L’euro non cambierà pelle dopo le elezioni europee, la Germania difenderà il modello tedesco

La Germania non stravolgerà il modello tedesco e l'euro non ne è stato l'artefice. Alla prossima crisi, le tensioni con la Francia monteranno, perché Parigi non può permettersi di seguire Berlino.

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La Germania non stravolgerà il modello tedesco e l'euro non ne è stato l'artefice. Alla prossima crisi, le tensioni con la Francia monteranno, perché Parigi non può permettersi di seguire Berlino.

I “sovranisti” conquisteranno anche oltre 150 seggi all’Europarlamento di Strasburgo con le prossime elezioni europee del 26 maggio. Stando alle proiezioni dei sondaggi, potrebbero diventare la seconda forza nell’assemblea, anche se difficilmente saranno in grado di impedire la formazione di una maggioranza filo-UE, che si avrebbe mettendo assieme PPE, socialisti, liberali e Verdi.

E si consideri che trattasi di una galassia, al cui interno coesistono partiti di diversa ispirazione ideologica sull’economia, con il nord più tipicamente “liberista” e favorevole alle politiche di austerità fiscale e il sud più prono al deficit spending e alla difesa dell’interventismo statale. Ad ogni modo, chi pretende che l’esito delle urne, pur in sé rivoluzionario, travolga l’impalcatura su cui si regge l’euro rischia di vedere frustrate le proprie aspettative. Non basterà uno smottamento a destra dell’arena politica per mettere la Germania con le spalle al muro, anche se paradossalmente proprio il matrimonio in corso con la Francia di Emmanuel Macron finirà con ogni probabilità con un divorzio rovinoso tra i due coniugi.

Parigi e Berlino hanno tutto l’interesse a mostrarsi unite nella gestione delle istituzioni comunitarie. Così è da decenni e l’unione tra i due stati si è rafforzata dal 2008, ossia con lo scoppio della crisi finanziaria mondiale che ha quasi fatto sparire l’euro. Tuttavia, l’unità di intenti tra le due capitali non trova corrispondenza in una visione comune sull’economia e, in generale, sul modello europeo a cui ispirarsi. Quella francese è un’economia caratterizzata da alta spesa pubblica, alte tasse e una gestione “colbertiana” da parte dello stato, che sta spingendo l’indebitamento pubblico al 100% del pil e in cui le riforme di stimolo della produttività e della crescita vengono avversate da ampi strati della popolazione. Vedasi il fenomeno dei “gilet gialli” di questi mesi.

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La Germania esportava anche con il marco, Italia e Francia no

Viceversa, il modello tedesco è “export led”, fondato sulla competitività, prezzi e salari bassi, conti pubblici ordinati e uno stato sociale avanzato che assiste il cittadino nelle fasi del bisogno.

Sbagliato pensare, però, che esso sia nato con l’euro. I surplus commerciali ingenti di quest’ultimo decennio hanno fatto gridare allo scandalo quanti nell’area credono che siano conseguenza delle distorsioni provocate da una moneta unica, la quale rendendo impossibili le variazioni dei tassi di cambio tra gli stati aderenti, finisce per ampliare le differenze tra economie competitive e non. In parte, è vero. I numeri, però, ci offrono una descrizione meno parziale del fenomeno. Nel trentennio precedente alla nascita ufficiale dell’euro, la Germania ha registrato avanzi commerciali medi del 3,5% del pil. Per contro, l’Italia ha chiuso con un deficit medio all’1% e la Francia dello 0,8%.

Dunque, i tedeschi erano esportatori netti anche con il marco, mentre italiani e francesi importavano con lire e franchi. E questo, nonostante nello stesso periodo il marco si fosse rafforzato dell’85% contro la lira e del 55% contro il franco francese. L’idea che l’euro abbia sostenuto le esportazioni di una Germania altrimenti destinata a soccombere alla potenza dei suoi principali competitor europei è, ahi noi, una favola che ci raccontiamo per esorcizzare i nostri mali, per allontanare le nostre responsabilità dai fallimenti economici di questi decenni. Il modello tedesco preesiste all’euro e gli sopravvivrà anche nel caso in cui questi dovesse un giorno non esservi più, almeno non così come lo conosciamo da 20 anni.

