L’ex Svizzera del Medio Oriente ora è in fiamme, non esclusa la pista dell’attentato

Due potentissime esplosioni a Beirut, capitale del Libano, hanno provocato ieri oltre 70 morti e diverse migliaia di feriti. Le ipotesi spaziano dal tragico incidente a un attentato terroristico.

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Due potentissime esplosioni a Beirut, capitale del Libano, hanno provocato ieri oltre 70 morti e diverse migliaia di feriti. Le ipotesi spaziano dal tragico incidente a un attentato terroristico.

“Chi può, lasci Beirut”. E’ l’appello drammatico del ministro della Salute, Hamad Hasan, rivolto alla popolazione locale dopo che ieri la capitale del Libano è stata sconvolta da due potentissime esplosioni a distanza di pochi secondi l’una dall’altra. I fumi della nube da queste sprigionata sarebbero, infatti, letali a lungo termine. Un incidente avvenuto in un magazzino, in cui anni fa erano state depositate 2.750 tonnellate di nitrato d’ammonio sequestrate da un carico navale, avrebbe provocato il disastro, con 78 vittime già accertate e oltre 4.000 feriti. Ma la conta sarebbe solo agli inizi. Lo spostamento d’aria è stato così violento da avere provocato danni nelle abitazioni pressappoco di tutta la città, mentre il rumore della detonazione è stato udito fino a Cipro.

Cosa sia accaduto non è ancora certo. Si va dall’ipotesi di un incidente a quella molto più pesante dell’attentato. Il presidente Donald Trump propenderebbe per la seconda pista, sostenendo che i primi elementi spingano a pensare che non sia stata una fatalità. In effetti, una delle due esplosioni è avvenuta a poca distanza dalla residenza di Saad Hariri, premier fino all’inizio di quest’anno e il cui padre Rafik rimase ucciso in un attentato del 14 febbraio 2005, ordito dagli Hezbollah, che a giorni dovrebbero essere riconosciuti formalmente responsabili del massacro in cui rimasero uccise altre 21 persone, con apposita sentenza del Tribunale speciale per il Libano.

Hariri, sunnita, è stato costretto alle dimissioni nell’autunno scorso, quando nel paese divamparono imponenti manifestazioni di piazza contro il suo governo, accusato di corruzione e di condurre la popolazione alla miseria. Di lì, il baratro. A succedergli a gennaio è stato Hassan Diab, anch’egli sunnita come Costituzione impone per questo ruolo sulla base di una logica di spartizione del potere secondo etnia religiosa, ma appoggiato da Hezbollah, l’organizzazione militare sciita e filo-iraniana.

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Il collasso del Libano

Pochi giorni fa, il ministro degli Esteri, Nassif Hitti, si è dimesso in polemica con la maggioranza, che con la sua contrarietà alle riforme starebbe paralizzando l’economia, a suo parere. Il paese è in default da marzo, quando non è riuscito a rimborsare un Eurobond da 1,2 miliardi di dollari. Nel frattempo, la lira libanese è collassata. Al cambio ufficiale continuano a servirne circa 1.512 per acquistare un dollaro, ma al mercato nero si arriva a 8.000. Le banche hanno introdotto autonomamente controlli sui capitali, limitando i prelievi ai bancomat e i pagamenti con carte. E pensare che fino all’anno scorso erano meta dei capitali esteri in cerca di un impiego sicuro e redditizio. Molti risparmiatori siriani portavano qui i loro denari per metterli al riparo dalla crisi di Damasco.

Il Libano era nota come la Svizzera del Medio Oriente negli anni Settanta per via dell’alto tenore di vita dei suoi abitanti. Poi, la guerra civile che straziò il paese fino al 1990, quando ebbe inizio un trentennio di pace, stabilità e anche di ripresa economica, pur dalle basi fragili. Il suo principale problema è la corruzione, frutto di un clientelismo esasperato e alimentato dalle divisioni religiose: sciiti, sunniti, cristiani maroniti. Tutti contro tutti. Gli Hezbollah tengono ormai in pugno Beirut con la caduta di Hariri, ancorandola all’Iran degli ayatollah. Rifiutano ogni sostegno economico che possa arrivare dal Fondo Monetario Internazionale in cambio di riforme e per questo stanno sostanzialmente portando i libanesi alla miseria.

Le esplosioni di ieri s’inquadrano in questo contesto di collasso finanziario ed economico, nonché di crescente malumore tra i circa 8 milioni di abitanti. Possibile che sia stato solo un incidente, ma verosimile che si sia trattato di un attentato. Di chi e a che pro? Le ipotesi possono sprecarsi in questo caso.

Che qualcuno abbia voluto distruggere quello che a tutti gli effetti sarebbe stato un arsenale degli Hezbollah? O gli Hezbollah avranno voluto provocare un disastro per addossarne la responsabilità a un soggetto esterno, come Israele o gli USA, o uno interno come i sunniti, così da guadagnare tempo e consenso in questa fase complicata? Comunque sia, enorme il rischio di riattizzare il fuoco delle tensioni religiose.

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