L’Eurozona rallenta ancora e dalla BCE ulteriori segnali accomodanti sui tassi

L'economia nell'Eurozona continua a rallentare e dalla BCE arrivano segnali ulteriormente accomodanti sui tassi, persino dai "falchi" monetari.

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L'economia nell'Eurozona continua a rallentare e dalla BCE arrivano segnali ulteriormente accomodanti sui tassi, persino dai

Continuano ad essere negativi i segnali che arrivano dal fronte dell’economia nell’Eurozona. Secondo IHS Markit, a marzo l’indice Pmi manifatturiero è sceso a 47,5 punti dai 49,3 di febbraio, ai minimi dall’aprile del 2013, per il secondo mese consecutivo sotto la soglia dei 50 punti, quella che separa la contrazione dall’espansione dell’attività. Male, anzi peggio, in Germania. Qui, la manifattura arretra a 44,1 punti, scendendo dai 47,6 di febbraio e ai minimi dal luglio del 2012, sotto 50 per il terzo mese consecutivo.

Poiché il comparto pesa per un quinto dell’economia tedesca, si deduce che i segni della recessione presso la “locomotiva d’Europa” si starebbe intensificando, anche perché uno degli economisti dell’istituto, Phil Smith, nota come gli ordini e le esportazioni in Germania starebbero diminuendo ai ritmi più veloci dalla crisi finanziaria di 10 anni fa, anche per effetto delle tensioni commerciali, della Brexit e dell’indebolimento della domanda globale.

La Germania rischia grosso sui mercati esteri e per l’Eurozona sono cattive notizie

E l’Eurostat ha reso noti i dati sull’inflazione nell’area, in decelerazione a marzo all’1,4% dall’1,5% su base annua, tornando così ai livelli di gennaio. Quella “core”, al netto delle componenti volatili come alimentari ed energia, risulta scesa allo 0,8% dall’1% di febbraio, tornando ai minimi da aprile del 2018. Il calo risente certamente anche della diversa cadenza quest’anno delle festività pasquali, che nel 2018 sono cadute alle fine di marzo, alzando i prezzi di beni e servizi nel settore turistico e legato alle vacanze. Probabile, quindi, che il dato di aprile risulterà in accelerazione, ma si tratterà pur sempre di un effetto temporaneo, così come la spinta che il livello generale dei prezzi riceverebbe entro qualche mese dalla risalita delle quotazioni del petrolio a poco meno di 70 dollari, +40% rispetto al Natale scorso. Ciò che rileva è, in particolare, l’allontanamento dal target della BCE, “di poco inferiore al 2%”.

BCE sempre più accomodante

Proprio da Francoforte stanno arrivando segnali piuttosto chiari sulle prossime mosse dell’istituto sui tassi.

Dopo che il primo rialzo dal 2011 è stato rinviato a non prima della fine di quest’anno, due esponenti dell’Eurotower stanno facendo intendere che l’avvio della stretta monetaria sarebbe tutt’altro che vicina. La scorsa settimana, il capo-economista Peter Praet ha avvertito sulla necessità che la BCE mitighi gli effetti dei tassi negativi, anticipando che quelli imposti sui depositi overnight al -0,4% potrebbero essere rivisti, introducendo franchigie, come nel caso della Svizzera, o un sistema a scaglioni, così da esentare (parzialmente) dai costi (tali sono i tassi negativi) le banche che depositano presso i suoi sportelli riserve in eccesso fino a un certo ammontare.

Stamattina, poi, è arrivata la dichiarazione del componente esecutivo Sabine Lautenschlaeger, la quale ha ammesso che l’inflazione nell’area risalirebbe più lentamente delle attese, anche in conseguenza della debolezza del mercato del lavoro, in cui molti lavoratori che hanno perso il posto con la crisi degli anni scorsi non sono risultati ufficialmente disoccupati, in quanto non si sono mai registrati come tali, di fatto portando a una sottostima del tasso di disoccupazione. Una spiegazione convincente, ma che rappresenta forse una novità, essendo la donna, così come Praet, nota per le sue posizioni da “falco” in politica monetaria. Fino a qualche settimana fa, la stessa dichiarava di non intravedere ancora segnali di rallentamento tali nell’Eurozona, da allontanare il rialzo dei tassi.

