L’Euro traballa, contagio in atto in Italia e Spagna

L'incremento dello spread Btp Bund, il forte calo delle borse periferiche, i problemi economici e, sul fronte valutario, la debolezza dell'Euro lasciano intravedere un futuro davvero difficile per la moneta unica.

di Giuseppe Timpone, pubblicato il
L'incremento dello spread Btp Bund, il forte calo delle borse periferiche, i problemi economici e, sul fronte valutario, la debolezza dell'Euro lasciano intravedere un futuro davvero difficile per la moneta unica.

Se qualcuno ipotizzava che le parole con cui il governatore della BCE, Mario Draghi, ha provato a scacciare i rumors sulla fine dell’euro sarebbero state in grado di evitare il terremoto finanziario della riapertura dei mercati, si sbagliava di grosso. Già all’alba, la chiusura in netto calo dell’indice Nikkei, a -1,89%, aveva preconizzato quanto sta succedendo in queste ore (Chiusura Borsa Tokyo: il Nikkei scende ai minimi dall’8 giugno). Piazza Affari ha aperto in rosso del 2%, ma con il trascorrere dei minuti, il listino è sempre più negativo, con perdite alle ore 10.30 circa del 3,14%. Alcuni titoli sono stati già sospesi per eccesso di ribasso (Intesa Sanpaolo e Unicredit sospese, Piazza Affari frana).  

Spread Btp Bund in pericoloso aumento

Ma l’altro indicatore a cui tutti in questi minuti stanno guardando con angoscia è sempre lo spread. Il differenziale di rendimento tra i nostri decennali di stato e quelli tedeschi è schizzato subito, in apertura di seduta, a 517 punti base, ma dopo un’ora dall’avvio, siamo già a 528 bp, con il BTp a dieci anni a rendere ormai il 6,40%. Malissimo lo spread Bonos Bund, che sulla stessa scadenza si situa ben 110 punti sopra, con il decennale spagnolo che rende il 7,40%.  

 Default Grecia: un incubo oramai considerato inevitabile

Siamo ormai all’attacco finale contro l’euro. Molte sono le situazioni, che hanno condotto al lunedì nero di oggi. Torna lo spauracchio di un default della Grecia, che adesso non viene più smentito da nessuno. Loquaci, per quanto inopportune, le parole pronunciate dal ministro tedesco dell’Economia, Philip Roesler, il quale ha affermato di non essere ottimista sulle probabilità che la Grecia riesca ad adempiere alle previsioni del Memorandum e che si attende che Atene esca dall’Eurozona da qui a settembre. Gli fa eco il collega agli Esteri, nonché liberale come lui, Guido Westerwelle, che si è detto indisponibile a rivedere il Memorandum, chiarendo che la Germania non teme una fuoriuscita dei greci dalla moneta unica (Uscita Grecia dall’Euro: tornano i rumors ma stavolta c’è di più). In effetti, Atene non ha liquidità in cassa sufficiente ad arrivare oltre settembre. Il governo di Antonis Samaras ha chiesto alla UE di rinegoziare il Memorandum sui tempi, prorogando di un biennio almeno la data entro cui raggiungere gli obiettivi fiscali. A conti fatti, ciò implicherebbe una nuova richiesta di aiuti per 10-15 miliardi, oltre al secondo piano già varato a marzo per 130 miliardi. Tuttavia, stavolta il Fondo Monetario Internazionale si sarebbe tirato indietro, pessimista sulle reali probabilità della Grecia di raggiungere un debito non oltre il 120% del pil entro il 2020. E’ la notizia pubblicata dal quotidiano tedesco “Der Spiegel”, non smentita da fonti europee. Lo stesso giornale sottolinea che gli altri creditori, ossia i governi europei, sarebbero anch’essi contrari a nuovi aiuti.  

Crisi Spagna: tutti i guai di Madrid

Ma se Atene affoga in un mare di guai, la Spagna è ormai in pieno contagio. Il Paese è stretto tra fortissime tensioni sociali, con proteste di massa contro il piano da 65 miliardi di austerità del governo Rajoy, e il default imminente delle sue regioni. Nel fine settimana, la regione di Valencia ha lanciato una richiesta di aiuto al governo centrale, altrimenti sarebbe costretta alla bancarotta. Peccato per essa che Madrid non abbia un euro in cassa, come efficacemente aveva dichiarato solo il giorno prima il ministro all’Economia, Cristobal Montoro (La Spagna senza soldi in cassa ha rischiato il fallimento). Vero è che le banche iberiche hanno ottenuto nel weekend il via libera agli aiuti dall’Eurogruppo, ma i mercati giudicano la mossa tardiva e insufficiente, viste le difficoltà economiche del Paese, in piena recessione e alle prese con una disoccupazione al 25%.  

