L’euro resta una sfida non raccolta e le divisioni in Germania si rafforzano

La crisi dell'euro non trova risposte immediate. La Commissione europea presenta le sue proposte di riforma, ma la Germania è divisa e in preda alla peggiore crisi politica da 70 anni.

di Giuseppe Timpone, pubblicato il
La crisi dell'euro non trova risposte immediate. La Commissione europea presenta le sue proposte di riforma, ma la Germania è divisa e in preda alla peggiore crisi politica da 70 anni.

Se guardassimo ai soli numeri dell’economia, l’Eurozona non se la passerebbe così male, se è vero che stia per concludere il suo quarto anno consecutivo di crescita e al ritmo maggiore da un decennio a questa parte. L’inflazione stenta a decollare verso il target, ma per le famiglie dell’area sarebbe in sé una buona notizia, così come quella sul tasso di disoccupazione, sceso sotto il 9% e ai minimi da nove anni. Il cambio euro-dollaro si è rafforzato quest’anno del 12% e si attesta in queste ore a 1,18, risalendo in un mese dell’1,8%. Pur in calo su base annua, nei primi nove mesi del 2017 la bilancia commerciale dell’Eurozona è risultata positiva per 170,4 miliardi, nonostante l’euro si sia apprezzato mediamente del 6% contro le altre valute, nel frattempo.

Tuttavia, i numeri non raccontano tutta la verità e, soprattutto, quelli dell’area rappresentano sempre una media tra condizioni economiche molto diverse da stato a stato, con la Germania in piena occupazione, ad esempio, e quasi un greco su quattro senza lavoro, così come più un giovane italiano su tre. Per superare l’impasse, la Commissione europea starebbe studiando alcune riforme, che dovrebbero almeno consentire alle istituzioni comunitarie di affrontare meglio eventuali casi di crisi, se non di anticiparli.

Una delle proposte allo studio di Jean-Claude Juncker e su cui i governi dell’area tendono sempre più a concordare riguarda la trasformazione dell’ESM, il Fondo di stabilità permanente, in una sorta di Fondo Monetario Europeo, prendendo atto sia della necessità di possedere un ente che sia dotato di risorse e di poteri sufficienti per soccorrere eventuali stati in difficoltà, sia dell’impossibilità di assicurarsi sempre e comunque il sostegno dell’FMI, come segnala palesemente il caso della Grecia. Tuttavia, se tutti i 19 governi concordano sull’opportunità di rafforzare l’ESM, restano le divisioni sul piano formale, ovvero su chi debba controllarlo. Il ministro delle Finanze lettone, Dana Reizniece-Ozola, si è espresso già contro l’ipotesi che a gestirlo siano i commissari, sostenendo che dovrebbero farlo gli stessi governi. (Leggi anche: I ricchi si sono stancati di mantenere i poveri, ecco cosa spiega la crisi europea)

Germania leader zoppo

E Bruxelles punterebbe anche a dedicare un bilancio apposito per l’Eurozona, all’interno di quello di tutta la UE, prendendo atto di come l’area avrebbe bisogno di risorse dedicate per superare eventuali shock economici. Ma qui arriverebbe l’opposizione della Francia, la quale con il presidente Emmanuel Macron vorrebbe che l’unione monetaria si dotasse di un bilancio comune e di un ministro delle Finanze unico e vedrebbe nella proposta di Juncker un espediente alternativo per allontanare la più ambiziosa proposta di Parigi. (Leggi anche: Asse franco-tedesco più debole)

Il problema attuale, però, è che nessun dibattito potrà aprirsi ufficialmente senza la Germania, che in questi mesi attraversa la sua più grave crisi politica dal 1949, anno delle prime elezioni democratiche dopo la Seconda Guerra Mondiale. E proprio l’euro non solo continua a dividere gli schieramenti, ma li allontanerebbe ulteriormente. Domani, i socialdemocratici dell’SPD di Martin Schulz si riuniscono per un congresso, nel quale dovranno decidere se partecipare ai colloqui con i conservatori della CDU-CSU della cancelliera Angela Merkel, dopo il fallimento del negoziato tra questi ultimi con liberali e Verdi. Il via libera appare molto probabile, anche se non rappresenterà in sé un avallo definitivo alla Grosse Koalition, dato che l’ultima parola spetterà alla base dopo le eventuali trattative.

E la leadership di Schulz, incoronato a capo del partito solamente nove mesi fa con il 100% dei voti dei delegati, appare fragile, avendo l’SPD accusato il peggiore risultato elettorale da 70 anni con meno del 21% dei consensi ottenuti a settembre. Ad insidiarne la segreteria vi è Andrea Nahles, ministro del Lavoro uscente e capogruppo al Bundestag del partito, che capeggia l’ala sinistra dei socialdemocratici. Schulz assicura ai suoi uomini di voler negoziare con la cancelliera maggiori benefici assistenziali per gli anziani, il venir meno delle assicurazioni sanitarie private e una maggiore solidarietà tra stati dell’Eurozona, accettando le proposte di riforma di Macron.

Merkel e avversari in difficoltà

Dal canto suo, la stessa cancelliera si trova in difficoltà tra i suoi, con gli alleati bavaresi a spostarsi più a destra, dopo che il governatore Horst Seehofer ha annunciato che non si ricandiderà per un altro mandato, lasciando di fatto spazio a Markus Soeder, che rappresenta posizioni più nettamente contrarie alle frontiere aperte sull’immigrazione e sposa una linea più intransigente proprio sull’euro e sulle condizioni per restare nell’area. In un certo senso, possiamo affermare che i venti di ennesime larghe intese tra i due schieramenti stiano spostando entrambi su posizioni più divaricanti, con l’SPD verso sinistra e il blocco conservatore più a destra.

E per quest’ultimo, si tratta di una necessità, oltre che di sentimenti. Al Bundestag, un quarto dei deputati appartiene adesso a due partiti alla sua destra e contrari ai salvataggi pubblici di stati e banche, chiedendo il rispetto rigoroso delle regole fiscali. Parliamo sia degli euro-scettici dell’AfD, terza formazione per consensi a settembre, sia degli europeisti dell’FDP, che guidati da Christian Lindner, si stanno mostrando più duri delle attese nel dopo elezioni, poco inclini a facili compromessi. Un siffatto panorama politico non lascia ipotizzare molto di buono per un possibile accordo a Bruxelles tra le 19 economie dell’Eurozona. La moneta unica continuerà probabilmente ad essere gestita senza alcuna prospettiva di lungo periodo, affidandosi a codicilli e trattati e al buon cuore della BCE. Se arrivasse una nuova crisi finanziaria, ci si arrangerebbe per l’ennesima volta alla meno peggio. Sempre che in carica rimarranno ancora a lungo governi e maggioranze europeisti. (Leggi anche: Perché la crisi dell’euro difficilmente sarà risolta con l’unione politica)

 

 

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Argomenti: Crisi Euro, Crisi Eurozona, Germania, Politica Europa

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