Licenziamenti Embraco, Calenda e Bonino girano lo spot sbagliato

Il caso Embraco si ritorce contro il ministro Calenda, in cerca di visibilità prima delle elezioni e di sostegno per la propria agenda europeista. I fatti raccontano altro.

di Giuseppe Timpone, pubblicato il
Il caso Embraco si ritorce contro il ministro Calenda, in cerca di visibilità prima delle elezioni e di sostegno per la propria agenda europeista. I fatti raccontano altro.

Ci sarebbe un’azienda straniera interessata a rilevare lo stabilimento di Riva di Chieri, in Piemonte. E questa è una buona notizia, anche se non si conosce nulla di più di queste poche parole pronunciate ieri dal ministro dello Sviluppo, Carlo Calenda, lo stesso che sta imbracciando una dura lotta verbale con i dirigenti di Embraco, la controllata brasiliana del gruppo americano Whirpool, che sta trasferendo la produzione dall’Italia alla Slovacchia, licenziando 497 lavoratori. Il ministro è volato a Bruxelles per incontrare l’altro ieri il commissario alla Concorrenza, Margrethe Vestager, al fine di capire se possa avere spazio di manovra per l’istituzione di un fondo nazionale da utilizzare per stanziare denaro in favore delle realtà vittime di delocalizzazioni in favore di un altro stato comunitario. La Vestager si è riservata di analizzare la proposta nei dettagli, ma ha dichiarato che i fondi non andrebbero usati per spostare lavoro da uno stato all’altro della UE, bensì per crearne di nuovi. E parlando della possibile istituzione di un fondo europeo per mitigare l’impatto della globalizzazione, preservando l’occupazione nei casi in cui le imprese delocalizzino “fuori dalla UE”, ha nei fatti lasciato intendere che la proposta di Calenda sarebbe, almeno così com’è stata concepita, irricevibile.

L’Italia lamenta che la Slovacchia avrebbe utilizzato aiuti di stato per attirare Embraco e Honeywell. La Commissione europea sta indagando anche per verificare se eventuali aiuti di stato siano stati erogati dal governo slovacco, attingendo ai fondi europei, cosa che suonerebbe per l’Italia come una doppia beffa, visto che figuriamo tra i principali contribuenti netti della UE, contrariamente agli stati orientali, che incassano da Bruxelles più contributi di quanti non ne versino, definiti per questo anche “recipienti” netti.

Ora, se Calenda voleva fare la voce grossa a due settimane dal voto per darsi un tono ed essere percepito dagli italiani quale difensore dell’interesse nazionale, in vista di una possibile investitura bipartisan come premier nel caso di mancata vittoria piena da parte di uno degli schieramenti in campo, forse ha sbagliato tema. Il ministro non è candidato ad alcun seggio, ma risulta tra i sostenitori di +Europa, la formazione alleata del PD e messa in piedi da poche settimane da Emma Bonino e che i sondaggi accreditano mediamente di un dignitoso 2%. Non serve un politologo per capire quale sia il cavallo di battaglia della lista, la cui leader è stato da poco reduce da un incontro con il finanziere George Soros, uno dei massimi sostenitori al mondo del super-stato europeo.

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Caso Embraco mette a nudo assenza di visione in Italia

Tuttavia, il caso Embraco starebbe finendo per rimarcare proprio tutto ciò che non va in questa UE. Nello specifico, avremmo un’azienda che legittimamente, per quanto dalle conseguenze socialmente drammatiche, vorrebbe chiudere bottega in Italia e aprirne un’altra in Slovacchia, attratta di certo dal basso costo del lavoro di quest’ultima, ma anche dai lamentati incentivi pubblici, resi possibili forse persino dagli stanziamenti elargiti da Bruxelles e alimentati proprio dai contributi dell’Italia e di pochi altri paesi, come Francia e Germania. Non solo: l’Europa dell’est è la stessa che, pur beneficiaria delle politiche comunitarie, ha sigillato le sue frontiere verso i migranti approdati in Italia e Grecia, rifiutandosi di accettare l’accoglienza temporanea della quota spettante ed esacerbando così, in questi ultimi anni, i problemi a carico di Roma e Atene.

Certo, parafrasando l’ex premier e già presidente della Commissione, Romano Prodi, nonché scimmiottando il nome della lista della Bonino, diremmo che tutto ciò accade perché c’è poca Europa e ce ne vorrebbe di più. Ad oggi, però, chi rispetta le regole nella UE rimane fregato dai “free riders”, coloro che con una mano prendono e con l’altra ci alzano il dito medio. Anziché lanciarsi in patetiche invettive contro i vertici aziendali di Embraco e mostrarsi animosi a ridosso delle elezioni, bisognerebbe difendere l’interesse nazionale, compatibilmente con la nostra appartenenza alle istituzioni comunitarie, senza fronzoli e concretamente, oltre che in tempi non sospetti.

Nei mesi scorsi, il presidente francese Emmanuel Macron, che pure ha vinto le elezioni 9 mesi fa su una piattaforma decisamente europeista, ha chiesto alla UE di porre limiti al distaccamento dei lavoratori, ovvero alla pratica per la quale diversi stati dell’Europa dell’est, Polonia in testa, inviano i propri cittadini a lavorare all’estero (Francia, Germania, etc.), restando soggetti al diritto del lavoro del paese di origine, comprese le retribuzioni. E così, un polacco può lavorare alle dipendenze di un’azienda di trasporti francese per un paio di anni in Francia, pagato come se fosse in Polonia, con il risultato di fare concorrenza sleale “in loco” ai colleghi transalpini. Per la cronaca, la UE non è riuscita a compiere passi in avanti verso la proposta di Macron, subendo l’opposizione proprio degli stati orientali. Calenda ha molta strada da percorrere per dimostrare di essere un politico all’altezza del ruolo a cui aspira. Il caso Embraco ne ha messo a nudo ipocrisie e opportunismi facilmente traducibili in boomerang e il capitolo Alitalia ne segnala una visione non dissimile dai suoi predecessori e che con il libero mercato c’entra davvero poco.

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