Libano rimasto senza governo, luce e farina, ricostruzione di Beirut lunga e difficile

Le esplosioni a Beirut hanno portato alla deflagrazione anche dell'esecutivo dopo le proteste di piazza. Nel paese scarseggiano i viveri e si temono forti tensioni politiche e religiose.

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Le esplosioni a Beirut hanno portato alla deflagrazione anche dell'esecutivo dopo le proteste di piazza. Nel paese scarseggiano i viveri e si temono forti tensioni politiche e religiose.

Il premier Hassan Diab ha rassegnato le dimissioni nelle mani del presidente Michel Aoun, lunedì sera. Già si erano dimessi numerosi ministri, tra cui quello delle Finanze. Annunciando il passo indietro, il primo ministro ha ammesso che “la corruzione nel Libano è più grande dello stato”. Dopo le esplosioni che la scorsa settimana hanno distrutto parte di Beirut e provocato almeno 163 morti, 6.000 feriti e 300.000 sfollati, migliaia di cittadini sono scesi in strada per protestare contro le responsabilità politiche diffuse di quello che ad oggi risulta essere stato un tragico incidente.

I libanesi non stavano così male da parecchi decenni. Uno stato di privazione così forte non si vedeva da prima dell’indipendenza dalla Francia del 1943. Nemmeno negli anni della guerra civile tra il 1975 e il 1990, le cose andarono così male. La luce manca per diverse ore al giorno nel paese. La compagnia pubblica Electricité du Liban non è in grado di generare tutta la capacità necessaria a soddisfare la domanda, anche perché le tariffe sono tenute fisse dagli anni Novanta e nessun governo ha trovato un accordo e, soprattutto, il coraggio per aumentarle.

Servirebbero nuovi impianti per accrescere l’offerta, ma i partiti litigano da anni sul sito della costruzione. Il Movimento Libero Patriottico, di ispirazione cristiana, vorrebbe che avvenisse in un’area ad alta concentrazione di fedeli cristiani, ma che gli organismi internazionali ritengono sia dispendiosa e crei inefficienze, quando esisterebbero aree disponibili, in cui già esistono impianti.

Libano, il gigantesco schema Ponzi che ha distrutto Beirut prima dell’esplosione

Polveriera nel Mediterraneo

E’ solo la punta dell’iceberg di un sistema clientelare, affaristico e mafioso di cui i libanesi sono arci-stufi e contro il quale hanno protestato nel corso del 2019, portando alle dimissioni l’ex premier Saad Hariri.

Il nuovo governo, appena caduto, è durato poco più di sei mesi e per formarlo sono serviti tre mesi di contrattazioni convulse tra le varie fazioni parlamentari. Adesso, il presidente è obbligato dalla Costituzione a trovare un sostituto, nominando la personalità che godrebbe del più ampio supporto in Parlamento. Nel frattempo, però, le esigenze della popolazione sono più basilari. Le esplosioni hanno devastato un silo, nel quale erano custodite le scorte private di farina. La situazione è così grave, che il World Food Programme invierà 50.000 tonnellate di grano, di cui 17.500 entro la prossima settimana. Peccato che i consumi mensili nel Libano ammontino a 35-40.000 tonnellate.

Il settarismo religioso si è trasformato in una spartizione clientelare di qualsiasi carica elettiva e amministrativa, ragione per cui la corruzione è dilagante nel paese dei cedri e nessun organismo internazionale si mostra intento a inviare aiuti a Beirut fino a quando non si avrà certezza di conoscere chi vi metterà le mani sopra e per quale progetto. Preoccupa Hezbollah, la formazione para-militare sciita e filo-iraniana al governo (uscente) e che nei fatti influenza ogni aspetto della vita pubblica libanese. Bisogna far presto per evitare che il paese collassi del tutto. Oltre ai 6 milioni di cittadini, vi risiedono 1 milioni di profughi siriani e 300.000 palestinesi, a parte mezzo milione di siriani che qui hanno deciso di lavorarvi. Insomma, una polveriera in pieno Mediterraneo e nell’unica realtà del mondo arabo in cui democrazia e libertà sono largamente diffuse e radicate.

Ecco perché gli aiuti al Libano dopo la distruzione non arriveranno presto

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