Il quadro sembra evolversi piuttosto velocemente e in direzione negativa. La Germania, secondo la BDI, la Confindustria tedesca, quest’anno crescerebbe solo dello 0,7% nel caso di “Brexit” disordinata, ossia dell’uscita del Regno Unito dalla UE senza accordo. Il suo presidente Dieter Kempf ritiene che tale scenario sottrarrebbe mezzo punto di pil alla prima economia europea. Apparentemente, la dichiarazione di Praet andrebbe in direzione opposta a quella della Lautenschlaeger, visto che l’introduzione di franchigie o scaglioni sui depositi overnight attenuerebbe la portata dei tassi negativi. In realtà, dietro a questa ipotesi vi sarebbe la prospettiva di un allungamento del periodo di bassi tassi.

In poche parole, la BCE ritiene ormai improbabile di poter alzare i tassi da qui a breve, per cui si preoccupa, anzitutto, di non impattare troppo negativamente sui margini delle banche, le quali sono costrette a pagare per depositare a Francoforte le riserve in eccesso rispetto ai minimi regolamentari, non potendo scaricare il costo sui clienti, che altrimenti fuggirebbero dalle loro filiali.

Perché l’eterna crisi dei debiti sovrani nell’Eurozona fa a pugni con la matematica

La Germania limita le azioni di Draghi

La restrizione dei margini riduce nel tempo i prestiti. Secondo uno studio della stessa BCE, l’80-90% dell’eccesso di riserve negli anni si concentra su soli 5 mercati: Germania, Finlandia, Olanda. Lussemburgo e Francia. I tassi negativi con franchigie o a scaglioni porterebbero un minimo sollievo alle banche di questi paesi, con possibili ripercussioni positive anche sui prestiti erogati nelle rispettive economie. Ad ogni modo, preparerebbe non tanto l’uscita dall’accomodamento monetario, quanto il suo prolungamento, date le peggiorate condizioni macro. Che questo basti per far tornare a correre la locomotiva appare molto, molto dubbio. Anzi, paradossalmente la più graduale politica dei tassi negativi finirebbe per indurre Berlino a stringere ancora di più la cinghia dei conti pubblici. Se nemmeno negli anni dei rendimenti sottozero, il governo tedesco ha approfittato per emettere più Bund e finanziare un piano di investimenti pubblici ritenuto necessario pressappoco da tutti, quante probabilità vi sarebbero che lo facesse proprio con l’eventuale rialzo del costo di emissione del debito?

Il governatore Mario Draghi si appella ormai da qualche anno a quei paesi che posseggono spazi di manovra fiscali, affinché li utilizzino a sostegno della crescita propria e dell’area. La Germania riesce a rifinanziarsi sui mercati a costi negativi, vale a dire che non solo non paga per il debito che emette, ma anzi viene pagata dal mercato fino a scadenze lunghe. Il Bund a 10 anni, ad esempio, in questi giorni rende tra il -0,07% e il -0,04%, per cui per ogni 1 milione di titoli emessi per questa durata, lo stato tedesco dovrebbe restituirne complessivamente la media di 999.500 euro.

Eppure, nonostante le condizioni ideali per indebitarsi senza gravare sulle generazioni future, investendo su voci di spesa prima o poi obbligatorie, ritiene più opportuno tagliare il debito, accumulando avanzi fiscali fino all’1,7% del pil nel 2018.

Perché i Bund della Germania avrebbero perso la funzione di segnale su tassi e cambio nell’Eurozona

Questa propensione al risparmio, compensata sinora dallo sfogo delle esportazioni, limita gli effetti benefici della politica di Draghi, addossando solo su di essa il compito di sostenere l’economia dell’Eurozona. In questo quadro, il caos Brexit rischia di provocare maggiori danni proprio all’area, anziché allo stesso Regno Unito. La prima è esportatrice netta verso il secondo e ciò la espone ai pericoli derivanti dall’eventuale innalzamento delle barriere tariffarie tra le due parti, scenario concreto nel caso di mancato accordo entro il 12 aprile prossimo.

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