L’Eurozona è il malato del mondo perché non ha identità oltre al pareggio di bilancio

L'Eurozona è in crisi esistenziale e può considerarsi il malato del mondo, come dimostrano alcuni dati macro. Ha fondato tutto sul solo pareggio di bilancio, che in sé è un concetto vuoto.

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L'Eurozona è in crisi esistenziale e può considerarsi il malato del mondo, come dimostrano alcuni dati macro. Ha fondato tutto sul solo pareggio di bilancio, che in sé è un concetto vuoto.

L’Eurozona ha vissuto tempi migliori, ma se nel 2012 ha sfiorato lo sfaldamento con la tempesta finanziaria estiva allontanata con fatica dalla BCE di Mario Draghi, il rischio di rottura dell’area oggi appare molto meno elevato, anche se a tenere banco da mesi c’è il caso Italia, con alla guida un governo euro-scettico. Una crisi esistenziale quella dell’euro, ancor prima che economica e finanziaria.

I 19 stati membri che appartengono all’unione monetaria non sono concordi sul tipo di politica fiscale da condurre, né su quella monetaria. Persino la Francia di François Hollande, pur una tantum, mise in dubbio anni fa l’assenza di una politica del cambio. Tuttavia, in corso sin dal 2008 non vi è solo e tanto una discussione sui massimi sistemi, quanto un crescente caduta del peso dell’area, che alla fine degli anni Novanta nasceva ufficialmente proprio per affrontare e vince le sfide globali con un peso negoziale maggiore, all’interno di una Unione Europea anch’essa rafforzata con lo stesso obiettivo.

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I risultati ad oggi appaiono profondamente diversi dalle aspettative. Anzitutto, c’è stato un prima e un dopo: fino al 2007, la creazione di una moneta unica senza una politica fiscale e un Tesoro comuni sembrò funzionare. Dopo quell’anno, con l’esplosione della crisi finanziaria ed economica mondiale, i nodi vennero al pettine piuttosto velocemente. Da allora, l’Eurozona non si è mai ripresa. I dati ufficiali raccontano che il pil nel periodo 2008-2018 è cresciuto di appena l’8%, quando negli USA (epicentro del collasso bancario) è aumentato del 19% e nel Regno Unito del 13%. Peggio di noi, tra le grandi economie, solo il Giappone con un pallido +6%. Inutile ogni confronto con il +136% messo a segno dalla Cina nel medesimo periodo.

Eurozona malato del mondo

Qualcuno dirà che siamo cresciuti poco, ma siamo cresciuti. In realtà, il pil pro-capite, ottenuto suddividendo la ricchezza annuale per il numero degli abitanti, nell’area si è contratto mediamente del 2%, mentre quello americano è cresciuto di quasi il 7% e nello stesso Giappone ha esitato un bilancio di pochissimo positivo.

In altre parole, il cittadino medio dell’Eurozona oggi risulterebbe più povero di 12 anni fa. Certo, bisogna fare i conti con una “unione” monetaria tutt’altro che unita sul punto: il centro-nord è avanzato, il centro-sud è arretrato. Italia e Grecia sono i casi più eclatanti, con il pil ad essere diminuito, al netto dell’inflazione, di 4,5 punti percentuali nella prima e di un quarto nella seconda. Ad ogni modo, che un blocco di paesi segnali di non avere superato la crisi ormai alle spalle nel resto del mondo e che i suoi cittadini stiamo peggio di oltre un decennio fa dovrebbe farci riflettere.

Altri dati ci spiegano meglio cosa sia avvenuto. I consumi privati al terzo trimestre dello scorso anno sono risultati in crescita di appena il 3,5% in termini reali rispetto al 2007, ovvero sono cresciuti al ritmo medio annuo dello 0,34%, attestandosi al 53,8% del pil nei 12 mesi al terzo trimestre del 2018, meno del 55% del 2007 e inferiore di circa 15 punti percentuali rispetto al peso che essi hanno nell’economia americana. Trattasi del riflesso proprio delle condizioni finanziarie negative in cui versano le famiglie. La domanda interna non è stata sostenuta nemmeno dagli investimenti, il cui valore si è ridotto tra il 2008 e il 2017 di quasi il 5%. Tenuto conto delle variazioni dei prezzi, la caduta è stata più verticale e pari al 20%. Come sappiamo, il ruolo dello stato è stato espansivo per la prima fase del decennio, mentre negli ultimi anni si è via via ritratto e oggi abbiamo un centro-nord a chiudere i conti pubblici in attivo e un centro-sud ancora in deficit, seppure su livelli moderati.