Anche l’Italia è stata trascinata nel vortice: cruciali le prossime aste

E l’Italia? Teoricamente, staremmo meglio degli spagnoli, sia perché il nostro deficit è in netto rientro, nei limiti concordati con Bruxelles e il pareggio di bilancio dovrebbe essere sfiorato tra un anno, sia anche per la nostra solidità industriale. Madrid ha basato la sua crescita sul boom edilizio, frutto di investimenti speculativi, l’Italia vanta la seconda manifattura in Europa, dopo la Germania. Ma le rassicurazioni finiscono qui. Il gioco all’ultimo sangue contro l’euro ha scatenato da un anno gli attacchi contro il nostro Paese, troppo grosso per essere salvato. Fatta eccezione per il periodo gennaio-inizio marzo (le aste Ltro avevano pompato liquidità alle banche, utile all’acquisto di bond pubblici), lo spread è stato sempre in crescita negli ultimi dodici mesi e ha intrapreso un cammino nettamente sopra i 400 punti, dalla metà di maggio. Ciò segnala uno stato di sfiducia strutturale verso Roma, accresciuto dall’incapacità anche dell’esecutivo tecnico di portare a compimento riforme per il rilancio della crescita. Per questo, gli analisti, gli esperti (presunti e non) prevedono che la Spagna sarà costretta a breve a chiedere una qualche forma di ristrutturazione del debito, per quanto in maniera più indolore che per il caso greco, ma che un secondo dopo l’Italia debba fare altrettanto. La cartina al tornasole delle difficoltà italiane saranno le prossime tre aste, che si terranno da qui al 30 luglio e che ammonteranno per complessivi 18 miliardi. Se pochi e forse nessun problema dovrebbe riscontrarsi per i BoT, essendo titoli quasi totalmente assimilabili alla carta-moneta, le difficoltà potrebbero evidenziarsi per i collocamenti dei BTp a 5 e 10 anni, trattandosi anche delle scadenze maggiormente sotto i riflettori dei media e dei mercati. Qualora si sarà concretizzato il crollo temuto della domanda e l’impennata dei rendimenti, allora la strada per l’Italia sarebbe segnata. Il nostro Paese sarebbe costretto a chiedere quanto prima una qualche forma di aiuto, dallo scudo anti-spread a vere e proprie forme di ristrutturazione del debito.  

L’Euro scende ai minimi sul dollaro dal 2010

Intanto, a fare le spese di tanta sfiducia è l’euro, scivolato già sotto il tasso di cambio di 1,21 contro il dollaro, il minimo dal giugno 2010. Ma anche verso lo yen l’euro segna il suo minimo da ben 11 anni, attestandosi a un cambio sotto 95. Pensare che solo 14 mesi fa, la moneta univa virava decisamente verso 1,50 contro il dollaro. Altri tempi. Certo, in altre situazioni ci saremmo rallegrati di una ripresa della competitività delle merci nostrane sul mercato mondiale, ma il crollo della produzione, dovuto a fattori interni, nonché il rischio che ciò si traduca in un’impennata dei prezzi del greggio, lasciano poco spazio all’allegria.  

Crisi Euro: quali scenari sono possibili

E adesso? Tutti si chiedono cosa accadrà, perché anche i più euro-ottimisti hanno ben compreso che così non si potrà andare avanti. Le soluzioni che avrebbero facile presa sui mercati sarebbero quelle che andrebbero verso la mutualizzazione del debito, con l’emissione degli Eurobond, l’unificazione delle politiche fiscali e della vigilanza bancaria. Preso atto che la Germania e gli stati del Nord Europa hanno detto chiaro e tondo che prima di raggiungere una reale unione politica e fiscale non se ne farà nulla di tutto il resto, è da scartare che tale scenario si realizzi. Almeno, non in tempi accettabili. Per questo, da venerdì i mercati sono tornati a colpire, nella consapevolezza che o l’Eurozona si darà subito una mossa o crollerà. Tuttavia, si affaccia un’ipotesi semi-salvifica, per quanto confermerebbe il crollo dell’impalcatura dell’euro attuale. Si vocifera che gli ambienti europei stiano prendendo in considerazione l’extrema ratio di creare un euro di serie B, ossia di suddividere l’Eurozona in due zone e con due monete: una per gli stati virtuosi del Nord Europa, una per i Piigs. L’Italia rientrerebbe in questa seconda fascia, con una valuta che potrebbe oscillare entro certi limiti verso l’euro del nord. Tale misura potrebbe essere la risposta che Bruxelles avanzerebbe immediatamente dopo l’addio (certo) di Atene alla moneta unica, per evitare che la sfiducia degli investitori porti nel baratro tutti gli stati membri. Ci permettiamo di fare notare, ad ogni modo, che la frantumazione dell’Eurozona sarebbe l’infrangimento di un fortissimo tabù europeo, tale per cui il ricorso a due valute per l’Area Euro dovrebbe essere considerata un’opzione realistica, solo a condizione che si realizzi lo scenario più apocalittico per il post-default ateniese.

Condividi su
flipboard icon
Seguici su
flipboard icon
Argomenti: Crisi Euro, Default Grecia