L’Europa sta entrando in crisi e l’Italia si mostra ancora una volta senza difese

L'Europa sta scivolando verso la stagnazione o forse anche la recessione e l'economia italiana ancora una volta non ha alcun sostegno per ripararsi dalla crisi.

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L'Europa sta scivolando verso la stagnazione o forse anche la recessione e l'economia italiana ancora una volta non ha alcun sostegno per ripararsi dalla crisi.

“Molto difficile” per la Cina crescere del 6% per quest’anno. Lo ha dichiarato il premier Li Keqiang, commentando la produzione industriale di agosto, in crescita nella seconda economia mondiale solo del 4,4%, il ritmo più lento dal 2002. I problemi di Pechino si stanno moltiplicando su più fronti: “guerra” commerciale con gli USA a colpi di dazi; forti tensioni politiche con l’opposizione sempre più rumorosa a Hong Kong; naturale rallentamento dei tassi di crescita dopo un ventennio di boom; contraccolpi al cambio, “svalutato” del 2,4% contro il dollaro dalla fine di luglio dalla Banca Popolare Cinese, a riconoscimento delle difficoltà interne.

La Cina in affanno è lo specchio di un rallentamento più globale e che vede cedere il passo proprio l’Eurozona. Dopo un 2017 inaspettatamente molto positivo, già lo scorso anno la nostra economia è cresciuta poco e nel corso di questo 2019 sta inceppandosi, con la Germania che da “locomotiva” si è trasformata in freno per l’area. Il pil tedesco si è contratto dello 0,1% nel secondo trimestre e in questo terzo quasi a conclusione dovrebbe arretrare anche dello 0,3%, stando alle principali stime degli analisti. La produzione industriale e le esportazioni stanno crollando nella prima economia europea, risentendo delle tensioni internazionali.

La Germania, però, se solo volesse avrebbe modo di stimolare la sua economia con un pacchetto fiscale, avendo chiuso il 2018 con un avanzo di bilancio di 58 miliardi, l’1,7% del pil. Ma non sembra intenzionata né a tagliare ulteriormente le tasse e né ad aumentare gli investimenti pubblici, se non marginalmente. E l’Italia? Pil stagnante nel secondo trimestre, in crescita solo dello 0,1% nel primo e in calo dello 0,1% negli ultimi due dello scorso anno. Ancora oggi, la sua economia vale il 4,5% in meno rispetto al 2007, ultimo anno prima della crisi, in termini reali. E questo è un caso unico per una grande economia del pianeta.

Germania divisa tra desiderio di truccare i conti e spendere per l’economia

Italia indifesa con la crisi in arrivo

A differenza di Berlino, Roma non dispone di margini fiscali. Anche se volesse, non potrebbe né tagliare le tasse e né aumentare gli investimenti in deficit.

Ci sta provando da anni a convincere la Commissione sulla necessità di godere di maggiore flessibilità sui conti pubblici, ma a non concedergliela sono i mercati finanziari, che pretendono dai BTp i rendimenti più alti dell’area dopo la Grecia. E questo, anche sotto il nuovo governo M5S-PD, per quanto gli spread siano ora nettamente inferiori rispetto ai 14 mesi di era “gialloverde”. Per fortuna, la BCE non sta che prorogando l’era del denaro facile, consentendoci come sistema Paese di rifinanziarci a costi calanti e ai minimi storici. Il nostro debito pubblico continua a crescere, ma almeno la spesa per interessi si riduce di anno in anno, sebbene il deficit pubblico resti sopra il 2% del pil.

Sul piano politico, aldilà delle forti schermaglie tra tifoserie, non sembra esservi alcuna consapevolezza sullo stato di gravità della situazione. L’Italia non è guarita dalla crisi di ormai ben 11 anni fa e rischia di essere travolta da un’altra, come un paziente dal fisico assai debilitato, mai ripresosi da una lunga malattia e che stia per contrarre una grave polmonite. Per il 2020, l’obiettivo minimo da tutte le forze politiche condiviso consiste nello sventare gli aumenti dell’IVA, che colpirebbero a morte i consumi interni già stagnanti. Ma questo non significa puntare sulla crescita, semplicemente evitare di andare ancora più indietro. E, soprattutto, la questione delle clausole di salvaguardia si trascina ormai da circa un decennio, spia di governi di tutti i colori incapaci di risolvere il problema del risanamento fiscale in maniera definitiva e con azioni lungimiranti.

Se eviteremo i maxi-aumenti IVA, sarà perlopiù ottenendo un innalzamento del deficit-obiettivo da parte della Commissione europea. E la crescita? Il governo giallorosso parla di tagliare il cuneo fiscale, quello precedente puntava su proposta della Lega sulla “flat tax”. In realtà, quando si passa dagli slogan ai fatti, si riscontra una pochezza di risorse destinate all’abbattimento del carico fiscale, che risulta disarmante e che di certo si rivelerà inefficace per contrastare la recessione.

E non può essere altrimenti per quanto sopra spiegato e per quel debito da quasi 2.400 miliardi di euro, che ormai vale il 133% del pil, seconda percentuale più alta in Europa dopo la Grecia e terza al mondo dopo il Giappone.

Se il debito pubblico italiano preoccupa persino con i tassi a zero 

Politica estranea ai fatti

Riepilogando: l’Italia ha una domanda interna debole per effetto di una crisi mai superata e sulla quale pesa la spada di Damocle di aumenti IVA fino a 23 miliardi. La domanda estera ha sostenuto e continua a sostenere il nostro pil, ma il rallentamento mondiale non lascia sperare positivamente nemmeno su questo versante. I tassi sono già azzerati e ciononostante il settore privato non torna ad investire e a consumare di più, mentre quello pubblico non ha capacità di spesa o di riduzione della tassazione per il suo elevato grado di indebitamento e per i vincoli fiscali europei. Nel frattempo, la politica è occupata più che mai a nominare Tizio e Caio a capo di questo e quel ministero, a invocare governi di salvezza democratica e a ragionare su come fare un dispetto all’avversario/alleato, senza chiedersi cosa davvero servirebbe alla nostra economia per uscire da un tunnel che si allunga ogni giorno di più, anziché accorciarsi.

Manca un piano di medio-lungo termine, che approfittando della flessibilità fiscale che otterremo dalla UE, si concentri su misure strutturali, come il taglio delle tasse e della burocrazia, in cambio di una riduzione stabile e crescente negli anni della spesa pubblica improduttiva. Questo porrebbe fine allo spreco di tempo e pazienza dell’Europa da parte dei governi italiani, i quali smetterebbero di calciare il barattolo e inizierebbero a ragionare in ottica almeno di legislatura. Invece, si continua a puntare sulla propaganda spicciola, dal ritorno immediato, perché chiunque governi in Italia ha come prima impellenza di sopravvivere alle invettive degli avversari e ai sondaggi.

Più investimenti e meno dipendenti pubblici per rilanciare l’economia italiana

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