Come l’euro forte potrebbe far bene all’Italia, partendo dai BTp

Il rafforzamento dell'euro non è necessariamente un male per l'economia italiana. Vediamo cosa accadrebbe ai nostri BTp.

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Il rafforzamento dell'euro non è necessariamente un male per l'economia italiana. Vediamo cosa accadrebbe ai nostri BTp.

Ieri è stata una data importante per i mercati finanziari, perché per la prima volta dal gennaio di due anni fa, il cambio euro-dollaro ha superato la soglia di 1,20, ampliando i guadagni a oltre il 14% in quasi 8 mesi di questo 2017. C’è molta psicologia in quella soglia, in quanto segna l’allontanamento definitivo dalla parità, il cui raggiungimento veniva considerato alla portata fino alla primavera scorsa, quando ancora non si sapeva come sarebbero andate a finire le elezioni in Francia.

Da lì, una risalita quasi incessante, prima a quota 1,10, successivamente a 1,15, fino alla seduta di ieri. (Leggi anche: Super euro oltre 1,20 contro il dollaro, non accadeva da gennaio 2015)

Non è solo un evento importante sul piano psicologico per l’euro. Il superamento del cambio a 1,20 contro il dollaro segna una nuova fase, i cui effetti sarebbero controversi sull’economia nell’Eurozona. Una moneta unica troppo forte, spiegano gli analisti, finirebbe per colpire le esportazioni dell’area, rallentando la ripresa del pil proprio adesso che tenderebbe ad accelerare. Per non parlare dell’inflazione: euro più forte significa prezzi alle importazioni più bassi, con ricadute negative sui prezzi finali. L’inflazione si allontanerebbe dal target della BCE, anziché avvicinarsi. E dire che già a luglio era all’1,3% su base annua, di oltre mezzo punto più basso rispetto all’obiettivo di Francoforte.

Se il cambio euro-dollaro sfondasse 1,2167 – metà del ritracciamento tra l’apice toccato prima dell’indebolito nel maggio 2014 e il minimo di inizio anno – sui mercati s’innescherebbero meccanismi rialzisti per la moneta unica. Certo, la politica monetaria tendenzialmente più restrittiva della Federal Reserve dovrebbe evitare un eccessivo rafforzamento nel breve termine dell’euro, ma quando anche la BCE avvierà il ritiro graduale degli stimoli, chi può dire dove si porterebbe il cross tra le due valute, sempre che nell’Eurozona non esplodano tensioni di tipo politico?

Investitori stranieri in fuga dall’Italia

L’Italia guarda con particolare sospetto all’euro forte. Restiamo fondamentalmente ancorati con il pensiero agli anni della liretta, quando le esportazioni tiravano grazie alle svalutazioni competitive senza troppe preoccupazioni per un’inflazione finanche a 2 cifre.

Se i tedeschi si rallegrano del super euro, vedendo in esso un antidoto contro il rischio di eccessivo surriscaldamento dei prezzi interni, a Roma si teme che la già debole ripresa economica nostrana possa spegnersi, venendo meno il supporto della domanda estera.

I rischi esistono indubbiamente, ma bisogna anche ampliare lo sguardo al complesso della nostra economia per prevedere il possibile impatto che un cambio più forte avrebbe su di essa. E non è detto che sia sempre e comunque negativo. Prendiamo i titoli di stato: appena un terzo è oggi in mano agli investitori stranieri, una percentuale nettamente più bassa a oltre il 50% di Francia e Portogallo, così come a quella degli stessi BTp nel 2010, quando arrivò all’apice del 52%. (Leggi anche: Debito pubblico, investitori stranieri in fuga)

Non vi è dubbio che la fuga degli investitori stranieri abbia avuto a che vedere fino al 2014 con il maggiore rischio sovrano dell’Italia percepito all’estero, mentre con l’avvio del “quantitative easing” è legato essenzialmente alla cessione di bond da parte dei detentori alla BCE, i quali hanno preferito sbarazzarsi dei nostri titoli, riducendo le esposizioni. Aldilà delle tensioni finanziarie e politiche, pesa un ruolo non secondario anche il fattore cambio.

Con l’euro forte si tornerà a investire in Italia?

Chi prevede che l’euro s’indebolirà contro le altre valute tenderà a comprare meno assets denominati nella moneta unica, specie se il suo obiettivo consistesse nella speculazione a medio termine. A meno che non ci si attenda un rialzo dei prezzi, tale da compensare le variazioni negative attese sul fronte cambio. Con un debito pubblico al 133% del pil, non è il caso dell’Italia. Da qui, le vendite degli ultimi anni e la discesa degli investitori stranieri ad appena 660 miliardi di euro di titoli di stato italiani su un totale di circa 1.900 miliardi negoziati sul mercato secondario.

Ora, però, il cambio euro-dollaro si sta rafforzando oltre quanto s’immaginasse fino a poche settimane fa, per cui le prospettive sembrano essere cambiate in fretta.

Un euro atteso più forte spinge gli investitori stranieri a comprare assets nell’Eurozona, compresi i bistrattati BTp. Certo, con l’avvio del “tapering” della BCE, la tendenza prevalente dovrebbe essere di vendere, perché tassi e rendimenti più alti sui mercati implicano movimenti dei prezzi al ribasso, specie per le scadenze medio-lunghe. (Leggi anche: Crisi BTp, attenti a un numero)

E se il mercato iniziasse a scontare il ritorno nel medio termine del cambio euro-dollaro ai livelli pre-caduta, ovvero a 1,40? Rispetto ad oggi sarebbe un apprezzamento di oltre il 16%, tale da compensare le probabili perdite subite dal calo dei prezzi dei bond denominati in euro. Prendiamo il caso estremo del BTp 2067, emesso per la prima volta per questa scadenza nell’ottobre 2015 al rendimento del 2,8%. Ad oggi, ha perso il 14,5%, scendendo a un prezzo di 84,8. E’ abbastanza verosimile che nel medio-lungo termine la quotazione continui a diminuire, perché nemmeno un folle si spingerebbe a credere che un bond a 50 anni possa rendere in Italia solo poco più del 3%.

Immaginiamo che si porti fin sotto 70 entro qualche anno. Il rendimento salirebbe intorno al 5%, ma rispetto ad oggi le perdite si attesterebbero tra il 15% e il 20%. Nessuno credibilmente lo acquisterebbe, tranne che non scontasse un apprezzamento del cambio, tale da compensare le perdite attese. Adesso che appare molto più credibile e veloce di qualche mese fa una risalita dell’euro ai livelli pre-QE, gli investitori esterni all’Eurozona potrebbero iniziare a tornare, puntando sull’Italia. Assisteremmo a uno spostamento della domanda di BTp da famiglie e istituzionali italiani verso gli investitori stranieri. I primi si sbarazzerebbero dei bond, cedendoli ai secondi. Il calo dei prezzi ne risulterebbe attenuato e i rendimenti salirebbero meno di quanto temuto. Tutto questo, al netto di ogni considerazione sul futuro della politica italiana. (Leggi anche: Debito pubblico su, rendimenti giù e la crisi che verrà in un grafico)

 

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