L’Europa respinge la flessibilità sui conti per l’Italia: servono 20 miliardi

Alti rischi per la sostenibilità del debito pubblico italiano nel medio termine. La Commissione europea respinge nuove dosi di flessibilità e chiede un maggiore avanzo primario.

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Alti rischi per la sostenibilità del debito pubblico italiano nel medio termine. La Commissione europea respinge nuove dosi di flessibilità e chiede un maggiore avanzo primario.

Altro che maggiore flessibilità sui conti pubblici; il rapporto annuale della UE sulla finanza pubblica, presentato oggi dalla Commissione europea, contiene 2 pagine di cifre e avvertimenti dedicate all’Italia, nelle quali si fa presente come il nostro paese non rispetterebbe con i parametri attuali le previsioni fiscali concordate per i prossimi anni sulla riduzione del rapporto tra debito e pil, il cosiddetto Fiscal Compact.

Nel rapporto, si legge che l’Italia avrebbe la necessità di tornare ai livelli di avanzo primario precedenti all’ultimo biennio di flessibilità concessa sul deficit, quando il surplus fiscale, al netto degli interessi sul debito, si attestava al 4% del pil contro il 2,5% atteso per il 2017. Per questo, nel dettaglio la Commissione prescrive che per il decennio 2017-2026, l’avanzo primario dovrebbe attestarsi mediamente al 3,8% del pil, l’1,3% in più di quanto sinora previsto. In valore assoluto, significa che Bruxelles ritiene che il governo Renzi dovrebbe reperire maggiori risorse, tra entrate e tagli alla spesa pubblica, per complessivi 20-21 miliardi di euro.

Debito a rischio nel medio termine

Senza una modifica al percorso intrapreso dall’Italia, il rapporto debito/pil scenderebbe al 125% entro il 2020 e al 110% al 2026, mentre con l’aumento dell’avanzo primario alle suddette percentuali, esso scenderebbe al 100%. La Commissione evidenzia come a Roma occorra “forte determinazione” per rispettare i vincoli e mette in guardia sull'”alto rischio di sostenibilità delle finanze pubbliche ” nel medio termine. In pratica, nessun rischio dovrebbe esservi quest’anno, pur in considerazione dell’alto livello di stock del debito italiano e dell’elevata presenza di sofferenze bancarie, mentre il discorso cambierebbe nel medio termine, quando non a caso ci viene suggerito di aumentare l’avanzo primario per accelerare la discesa altrimenti lenta del debito.        

Bassi tassi non dureranno per sempre

Ma quali sarebbero i rischi principali nei prossimi anni? Il rapporto li indica chiaramente, quando spiega che i bassi tassi non dureranno per sempre, calcolando che un loro aumento dell’1% sul debito da rinnovare dal 2016, congiuntamente a una minore crescita nominale dello 0,5% (pil reale + inflazione) determinerebbe un aumento del rapporto tra debito e pil del 7%. Affinché l’Italia possa registrare un debito pubblico al 60% del pil entro il 2030, continua, dovrebbe chiudere ogni esercizio con un surplus fiscale primario al 4,2% del pil, un obiettivo considerato “molto ambizioso” e, quindi, non credibile. Sarebbe già tanto, conclude, se i paesi della UE riuscissero a mantenere un avanzo dell’1%, in linea con il trend medio del periodo 1980-2015. Per l’Italia non dovrebbero esserci problemi a centrare il target di un avanzo del 2,5%, grazie alla riforma delle pensioni, che compenserebbe la crescita attesa della spesa sanitaria e assistenziale. Sulla base di queste 2 pagine piene di cifre e argomentazioni, sarà molto difficile che la Commissione europea conceda al governo Renzi maggiore flessibilità di quanta non ne abbia ottenuta già per le riforme, gli investimenti e l’immigrazione.

Per quanto non implichi automaticamente un giudizio negativo sulla legge di stabilità dell’anno in corso, atteso in primavera, non depone di certo a suo favore, specie per il riferimento ai seri rischi di sostenibilità del nostro debito nel medio termine.    

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