Come l’euro protegge l’Italia da 20 anni da una fine sudamericana

L'euro può essere anche imperfetto, ma all'Italia ha fatto bene. Ecco come ci ha sistemato i conti pubblici negli ultimi 20 anni.

di Giuseppe Timpone, pubblicato il
L'euro può essere anche imperfetto, ma all'Italia ha fatto bene. Ecco come ci ha sistemato i conti pubblici negli ultimi 20 anni.

Euro sì, euro no. Dovevano essere le elezioni della verità dopo anni di dibattito sul tema della permanenza dell’Italia nell’unione monetaria. Invece, vuoi per calcolo politico, vuoi perché si è attenuato il risentimento degli italiani verso la moneta unica, fortissimo fino a 2-3 anni fa, nessuno schieramento si sta presentando agli elettori con la proposta di uscire dall’euro; semmai i partiti cosiddetti “euro-scettici” la prendono alla larga, sostenendo che l’“Italexit” resterebbe un’opzione per il caso in cui a Bruxelles non venissero comprese le nostre ragioni e accettate le nostre richieste, le quali non sono note, ad essere sinceri.

E meno male che il dibattito sull’euro si è sopito, perché il rischio di una degenerazione che ci portasse realmente fuori dall’area non era stato tanto basso. Non che la moneta unica sia stata concepita perfetta, tutt’altro. Integrare 19 economie è operazione complessa e che richiederà probabilmente decenni prima che si arrivi a una sorta di equilibrio socialmente ed economicamente accettabile. Tuttavia, il confronto dovrebbe avvenire con la situazione che ci siamo lasciati alle spalle, ovvero con l’era della “mitica” lira, che in tanti tra i politici ricordano in maniera profondamente diversa dalla realtà.

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Debito pubblico italiano con la lira e sotto l’euro

Partiamo da due elementi per capire meglio. Negli anni Novanta, prima che si conoscesse la sorte dell’Italia sull’ingresso o meno nell’Eurozona, i rendimenti dei titoli di stato all’atto della loro emissione si aggirano mediamente al 10,8%. Parliamo del periodo che va dal 1990 a tutto il 1997. E la stessa durata media del debito emesso era bassa, ovvero di 3,8 anni. Dal 1998, anno in cui fu ufficializzato l’ingresso nella costituenda area, e fino al dicembre scorso, i rendimenti italiani all’emissione si sono mediamente attestati al 2,8% (allo 0,7% nel 2017), mentre la vita media residua del debito si è allungata a 6,4 anni (6,9 anni nel 2017).

Cosa significa? Che il Tesoro ha potuto indebitarsi a costi 4 più bassi sotto l’euro rispetto ai tempi della lira, pur quasi raddoppiando le scadenze dei titoli emessi. In questo modo, il debito pubblico italiano si è potuto consolidare, nonostante non siamo riusciti ad abbatterne il rapporto rispetto al pil. La conseguenza visibile di questo processo la noteremo meglio nei prossimi anni, quando per la prima volta dall’ingresso nell’euro ci troveremo ad affrontare una fase rialzista dei tassi sul mercato. Se fossimo con la lira, subiremmo quasi immediatamente gli effetti del rincaro del denaro, sia perché ogni anno dovremmo rinnovare una quantità maggiore di debito, sia anche perché dovremmo farlo a costi ben più alti. Oggi, invece, appena un settimo dell’intero stock arriva mediamente in scadenza ogni anno, per cui ci servirebbero 7 anni per subire un aumento a regime del costo su tutto il debito.

A titolo di confronto, se quest’anno dovessimo rinnovare il debito agli stessi rendimenti vigenti agli inizi degli anni Novanta e in era lira, dovremmo sborsare qualcosa come quasi 40 miliardi in più, circa il 2,3% del pil. Immaginate quali effetti deleteri avrebbe sul nostro bilancio statale e quale reale austerità saremmo costretti ad attuare solo per pagare la spesa per interessi. Si pensi che nel 2011, anno in cui esplose la crisi dello spread e si diffuse il panico sui mercati per il possibile imminente default italiano, i rendimenti medi all’emissione furono del 3,6%, un terzo dei livelli pre-euro. Altro che convergenza verso il Nord Europa. Restando ai tempi della lira, avremmo fatto la stessa fine di un’economia sudamericana, un po’ come l’Argentina di inizio Millennio. Non che la sovranità monetaria in sé ci avrebbe portato al default, bensì il modo in cui l’abbiamo intesa nell’ultima fase della Prima Repubblica. Qualcuno giustamente eccepirà che quelli fossero altri tempi e che allora l’inflazione risultasse ben più alta di oggi. Vero, ma non è forse quanto vanno invocando i sostenitori delle stamperie monetarie e della crescita drogata dalle svalutazioni competitive?

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Argomenti: bond sovrani, Crisi del debito sovrano, Crisi economica Italia, Debito pubblico italiano, Economia Italia, rendimenti bond

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