L’ex “granaio” dell’Africa alla svolta elettorale nel dopo-Mugabe tra crisi e speranza

Lo Zimbabwe elegge oggi il presidente, il primo con voto democratico dopo la lunga era Mugabe. Nello stato africano manca persino la moneta a disposizione per fare acquisti e l'assenza di lavoro è drammatica.

di Giuseppe Timpone, pubblicato il
Lo Zimbabwe elegge oggi il presidente, il primo con voto democratico dopo la lunga era Mugabe. Nello stato africano manca persino la moneta a disposizione per fare acquisti e l'assenza di lavoro è drammatica.

Per la prima volta in una generazione, milioni di cittadini nello Zimbabwe (ex Rhodesia) avranno oggi l’opportunità storica di scegliersi realmente il capo dello stato, i rappresentanti del nuovo Parlamento e 9.000 consiglieri comunali. Dopo 37 anni di potere, il presidente Robert Mugabe è stato costretto alle dimissioni nel novembre scorso e al suo posto è arrivato il vice Emmerson Mnangagwa, 75 anni, che si candida oggi a capo del partito ZANU-PF (Zimbabwe African National Union – Patriotic Front). I candidati alla presidenza sono in tutto 23, ma solo uno viene accreditato della possibile vittoria, oltre allo stesso Mnangagwa: Nelson Chamisa, 40 anni. Se nessuno dei candidati raggiungesse il 50% più un voto, si terrebbe il ballottaggio per l’8 settembre prossimo. I risultati sono attesi entro 5 giorni, stando alla legge elettorale, ma i nomi dei nuovi deputati e senatori dovrebbero conoscersi già entro poche ore dalla chiusura dei seggi, attesa per le ore 19.00 di stasera.

Zimbabwe svolta dopo Mugabe e tende la mano ai bianchi, ma il mercato resta guardingo

L’eredità dell’era Mugabe è pesante: il pil pro-capite, di appena 1.079 dollari nel 2017, risulta del tutto simile a quello di inizio anni Ottanta, come se il tempo per quello che veniva definito il “granaio dell’Africa” si fosse fermato per quasi 4 decenni. L’assenza di lavoro è elevata e a livelli impensabili per un’economia normale: a fronte del dato ufficiale che si aggira intorno all’11%, i sindacati parlano di un tasso di disoccupazione allo stratosferico 90%, altre analisi indipendenti persino del 95%. Il problema, tuttavia, è statistico: poiché il numero dei disoccupati si calcola in rapporto a chi possiede formalmente un contratto di lavoro e tenendo conto che il lavoro nero nello Zimbabwe sia la regola, si ha che quasi l’intera popolazione in età lavorativa risulterebbe disoccupata. In ogni caso, le condizioni economiche dei 16,5 milioni di abitanti appaiono difficilissime, tanto che l’aspettativa di vita oggi risulta di soli 61 anni, la stessa di metà anni Ottanta.

Oltre a guadagnare poco, non si ha nemmeno la possibilità di spendere il proprio denaro. Le banche si trovano a corto di liquidità, ponendo un limite tra 20 e 40 dollari a settimana per i prelievi agli ATM, con il risultato che i clienti sono costretti a lunghe file per ritirare anche pochi dollari o persino per scoprire che non vi è più contante disponibile. Alcuni cittadini raccontano ai media occidentali di avere dovuto aprire più conti in più banche per farsi accreditare lo stipendio, in modo da ritirare soldi dall’uno e dall’altro istituto, sempre che ne trovino. Tuttavia, spiegano, si rischia di trascorrere più ore a fare la fila davanti agli ATM che a lavorare. In tanti devono utilizzare la carte fedeltà ai supermercati, ma non potendo così acquistare dove vorrebbero e risparmierebbero. Ma cosa sta succedendo davvero? Per capirlo, dobbiamo tornare indietro di una decina di anni.

Finita l’era Mugabe, ma un altro capitolo ancora non si è aperto

Tra il 2008 e il 2009, lo Zimbabwe vive il flagello dell’iperinflazione. I prezzi esplodono a tal punto, da rendere inutile l’utilizzo del dollaro locale, che viene ritirato dalla circolazione e sostituito per gli scambi domestici e con il resto del mondo da diverse altre valute, tra cui principalmente il dollaro americano e il rand sudafricano. Dunque, la Reserve Bank of Zimbabwe non stampa più una propria moneta, anche perché non gode della credibilità tra i cittadini per poterselo permettere. Utilizzando di fatto una valuta forte – il dollaro USA – che non rispecchia affatto i fondamentali dell’economia nazionale, lo Zimbabwe registra annualmente un deficit delle partite correnti, atteso per quest’anno al 2,6% del pil, ma che nel 2014 si attestava, addirittura, al 14,2% e l’anno seguente intorno al 10%. In altre parole, viene distrutta base monetaria, essendovi moneta in uscita per le importazioni e i deflussi dei capitali.

E così, alla fine del 2016, il governo di Harare ha deciso di emettere cosiddetti “bond note”, certificati in dollari locali, il cui rapporto di cambio con il dollaro USA veniva fissato a 1:1. Poiché nessuno crede che il titolo valga esattamente quanto un dollaro emesso dalla Federal Reserve, di fatto nei negozi, alle stazioni di servizio e per strada lo si scambia a 1,20-1,50 contro un dollaro, ovvero a sconto del 20-50%. E nemmeno questi bond sono riusciti a risolvere il problema della carenza di moneta, un problema paradossalmente comune al Venezuela dell’iperinflazione in questi mesi. Sia Mnangagwa che il suo principale oppositore promettono più diritti, democrazia e un’economia più aperta. Il presidente in carica ha sfruttato questi primi mesi per lanciare qualche segnale al proposito, smantellando buona parte dell’Indigenesation Act, la norma che puntava a un’autarchia economica e finanziaria, richiedendo tra l’altro agli investitori stranieri di cedere il 51% del capitale sociale a un investitore domestico. Peraltro, il tracollo economico nazionale ebbe inizio all’inizio del Millennio a seguito di altre iniziative simili, tra cui l’esproprio delle terre in mano ai bianchi per assegnarle ai residenti neri.

Sovranità monetaria? In questo paese è panico alla sola ipotesi

Lo Zimbabwe produce tra l’altro diamanti, ma nell’ultimo periodo dell’era Mugabe le estrazioni sono state praticamente fermate proprio per le tensioni con le società straniere. Harare dovrà anche scegliere se guardare alla Cina o se all’Occidente, USA in testa. Pechino, sostenitrice di Mugabe anche per ragioni ideologiche, ha già drizzato le antenne sul nuovo corso e proprio le materie prime di cui dispone lo stato dell’Africa sud-orientale fa gola ai cinesi. Dal canto suo, il Fondo Monetario Internazionale si dice pronto ad assistere finanziariamente lo Zimbabwe, purché prima questi rimborsi i 5 miliardi di prestiti dovuti ai creditori internazionali, tra cui la Banca Mondiale. Sono tante le speranze che si addensano su queste elezioni, un’occasione imperdibile per quella generazione (la stragrande maggioranza dei residenti) che non ha mai conosciuto altri capi di stato all’infuori di Mugabe. Il rischio è che si vada a tensioni in fase di scrutinio delle schede e che i risultati vengano contestati da chi perderà il voto con accuse di brogli. Il futuro dello Zimbabwe è ancora tutto da scrivere e non è detto che con oggi si apra davvero un nuovo capitolo.

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Argomenti: Crisi paesi emergenti, economie emergenti, valute emergenti

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