L’Eurozona rischia la deflazione. Il Telegraph parla di “sindrome giapponese”

Per Ambrose Evans-Pritchard (Telegraph) l'area Euro sarebbe prossima a una "sindrome giapponese" già visibile in molti paesi tra cui l'Italia. L'autore propone di innalzare l'inflazione e far crescere i salari tedeschi

di , pubblicato il
Per Ambrose Evans-Pritchard (Telegraph) l'area Euro sarebbe prossima a una

L’Eurozona sarebbe prossima ad entrare nella pericolosa spirale della deflazione, similmente a quanto è accaduto al Giappone dal 1997. Lo scrive sul quotidiano inglese Telegraph Ambrose Evans-Pritchard, che quasi quotidianamente ormai analizza criticamente lo stato delle economie dell’unione monetaria.

Secondo l’autore dell’articolo, segni visibili di prezzi molto più bassi del target annuo del 2% della BCE (target massimo, a dir il vero) si avrebbero in Italia, Spagna, Francia, Portogallo, Grecia, Cipro, Irlanda, Slovenia, Estonia, Lettonia, Slovacchia, così come anche nei confinanti stati di Romania, Bulgaria e Repubblica Ceca, Svezia, Danimarca e Polonia.

Insomma, grossa parte dell’Europa avrebbe un problema di prezzi vicino allo zero, con il rischio che si piombi nella deflazione, ossia in una spirale di prezzi in calo, che come dimostra la storia ancora in corso in Giappone, una volta iniziata, è difficilissima da arrestare.

 

Prezzi stagnanti e rapporto debito Pil

Questa tendenza stagnante dei prezzi per Pritchard, che cita gli studi Zsolt Darvas, si riflette in un aumento del rapporto tra debito e pil. Infatti, una minore inflazione determina un pil nominale inferiore e ciò fa crescere il rapporto. Nel caso dell’Italia, ad esempio, un’inflazione dell’1% inferiore al target del 2% annuo determina la necessità per il governo italiano di aumentare l’avanzo primario dell’1,3% del pil, al fine di mantenere costante il rapporto. Ma avendo già noi un avanzo primario del 5%, ciò implicherebbe che dovremmo tendere al 6,3%, un livello così alto che solo la Norvegia ha raggiunto dal Secondo Dopoguerra e grazie ai proventi del petrolio.

Inoltre, quando il grado di indebitamento totale (pubblico e privato) supera il 300% del pil, una spirale deflazionistica sarebbe micidiale, spiega lo studio, perché fa innalzare in percentuale le passività delle imprese e dello stesso stato. Un grafico mostra, ad esempio, che con le attuali cifre dei nostri conti pubblici, un’inflazione zero condannerebbe l’Italia a riportare un debito intorno al 145% del pil nel 2028, mentre con un’inflazione annua al 2%, tale indebitamento scenderebbe al 110%.

 

Inflazione Eurozona: un conflitto di esigenze

Da qui, la proposta di Darvas, per cui Italia, Spagna e Francia dovrebbero allearsi e battere i pugni in seno alla BCE per chiedere un aumento dell’inflazione.

La BCE, poi, dovrebbe lasciar salire i salari in Germania, in modo da abbattere quel differenziale interno del cambio, stimato intorno al 20%.

A parte l’irrealismo di una proposta simile (dovremmo chiedere ai tedeschi di diventare meno competitivi per salvare le altre economie), essa sarebbe in parte contraddittoria. Se è vero, infatti, che esiste un differenziale implicito di cambio del 20% tra la Germania e alcuni stati del Sud, come l’Italia, questo si abbatte disinflazionando le economie meridionali, rispetto a quella tedesca, cosa che in parte sta avvenendo in questi mesi, anche se i risultati non potranno che aversi nell’arco degli anni, sempre che il differenziale d’inflazione persista a nostro favore.

E’ senz’altro vero che la dis-inflazione, da non confondere con la deflazione, come il Telegraph sembra fare, comporti un aumento del rapporto tra debito e pil nel breve termine, ma essa consente un recupero di competitività, che rilancia la produzione e il pil nel medio-lungo termine. La proposta di Darvas, invece, andrebbe nella direzione opposta di invitare il Sud a far crescere i prezzi per smaltire un pò di peso del debito, salvo pagare la misura con una perdita ulteriore di competitività (e di pil) negli anni futuri.

E ancora: se anche l’inflazione crescesse del 2% in Italia, smaltiremmo qualche punto di debito pubblico e privato in più all’anno, ma non rilanceremmo la nostra economia, se la Germania non avesse un tasso d’inflazione ancora più alto, di almeno il 3%, cosa che conoscendo i tedeschi, non faranno. Infine, osserviamo che se è vero che anche stati al di fuori dell’Eurozona vivrebbero una fase di inflazione molto bassa, allora la responsabilità non potrebbe essere accollata alla BCE, che sulle loro politiche monetarie non ha alcuna competenza.

 

Condividi su
flipboard icon
Seguici su
flipboard icon
Argomenti:
>