L’Europa è costata all’Italia in piena crisi 100 miliardi, ecco i numeri del disastro

L'Italia è trattata dall'Europa con fastidio misto a irritazione, ma in piena crisi abbiamo sborsato circa 100 miliardi di euro per aiutare gli altri. Ecco i numeri di una verità scomoda per i commissari.

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L'Italia è trattata dall'Europa con fastidio misto a irritazione, ma in piena crisi abbiamo sborsato circa 100 miliardi di euro per aiutare gli altri. Ecco i numeri di una verità scomoda per i commissari.

Mentre l’Italia cerca con tutte le sue forze di sottrarsi all’apertura della procedura d’infrazione richiesta dalla Commissione UE al Consiglio europeo, sarebbe bene che mettessimo qualche puntino sulle “i” per capire come e quanto l’Europa nel suo insieme funzioni poco e male.

Se c’è qualcosa di assolutamente schizofrenico, infatti, è di chiedere soldi a chi si addita di essere uno squattrinato. E’ quanto da anni accade nell’Unione Europea, dove l’Italia viene trattata come la cenerentola del continente, quando è vero il contrario, ovvero che sia tra i principali contribuenti di questa macchina farraginosa, iper-burocratica ed evidentemente inefficace.

Iniziamo dal bilancio UE. L’Italia è tenuta, come gli altri 27 stati membri (il Regno Unito fino al giorno dell’uscita ufficiale), a contribuire alle spese di Bruxelles. Non ci riferiamo solo a quelle inerenti il mantenimento dell’immenso apparato burocratico, quanto alla distribuzione delle risorse per finanziare capitoli di spesa, progetti e fondi. Tutti gli stati pagano con una mano e prendono con l’altra, ma alcuni risultano cosiddetti “recipienti” netti, altri contribuenti netti. I primi incassano più di quanto versano (Polonia, Ungheria, Spagna, Portogallo, Grecia, Irlanda, etc.), per altri come Germania, Regno Unito, Francia, Italia e Olanda vale il contrario.

Siamo il bancomat dell’Est Europa

Ebbene, dal 2009 (incluso) fino al 2018, vale a dire nel decennio appena trascorso, l’Italia ha versato nelle casse dell’Europa qualcosa come poco meno di 40 miliardi di euro (il dato relativo al 2018 non è ufficiale, ma dovrebbe aggirarsi intorno ai 2 miliardi). Soldi, che derivano dal gettito IVA per lo 0,3% della base imponibile, oltre che dai dazi applicati alle merci extra-UE (entrate marginali) e lo 0,70% del reddito nazionale lordo. Questi flussi di denaro sono andati sostanzialmente a finanziare le politiche di sviluppo di paesi dell’Europa orientale, ma anche del resto del Mediterraneo.

Il costo salato dei fondi di salvataggio europei

Non è finita, perché l’Italia figura tra i principali membri dei fondi Efsf-ESM, le due entità create con lo scoppio della crisi finanziaria nell’Eurozona e che hanno evitato il default di paesi come Grecia, Irlanda, Portogallo, Cipro, nonché delle banche spagnole.

In totale, questi fondi dispongono di capitali sottoscritti per 780 miliardi, di cui 500 effettivamente erogabili. Di questi, poco più di 80 sono i miliardi versati e l’Italia, che dispone di una quota del 17,8%, al 2014 ha così dovuto contribuire concretamente per 14,3 miliardi. In teoria, potrebbe essere chiamata a sborsare ancora di più nei casi di effettiva necessità. In tutto, la nostra esposizione teorica ammonta (cosiddetti “impegni”), infatti, a 139 miliardi.

E i prestiti ai suddetti stati e alle banche spagnole, sia direttamente in forma di accordi bilaterali, sia indirettamente con la partecipazione ai “bailout” di Efsf-ESM, ci sono costati altri 45 miliardi. Tirando le somme, la nostra “generosità”, ignorata nei consessi europei dagli stessi stati assistiti, ci è costata sui 58 miliardi. Vero, perlopiù trattasi di denaro destinato a rientrare, in quanto ripagato dai debitori. Non lo stesso può dirsi della Grecia, però, in cui sono state investite le maggiori risorse, tanto che ancora oggi Atene deve agli altri governi europei sui 275 miliardi di euro. La quota spettante all’Italia dovrebbe toccare i 50 miliardi. Soldi, è bene ammetterlo, che difficilmente torneranno a Roma o, nel migliore dei casi, lo faranno chissà tra quanti decenni, quando varranno briciole.

Debito pubblico italiano trattato come spazzatura, Grecia e Portogallo come Francia e Germania

Un esito netto negativo per l’Italia

In tutto, tra prestiti diretti, contributi ai fondi di salvataggio e quelli per finanziare il bilancio comunitario, l’Italia ha speso nell’ultimo decennio quasi 100 miliardi (97-98 miliardi per essere precisi), pur essendo trattata sui mercati e sul piano politico continentale come se fosse uno stato in semi-default. E sapete qual è la beffa? Questo suo essere considerata a rischio la costringe ad emettere titoli di stato a rendimenti nettamente superiori a quelli che gli stessi fondi Efsf-ESM richiedono ai soggetti assistiti. Ad esempio, quest’anno l’ESM ha emesso un bond a 10 anni (ISIN: EU000A1Z99H6) con cedola dello 0,55% e che sul secondario attualmente rende appena lo 0,06%.

Questo, perché trattasi di un ente dalla massima affidabilità creditizia, essendo garantito dagli stati come Germania e Olanda, il cui rating è notoriamente la tripla “A”.

In soldoni, quand’anche dovessero tornare tutti indietro, i prestiti saranno costati centinaia di milioni ai contribuenti italiani, in quanto per erogarli agli stati in crisi abbiamo a nostra volta dovuto raccogliere capitali sui mercati a costi superiori rispetto all’interesse attivo vantato. E la partecipazione ai profitti dei fondi per noi si rivela una beffa, visto che i rendimenti azzerati dei bond emessi si contrappongono a quelli ben più elevati dei nostri BTp, le cui emissioni sono risultate necessarie per versare il capitale e hanno, in piena crisi dello spread, accresciuto le tensioni sui mercati, richiedendo al nostro Tesoro uno sforzo sul fronte della raccolta superiore alle nostre effettive necessità.

Ciliegina sulla torta: se mai – e Dio non voglia – dovessimo avere bisogno di assistenza finanziaria, l’Efsf-ESM non potrà darci una mano, perché per ammissione del direttore generale del primo fondo, il tedesco Klaus Regling, il nostro Paese sarebbe troppo grande per essere aiutato. In effetti, i soldi non basterebbero, specie se le tensioni dovessero sconfinare nell’area. Pertanto, i contributi (a perdere) sono serviti a tenere buoni i mercati presso gli altri stati, mentre le invettive anti-italiane dei commissari hanno avvelenato il clima sul mercato sovrano (e non solo) tricolore. In conclusione, l’Italia è il cugino scemo che paga per tutti, salvo essere invitato con fastidio alle riunioni di famiglia, essendogli riservato un posto in un cantuccio per non mettere in imbarazzo i padroni di casa.

La crisi di fiducia verso l’Italia è la maledizione che auto-alimenta il debito

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