visti i problemi familiari, salvo rimangiarsi la parola in un secondo momento.

Adesso, l’Ikea non ci sta a passare per un orco, anche perché i sindacati della Filcams Cgil di Milano hanno indetto uno sciopero di 2 ore tra tutti i lavoratori dello stabilimento e con tanto di volantinaggio davanti ai cancelli, in segno di solidarietà alla collega colpita da un provvedimento così grave.

L’azienda fa sapere che le cose sarebbero andate in maniera molto diversa da come sono state raccontate dalla ex dipendente. La donna avrebbe ridotto i giorni di lavoro a soli 7 o meno al mese negli ultimi 8 mesi e avrebbe modificato unilateralmente gli orari di lavoro, provocando disservizi, disagi ai clienti e ai colleghi.

Licenziamento illegittimo o giustificato?

Per carità, nemmeno la versione dei dirigenti Ikea va presa per oro colato. E’ evidente che in un caso mediatico del genere siano costretti a forzare la mano sulla vicenda, giustificando la propria posizione. Tuttavia, saranno le carte nelle prossime settimane a farci capire se si sia trattato di un licenziamento illegittimo o se di un provvedimento più che giustificabile, alla luce del fatto che per quanto possiamo col cuore stare sempre dalla parte di un dipendente che accudisce i figli e che ha problematiche familiari sulle spalle, l’azienda non può essere considerata un ammortizzatore sociale, un luogo in cui scaricare le proprie vicissitudini personali. Sul posto di lavoro non si è madre, padre, figlio, zio o nipote, ma lavoratore. Punto. Esistono leggi che giustamente consentono al dipendente di conciliare la propria sfera privata e familiare con quella lavorativa. Resta da vedere se nel caso specifico si sia andati oltre tali garanzie. Se no, l’Ikea ha commesso un errore e dovrà prenderne atto in forza delle nostre leggi; se sì, alla lavoratrice andrà pure tutta la nostra solidarietà umana, ma le regole sono regole e dovrà trovare, purtroppo, altre vie per conciliare lavoro e famiglia.

A distanza di poche ore dal caso Ricutti ne spunta un altro, sempre con oggetto un presunto licenziamento illegittimo ad opera dell’Ikea, stavolta ai danni di un dipendente di Bari e dopo 11 anni di servizio. La sua colpa? Essere rientrato in un giorno dell’agosto scorso dalla pausa pranzo con 5 minuti di ritardo.

Ora, o gli svedesi sono i peggiori capitalisti di questo pianeta o siamo dinnanzi a una campagna di fabbricazione ad hoc di notizie a dir poco tendenziose. Licenziare un lavoratore per 5 minuti di pausa in più sarebbe da imbecilli. Al limite, si risolverebbe il tutto con un richiamo verbale, nemmeno scritto, una tirata d’orecchie, insomma. Se è accaduto il peggio, evidentemente qualcosa non quadra o nel racconto dell’ex dipendente, sposato, padre di 2 figli e con mutuo a carico, oppure nella gestione delle relazioni aziendali. State certi che spunteranno adesso nuove testimonianze sulla carenza di diritti sindacali presso il colosso svedese, su turni di lavoro massacranti, su trattamenti discriminatori, etc.

In Italia resiste la cultura anti-impresa

Sia chiaro, non stiamo parteggiando pro o contro l’azienda, ma semplicemente evidenziando come in Italia, pur in presenza di 3 milioni di disoccupati e con tassi di disoccupazione che colpiscono 1 giovane su 3 (1 su 2 al Sud), stenta a morire quella vecchia cultura anti-impresa, intrisa di sospetto e persino odio contro il datore di lavoro, specie se di grosse dimensioni ed estero, dimenticando come queste realtà diano da vivere a migliaia di famiglie in tutto il paese ed eroghino spesso stipendi superiori alla media. Un addetto full-time alla vendita Ikea, secondo gli stessi sindacati, percepisce tra 1.500 e 2.000 euro lordi al mese. Non saranno compensi da sogno, ma nella realtà italiana si pongono certamente sopra la media del mercato. I lavoratori senior, poi, possono ottenere bonus annuali di 900 euro, pari a 75 euro in più al mese.

Inveire contro un’azienda che da lavoro a 6.570 italiani non è equilibrato, nemmeno nel caso sciagurato in cui i due suddetti licenziamenti fossero stati davvero illegittimi e avvenuti per le cause e con le modalità raccontate dagli ex dipendenti. Ma la cultura del sospetto contro il capitalismo in Italia resiste più di ogni altra vetusta ideologia politica. Lo conferma il modo stesso in cui vengono presentati i casi dalla stampa.

 Dei lavoratori si esaltano le loro condizioni familiari, l’accensione del mutuo, come se fosse compito di un’azienda occuparsi di questi aspetti extra-lavorativi. Insomma, si fa confusione tra il sacrosanto diritto di un’impresa di produrre e maturare utili, pretendendo la massima produttività possibile dai propri dipendenti, e l’altrettanto sacrosanto diritto dei lavoratori di vivere in un paese, dove tra gli 800 miliardi di euro di spesa pubblica ogni anno erogati si trovi una qualche voce che dia loro sostegno nei casi di bisogno, come per la maternità e la cura dei disabili. Quando capiremo che l’impresa è un’impresa e che lo stato è lo stato, avremo compiuto un grosso passo in avanti sul piano culturale. (Leggi anche: L’odio italiano contro il libero mercato)

 

 

 

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