In altre parole, la crescita anemica dell’ultimo decennio non è stata trainata né dai consumi, né dagli investimenti e nemmeno dalla spesa pubblica, restando in balia della congiuntura internazionale. In effetti, tra il 2008 e il 2017, ad aver dato una grande mano all’Eurozona sono state le esportazioni. La bilancia commerciale ha accumulato avanzi per oltre 2.150 miliardi di euro e anche in questo caso non vi è stato un trend omogeneo nell’area, bensì a macchia di leopardo, con economie come Germania, Italia e Olanda a correre e altre come Francia e Spagna ad accumulare deficit su deficit.

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La crisi di un non modello economico

E qui arriviamo alla crisi esistenziale, dinnanzi alla quale si trova l’unione monetaria: perseguire su un modello “export-led” o assegnare un peso maggiore alla domanda domestica? E se dovesse prevalere questa seconda opzione, in che modo si dovrebbe stimolarla? Puntare sui consumi e gli investimenti richiederebbe una maggiore attenzione ai redditi, ovvero all’occupazione e ai tassi di crescita della produzione. Qui, le impostazioni sarebbero teoricamente due: “supply side” e d’impronta keynesiana. Nel primo caso, gli stati dovrebbero sostenere l’offerta, ovvero la fase di creazione della ricchezza, con tagli alle tasse, abbattimento della burocrazia e liberalizzazioni. Nel secondo, aumentando la spesa pubblica, gli investimenti e sostenendo gli aumenti salariali. Possibile, in realtà, anche un mix delle due.

La Germania trova più compatibile con il modello tedesco la politica “supply side”, ma più per rifuggire dall’ipotesi di sostenere la domanda tramite la spesa pubblica che per convinzioni ideologiche vere e proprie. Ne è esempio la sua elevata tassazione su consumi, redditi da lavoro e imprese, che appare tutt’altro che “business-friendly” e che, anzi, limita la stessa crescita dell’economia, comprimendo la domanda interna e la produzione di beni e servizi. Questa è la vera tragedia dell’area, l’assenza di una visione che propenda per l’una o per l’altra ricetta macroeconomica, impostando l’azione delle sue istituzioni comuni e, di conseguenza, quella dei governi semplicemente sulla rigida osservanza di regole fiscali in sé persino molto corrette, ma che appaiono di anno in anno sempre più avulse sia dalla complessità della politica che dal contesto mondiale. Ritenere che la soluzione a tutti i mali sia il raggiungimento del pareggio di bilancio e non capire che, oggi come oggi, la stessa Grecia quasi lo sfiori e che non per questo sia diventata un’economia invidiata da qualsiasi altro stato al mondo costituisce il grande equivoco di tutti questi anni.

I conti pubblici possono mettersi in regola tagliando la spesa pubblica o alzando le tasse. Senonché, nel primo caso avremmo creato le condizioni per abbassare anche le tasse, stimolando consumi, investimenti e produzione, nel secondo avremmo semplicemente strozzato l’economia, come nel caso di Atene. L’Italia è la riprova che l’assenza di scelte comporti la paralisi. Servirebbe che la Commissione europea, anziché soffermarsi sui decimali di deficit, lasciando il tempo che trova, incoraggiasse i governi a intraprendere le azioni idonee per il rilancio delle rispettive economie nazionali, non limitandosi ai target fiscali in sé vuoti di contenuti. E’ l’assenza di direzione ad avere fatto dell’Eurozona un malato del mondo e a minacciarne l’esistenza. Ad oggi, l’unica prospettiva propinata a 335 milioni di abitanti è quella dei conti in ordine; non importa come, se stangando famiglie e imprese e comprimendo così consumi e investimenti o riducendo il peso dello stato nell’economia. Una ideologia del rigorismo fine a sé stesso si è impossessata di Bruxelles e rischia di arrestare definitivamente il treno dell’euro, che ormai ha smesso di correre e non riesce a uscire dalla lunga galleria della crisi, in sosta perenne ad attendere una luce verde per ripartire, che non sembra volersi accendere mai.

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