L’Europa rallenta e la Germania non corre più, l’Italia rischia l’incubo del biennio Monti

L'Eurozona rallenta nelle stime dell'FMI e l'Italia sarebbe a un passo dalla recessione, mentre la Germania subirebbe una brusca frenata. La palla passa ancora una volta alla BCE di Mario Draghi.

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L'Eurozona rallenta nelle stime dell'FMI e l'Italia sarebbe a un passo dalla recessione, mentre la Germania subirebbe una brusca frenata. La palla passa ancora una volta alla BCE di Mario Draghi.

Il Fondo Monetario Internazionale vede grigio per l’economia mondiale, tagliando le stime di crescita dal +3,7% atteso a ottobre al 3,5% per quest’anno, in rallentamento dal 3,7% del 2018. La frenata riguarda particolarmente l’Eurozona, dove l’economia dovrebbe espandersi dell’1,6%, giù dall’1,9% stimato tre mesi fa. In confronto, l’America di Donald Trump se la passerà molto meglio con il 2,5%, seppure un dato inferiore al 3% dello scorso anno. L’anno prossimo, però, l’economia a stelle e strisce rallenterebbe all’1,5%. Giù le economie emergenti al 4,5%, mentre la stessa Cina dovrebbe crescere per quest’anno e il prossimo del 6,2%.

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I numeri più interessanti e al contempo più allarmanti, però, riguardano le singole economie europee. La Germania crescerebbe quest’anno solo dell’1,3%, quando in ottobre si attendeva si espandesse dell’1,9%, colpita particolarmente dal tracollo della produzione di auto per via dei nuovi standard mondiali sulle emissioni inquinanti. E la Francia pagherebbe le proteste dei “gilet gialli” con un rallentamento all’1,5%, ma l’FMI avverte che il dato rischia di essere rivisto ulteriormente al ribasso. Quanto all’Italia, di male in peggio: se già l’1% stimato in autunno appariva raggelante, adesso bisogna fare i conti con un anemico +0,6%, uguale alla stima della Banca d’Italia, resa pubblica la settimana scorsa.

Eurozona rallenta, l’Italia rischia di andare indietro

Il quadro d’insieme può così essere riassunto: l’Eurozona crescerà meno del previsto, ma dovrebbe schivare la recessione. Tuttavia, moltissimo dipenderà dall’andamento delle sue principali economie. Improbabile che con una Germania in stagnazione, l’area riesca a crescere ai ritmi segnalati dall’FMI. Dunque, bisognerà osservare il trend del pil tedesco nei primi trimestri di quest’anno per capire la direzione generale. Se la Germania scendesse sotto l’1%, l’Italia è molto probabile che chiuderà l’intero 2019 con il segno meno. Insomma, saremmo a un passo non solo dalla recessione “tecnica”, che si ha formalmente con la contrazione del pil per due trimestri consecutivi, ma da un arretramento vero e proprio dell’economia. Il perché lo spiega in poche parole lo stesso FMI: “domanda domestica debole, legata ai rischi finanziari e sovrani”.

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Partecipando all’Eurogruppo di oggi, il ministro dell’Economia, Giovanni Tria, solitamente abbastanza prudente e accomodante nelle sue esternazioni, ha reagito alla definizione dell’Italia da parte dell’istituto di Washington, secondo cui sarebbe “un rischio sistemico globale”, sostenendo che esso sarebbe rappresentato dalle ricette economiche proprio dell’FMI. Un attacco, che non risparmia nemmeno la Commissione europea e che ha a che fare con le richieste di entrambe le istituzioni a Roma di creare quei cuscinetti fiscali per prepararsi al rialzo dei tassi e ai venti di crisi. In pratica, l’Italia dovrebbe tagliare ulteriormente il deficit, ovvero dovrebbe accrescere il suo già elevato avanzo primario, ma con ciò, sottintende Tria, rischiamo di anticipare e aggravare la crisi, anziché affrontarla meglio quando dovesse arrivare.

