L’Euro Trilemma della Germania

L'impossibile Trilemma della Germania: avere costanti surplus dell'export nell'unione monetaria senza dover fare salvataggi o trasferimenti, e senza allentamenti monetari della banca centrale. Botte piena, moglie ubriaca e salvadanaio pieno...

di Carmen Gallus, curatrice Dall'Estero, pubblicato il

di Jörg Bibow, EurointelligenceAngela Merkel ha eroicamente dichiarato che “farà il necessario” per salvare l’euro. Confido che questa dichiarazione rifletta il sincero desiderio del Cancelliere di mantenere l’Europa su quello che, altrove, ha definito il suo “cammino irreversibile”.

Il problema è che, sotto la signora Merkel, la leadership della Germania continua a spingere per un mix incoerente di ideali e politiche “orientate alla stabilità”, che sono destinate a distruggere piuttosto che a mantenere la moneta comune Europea. Delle vitali carenze nel disegno originale del regime di Maastricht dell’unione monetaria, un regime in gran parte “made in Germany”, i Tedeschi sono in parte responsabili. E ironicamente, è stata la condotta della Germania in quanto membro dell’unione che ha inferto all’euro un colpo potenzialmente mortale. Assurdamente premiata dai mercati per la sua stessa cattiva condotta, la Germania oggi trova la propria posizione in Europa addirittura rafforzata, e le sue scorrette convinzioni politiche apparentemente confermate. Eppure, se la Germania non sfugge alla oscura trappola intellettuale costruitale intorno dalla Bundesbank, e al mito del marco, la via Europea alla fine potrebbe rivelarsi reversibile.

 

Secondo i Tedeschi la salute eccezionale dell’economia Tedesca si basa sulla stabilità dei prezzi e sui bilanci pubblici in equilibrio. Ma questo manca il fatto che la buona salute economica della Germania, che operava in passato sotto tassi di cambio nominali fissi, in realtà è derivata dalla stabilità dei prezzi relativi, dato che i tassi di inflazione Tedeschi, più bassi rispetto ai principali partners commerciali, hanno oliato il motore delle esportazioni del paese. Il successo del modello Tedesco – essenzialmente mercantilista – è dipeso dal comportamento diverso degli altri paesi. Così mentre l’Europa convergeva verso il vecchio standard di stabilità del livello dei prezzi del due per cento di inflazione, la stessa Germania si è orientata verso un nuovo standard più basso, sulla base di costi unitari nominali del lavoro stabili. Nel corso del tempo si sono costruiti dei guadagni cumulativi di competitività, che hanno aumentato le esportazioni della Germania, come ai vecchi tempi. Al contrario, i paesi che si sono attenuti all’impegno dell’unione del due per cento, come la Francia, e ancora di più quei paesi che invece l’hanno superato di poco, come la Spagna e l’Italia, hanno visto calare notevolmente la loro competitività nei confronti della Germania.

 

Rispetto alla norma di stabilità del due per cento, la Germania è la vera deviante dell’unione monetaria Europea. E qui sta la vera origine della crisi del debito di oggi. Proprio quando l’euro ha portato a compimento l’antico zelo dell’Europa volto a bandire per sempre il rischio di politiche del tipo beggar-thy-neighbor (aumentare l’export mediante politiche di protezione alle spese dei vicini, ndt), una svalutazione beggar-thy-neighbor – attraverso la compressione dei salari – è precisamente ciò che l’Europa alla fine ha fatto.


In Germania, la compressione dei salari combinata con l’austerità fiscale – come prevedibile – ha provocato una stagnazione dei consumi e della domanda interna. Calibrato verso la media dell’unione, di cui la Germania è solo una parte, l’allentamento monetario da parte della BCE si è rivelato insufficiente per la stessa Germania, ma eccessivo in paesi con forti tendenze dei salari e dei prezzi. Lasciato privo di freni in un mercato comune che, apparentemente, non richiedeva regolamentazione finanziaria, vigilanza o meccanismi anti-crisi, il sistema bancario Europeo liberalizzato ha finanziato bolle immobiliari, come contropartita dell’impennata dei deficit delle partite correnti dei paesi destinatari finali dei successi nelle esportazioni della Germania. Mentre i paesi in surplus come la Germania accumulavano attività estere nette, e i paesi in deficit registravano dei debiti esteri, le autorità al volante  sognavano ad occhi aperti, come se gli squilibri delle partite correnti all’interno di una unione monetaria non avessero importanza. Essi in realtà sono importanti, almeno all’interno di un’unione monetaria che non è anche un’unione fiscale, dal momento che il meccanismo di stabilizzazione automatica del tasso di cambio non è più disponibile

 

E’ inutile negare la causa ultima del fallimento dell’euro: la negazione da parte della Germania della regola d’oro di una unione monetaria, l’impegno per un tasso di inflazione comune. La iper-competitività della Germania, ottenuta da una disinflazione dei salari piuttosto che da incrementi di produttività, ha mandato in bancarotta i suoi partners.

I creditori hanno il controllo fino a quando i problemi dei debitori in qualche modo sono visti soltanto come problemi loro. La Germania è addirittura ricompensata da tassi di interesse super-bassi. E le ricette Tedesche di politica economica su come superare la crisi della bilancia dei pagamenti dell’euro ora stanno soffocando l’Europa. L’austerità incondizionata su scala continentale può solo significare una compressione generale dei redditi – a meno che non arrivino aiuti extra-area.

 

La situazione non sarebbe stata tanto negativa se tutti i partners avessero realizzato la convergenza verso il percorso di stabilità del due per cento, su cui l’unione si era originariamente impegnata. La Francia sarebbe stata proprio lì, Italia e Spagna avrebbero dovuto affrontare una limitata disinflazione, e la Germania una reflazione. Invece, la Germania sta costringendo l’Europa a convergere sul suo nuovo standard più basso, e anche la Francia si trova ora di fronte a una deflazione da debito, per non parlare degli altri. In tutto questo la Grecia è solo un effetto collaterale.

 

Sostituendo i prestiti con i trasferimenti, una corretta unione fiscale potrebbe salvare l’euro. Al contrario, la liquidità della BCE non può correggere gli squilibri di competitività e i corrispondenti flussi di debito, neanche se i debiti infami ora si accumulano nel bilancio dell’eurosistema. Così questo è l’euro trilemma: la Germania non può avere tutte e tre le cose: perpetue eccedenze nelle esportazioni, un’unione monetaria senza trasferimenti o senza salvataggi, e una banca centrale “pulita” e indipendente. Secondo i bisogni della Germania.

 

 

L’autore è professore di economia al Skidmore College, New York

 

 

Articolo originale: To make or break the euro: Germany’s euro trilemma

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Argomenti: austerità fiscale, deflazione, Visti dall`estero

3 Responses

  1. Gabriele Damiani scrive:

    Ah, quale splendido miracolo sarebbe se i governanti di sedici paesi dell’eurozona, su diciassette, capissero queste semplici verità. Purtroppo riescono a capirle solo i tedeschi e ne approfittano a man bassa. “Gott mit uns”, penseranno di sicuro i tedeschi, e a ragione. Agli altri sedici imbelli governi dell’eurozona Dio ha voltato completamente le spalle e non rimane loro che servire, con la spregevole incompetenza di chi nasce schiavo, gli interessi germanici.

  2. Nana scrive:

    Era tutto previsto e prevedibile, queste non sono fatalita’ ma conseguenze intrinseche di una scelta scellerata.

  3. Carmen Gallus, curatrice sezione Estero scrive:

    Trilemma! L’una esclude l’altra, le tre insieme sono impossibili.