L’Europa paga l’ipocrisia in favore dei governi del PD, ecco perché non è credibile sul deficit

Il deficit al 2,4% spaventa i mercati, ma l'Europa ha concesso di più ai governi del PD. I bilanci non sono stati valutati con obiettività e oggi le critiche di Bruxelles appaiono ipocrite e non credibili.

di Giuseppe Timpone, pubblicato il
Il deficit al 2,4% spaventa i mercati, ma l'Europa ha concesso di più ai governi del PD. I bilanci non sono stati valutati con obiettività e oggi le critiche di Bruxelles appaiono ipocrite e non credibili.

L’Europa lascia trapelare stupore e persino la minaccia di una bocciatura della manovra di bilancio dell’Italia, la prima presentata dal governo giallo-verde e che contiene misure come il reddito di cittadinanza, la parziale cancellazione della legge Fornero e il taglio delle tasse, oltre che il mancato aumento dell’IVA. Lo spread BTp-Bund è esploso fin sopra i 280 punti base per la scadenza a 10 anni e i titoli di stato decennali sono arrivati a rendere il 3,25%, livello massimo dalla nascita proprio dell’attuale esecutivo. Mercati e commissari europei sono terrorizzati dalla prospettiva di un debito pubblico italiano che, non scendendo rispetto al pil in misura decisa, finirebbe per travolgere l’Eurozona, specie se con un’eventuale nuova crisi dell’economia nell’area si assistesse a una sua rapida risalita oltre i livelli di guardia, che storicamente vengono ricondotti al 140% del pil, di poco al di sopra a quelli attuali.

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Tuttavia, se la Commissione deve proprio recriminare, sarebbe meglio che lo facesse verso sé stessa. Sì, perché sostenere la tesi che sia stato l’arrivo al governo di Movimento 5 Stelle e Lega a mettere a rischio i conti pubblici italiani trasuda di ipocrisia. Anche accettando l’interpretazione prevalente in Europa di un lassismo fiscale senza tregua a Roma (guardate i dati sul deficit dell’ultimo decennio e confrontateli con quelli medi nell’area, pur tenendo presenti i diversi livelli di debiti cumulati), non sarebbe appunto una novità dell’oggi. Abbiamo presente quando il governo Berlusconi fu cacciato a colpi di spread da Palazzo Chigi? Il deficit allora chiuse l’anno 2011 al 3,9% del pil, frutto di un avanzo primario dell’1,2% e di interessi pari a più del 5% del pil.

Il 2017, ultimo anno disponibile con bilancio già pubblicato, ha visto il deficit scendere al 2,3%, frutto di un avanzo primario all’1,5% e di una spesa per interessi per il 3,8% del pil. Fermi tutti: in 6 anni, al netto delle variazioni della spesa per servire il debito e non dipendente dalle azioni del governo, abbiamo migliorato i nostri conti di appena 3 decimali di pil? Non solo la risposta è affermativa, ma si consideri che nel 2012, anno in cui il governo Monti operò il suo salasso sui conti pubblici, l’avanzo primario risultava salito al 2,2%, per cui da allora abbiamo semplicemente sciupato parte del risanamento fiscale, altro che proseguire sulla strada dell’austerità! A dirlo sono i numeri: nel 2012, pagammo in interessi 83,6 miliardi di euro, pari al 4,2% della montagna del debito. Lo scorso anno, a fronte di un debito salito in 5 anni di circa 280 miliardi, abbiamo speso in interessi “solo” 65,6 miliardi, il 2,9% dello stock.

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Che cos’è accaduto? La BCE ha spento l’incendio dello spread, azzerando i rendimenti e acquistando i titoli di stato sul mercato sin dal marzo del 2015. Grazie a queste azioni, nel quinquennio 2013-2017 abbiamo risparmiato in totale 65 miliardi di euro rispetto ai livelli di interessi pagati nel 2012. In termini di pil, parliamo di un risparmio cumulato del 3,9%, quasi lo 0,8% medio all’anno. Eppure, solo in parte tale minore costo si è riflesso in un calo del deficit, a conferma di come il risanamento dei conti pubblici lo abbiano compiuto la sola BCE e il governo Monti nel 2012, non certo i governi a marchio PD dal 2013, che hanno mediamente tenuto il deficit al 2,5% (prendendo per buono il dato dell’1,6% di quest’anno), cioè di poco superiore al 2,4% perseguito dall’attuale maggioranza euro-scettica. E l’Europa? Ha garantito di anno in anno al governo Letta prima, Renzi dopo e Gentiloni per ultimo tutta la flessibilità richiesta, limitandosi a qualche rimbrotto e a sollecitare riforme. Gli obiettivi fiscali sono stati disattesi costantemente e il pareggio di bilancio rinviato al 2020, quando avrebbe dovuto essere realizzato almeno un paio di anni fa.

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Se i numeri hanno ancora un senso, il governo Conte non si mostra più irresponsabile dei suoi predecessori, semmai più ingenuo nel dichiarare con onestà gli obiettivi di bilancio. Da Bruxelles stiamo assistendo a una doppia ipocrisia, sul passato dell’Italia e sul presente di paesi come Francia e Spagna, tesa a tutelare i governi ritenuti europeisti. Le valutazioni dei bilanci vengono politicizzate e piegate ad esigenze di retorica spicciola, che rendono oggi molto poco credibili le critiche al 2,4% di Luigi Di Maio e Matteo Salvini. Siamo agli sgoccioli di un’era, quella dei commissari parolai, che probabilmente verrà spazzata via alle prossime elezioni per il rinnovo dell’Europarlamento. Lo strabismo di Bruxelles ha fatto solo esplodere tensioni nell’area, visto che 2+2 in uno stato fa 4 e in un altro 5 o 6. E’ stato il grande fallimento della Germania, che sperava in un monitoraggio più tecnico e meno politico dei bilanci e si è ritrovata a sostenere la politica dei due pesi e due misure dei commissari e una BCE che ha eliminato il termometro con cui misurare la febbre sui mercati, rendendo tutta l’impalcatura dell’euro inaffidabile.

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Argomenti: austerità fiscale, Crisi economica Italia, Economia Europa, Economia Italia, Fiscal Compact