Verso la crisi senza armi

Del resto, la BCE non ha inviato segnali distensivi con la sua richiesta a MPS di accelerare l’abbattimento dei crediti deteriorati, la quale starebbe per essere formalmente estesa alle altre principali banche italiane. Se questa linea passasse, l’economia italiana si troverebbe a scendere in battaglia a mani nude contro la crisi, priva di armi. Infatti, non solo per via del rallentamento globale dovrebbe fare minore affidamento sulle esportazioni, che pure costituiscono, al netto delle importazioni, il 3% del nostro pil, ma non nutrirebbe speranze nemmeno sul fronte della domanda domestica, alimentata da consumi, investimenti e spesa pubblica. Va da sé che quest’ultima leva non sarebbe utilizzabile per i vincoli di bilancio; adesso, Bruxelles vorrebbe che neppure il settore privato fosse in grado di fare la sua parte, se è vero che la pulizia dei bilanci bancari a ritmi più veloci finirebbe per privare imprese e famiglie del credito necessario per investire le prime e acquistare beni durevoli le seconde.

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L’economia italiana rischia di avvitarsi pericolosamente come nel terribile biennio 2012-’13 del governo Monti, quando perse complessivamente circa il 4,3% del pil per il “credit crunch” verificatosi sin dal tardo 2011, unitamente al crollo dei consumi interni e degli investimenti. Per fortuna, dovrebbero arrivare le nuove aste T-Ltro, che con ogni probabilità la BCE annuncerà entro marzo, non già al prossimo board di giovedì. Sarebbe un’iniezione di liquidità fresca a medio-lungo termine, erogata a condizioni molto vantaggiose e con lo scopo di sostenere proprio il credito all’economia. Se, però, alle banche italiane quei miliardi servissero sin da subito per abbattere lo stock pregresso degli Npl, difficile che noteremo un qualche risultato positivo in termini di volumi di prestiti.

Tassi fermi, unica certezza apparente

Resta la sub-crescita strutturale dell’area, dove nel decennio passato il pil è aumentato cumulativamente solo del 6,6%, quando negli USA è salito 3 volte tanto, cioè del 19,3%. Persino la Germania, che pure ha doppiato i ritmi medi dell’Eurozona, segnando il +13,5%, non si è mostrata capace di tenere il passo con la prima economia mondiale, mentre la Francia ha registrato rispetto a quest’ultima una crescita dimezzata.

Per il momento, l’unica apparente verità sarebbe che di rialzo dei tassi per quest’anno nell’Eurozona non sentiremo parlare. Li continua a invocare ancora solo il consigliere esecutivo della BCE, la tedesca Sabine Lautenschlaeger, tra i “falchi” di Francoforte, secondo cui la debolezza della crescita nell’area sarebbe stata prevista da mesi e ciò in sé non implica la necessità di rinviare l’adozione della stretta monetaria. In realtà, a dicembre l’inflazione media secondo l’Eurostat ha rallentato all’1,6%, allontanandosi dal target “di poco inferiore al 2%” e riducendo le probabilità di un aumento del costo del denaro intorno all’estate, stando ai comunicati ufficiali dal giugno scorso.

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La palla resta nelle mani di Draghi

Di fermare l’aumento dei tassi parleranno quasi certamente tra loro i principali banchieri centrali del pianeta a Davos, in Svizzera, al forum annuale sull’economia nei prossimi giorni. A porte chiuse, lo stesso governatore della Federal Reserve, Jerome Powell, spiegherà ai colleghi che difficilmente procederà con la stretta negli USA, al massimo lo farà ancora una sola volta e sempre che serva per contenere i rischi d’inflazione. Ciò agevolerebbe i piani accomodanti di Draghi, il quale non vorrebbe completare il mandato in scadenza a ottobre commettendo lo stesso errore del predecessore Jean-Claude Trichet, ricordato per avere alzato i tassi nella primavera del 2011, mentre imperversava la tempesta finanziaria che avrebbe travolto il sud, Italia in testa.

La Lautenschlaeger vive evidentemente su un pianeta tutto suo, rispecchiando le richieste di Berlino e relative alla sola economia tedesca. La Germania teme, infatti, che i bassi tassi ancora a lungo finiscano per surriscaldare i prezzi interni, specie quelli immobiliari, dato il buon (sinora) andamento dell’economia nazionale rispetto al resto dell’area, con tassi di disoccupazione scesi ai minimi da circa un trentennio, al 3,3%. Sempre più difficile assecondare tali umori, ora che persino la “locomotiva d’Europa” sembra essersi fermata e che la vicina di casa – la Francia, seconda economia dell’area – è attraversata da tensioni sociali e si sarebbe messa alle spalle l’accelerazione della crescita vissuta nel 2017. Per non parlare dell’Italia, che pure è la terza economia del club euro, dove il termine recessione sovrasta di gran lunga ogni altro nel dizionario economico utilizzato dai media in questi mesi.

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