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Francia e Germania unite solo in apparenza

Le tensioni tra Germania e Nord Europa da una parte e Francia dall’altra (e con essa, tutti gli stati del Sud Europa) esploderanno con l’eventuale ulteriore rallentamento dell’economia nell’Eurozona, quando una BCE con armi pressappoco spuntate non riuscisse da sola a invertire la tendenza e a rinvigorire la crescita del pil. A quel punto, i fari si accenderanno sulla politica fiscale, la seconda gamba della politica economica, ad oggi inutilizzata nell’area per una precisa scelta della Commissione europea a trazione tedesca.

Berlino ha spinto sin dall’inizio della crisi per conti pubblici in ordine, arrivando a imporre ai partner il Fiscal Compact nel 2012, una moneta di scambio per avallare negli anni seguenti l’allentamento monetario di Francoforte. Questo ha dato alcuni frutti, ma non quanto si sperasse, se è vero che a 11 anni dal crac di Lehman Brothers, l’Eurozona tiene i tassi a zero e ancora discute su come rilanciare la ripresa, con tassi di disoccupazione al sud a due cifre, ossia in Grecia, Spagna e Italia e poco meno in Francia.

Dirimente sarà la scelta del successore di Mario Draghi, il quale s’insedierà a capo dell’Eurotower dal prossimo novembre. Se ricadrà su un “falco”, più difficile che dall’istituto arrivino nuovi stimoli, ma ciò non farà che rendere ancora più indispensabile il sostegno per via fiscale, ossia l’allentamento dei conti pubblici e l’avallo ai deficit di bilancio, richiesti da paesi come Italia e, in fondo, messi in atto dalla stessa Francia; se si opterà per una “colomba”, la Germania dovrà aspettarsi ulteriori misure non convenzionali, frustrando le aspettative dei suoi risparmiatori, da anni indispettiti dalla “repressione finanziaria” in atto, che annulla i frutti dei loro sacrifici. E, per quanto abbiamo vissuto nell’ultimo quinquennio, nemmeno per tale via dovremmo confidare granché in una ripresa economica stabile e generalizzata.

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Modello tedesco non legato all’euro

Sulla Germania monteranno le pressioni dei partner, affinché cessi la politica dei surplus, magari tagliando le tasse e/o aumentando gli investimenti pubblici, così da rilanciare la domanda interna e con essa le importazioni di beni e servizi dal resto dell’Eurozona. Illusioni, sia perché non accadrà, se non in misura eventualmente marginale, sia perché non basterà spendere qualche euro in più a Berlino per fare ripartire Roma e Parigi e accelerare i ritmi di crescita a Madrid.

La storia pre-euro, poi, ci spiega che nemmeno in un regime di cambi (parzialmente) flessibili è assicurato un riequilibrio tra economie sulla base dei soli aggiustamenti valutari, anche perché i prezzi sono solo una componente del successo delle esportazioni di un paese e, inoltre, valute deboli finiscono per generare inflazione e a gonfiare i prezzi di vendita sui mercati esteri, di fatto annullando l’effetto benefico delle svalutazioni.

La Germania ha buone ragioni per difendere il suo modello economico, perché esso non nasce con l’euro e, quindi, non è frutto di una truffa ai danni dei partner, sebbene la moneta unica lo abbia reso inattaccabile dagli altrimenti frequenti aggiustamenti dei tassi di cambio, ampliandone il successo. E se l’Italia condivide una propensione all’export, che dal 2014 sostiene la sua fragile ripresa economica, non lo stesso può dirsi della Francia, dove esportazioni e partite correnti restano negative e che, pertanto, deve la sua relativa forza solo alla domanda interna, alimentata a colpi di deficit pubblico. Francesi e tedeschi, la cui amicizia si è consolidata formalmente nelle scorse settimane con la firma del Trattato di Aquisgrana, sembrano sempre più due sposi uniti in matrimonio sulla base di aspettative divergenti l’uno con l’altro. I paradigmi su cui si fonda tale unione appaiono conflittuali, pur mascherati dal comune interesse a far fuori quanti dall’esterno vorrebbero partecipare al processo decisionale a Bruxelles. Basterà per rendere inossidabili le nozze o prima o poi i due si presenteranno dal giudice per chiedere la separazione?

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