L’euro compie 20 anni e Draghi è l’unico a difenderlo. Cosa succederà con il suo addio alla BCE?

L'euro compie 20 anni e alla BCE già si guarda al dopo Draghi. Il nome del successore appare un rebus politico non facile da risolvere e con forti rischi per la moneta unica.

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L'euro compie 20 anni e alla BCE già si guarda al dopo Draghi. Il nome del successore appare un rebus politico non facile da risolvere e con forti rischi per la moneta unica.

Era l’1 gennaio del 1999, quando l’euro diventava ufficialmente la moneta di riferimento dei 12 stati che erano stati ammessi l’anno prima a far parte dell’esclusivo club. I tassi di cambio tra i membri venivano così fissati irreversibilmente, mentre per i successivi tre anni si continuava a utilizzare le monete nazionali per gli acquisti domestici, così come per commerciare con il resto del mondo.

Sono trascorsi due decenni e il bilancio appare in chiaroscuro. Potremmo individuare uno spartiacque nella ancor giovane vita dell’euro: il 2009. Fino ad allora, la moneta unica non aveva ricevuto forti critiche, se non marginali, né ne era stata messa in dubbio l’esistenza da parte dei politici e dei mercati. Anzi, l’appartenenza all’unione monetaria aveva beneficiato nel corso del primo decennio proprio il sud, con i capitali a fluirvi copiosi per via dell’azzeramento del rischio di cambio e del percepito miglioramento quasi automatico della solidità dei debiti emessi. Con lo scoppio della crisi finanziaria nel 2008, sappiamo come sia andata.

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L’ultimo decennio è stato a dir poco travagliato per l’euro. Nell’estate del 2012, la tempesta finanziaria che imperversava in economie come Italia e Spagna stava portando alla fine dell’esperienza iniziata nel ’99 e solo l’intervento in extremis di Mario Draghi, da pochi mesi governatore della BCE, evitava il ritorno alle monete nazionali. Fu il famoso “whatever it takes”, con cui il banchiere segnalò agli investitori che avrebbe fatto di tutto per difendere l’euro. Tanto bastò per riportare gradualmente la calma, sebbene i dubbi e i problemi siano rimasti praticamente intatti.

E quest’anno non ricorre solo il ventesimo anniversario dalla nascita dell’euro, ma si avrà anche la nomina del quarto governatore della BCE. Alla fine di ottobre, infatti, scade il mandato di 8 anni di Draghi e sul nome del successore non vi è più alcuna certezza dopo la rinuncia (informale) della Germania a guidare l’istituto.

Per anni, si era speculato sul capo della Bundesbank, Jens Weidmann, il “falco” monetario ostile al “quantitative easing” e fautore di una stretta quanto prima dei tassi. Tuttavia, Berlino punta adesso a controllare la prossima Commissione europea e in corsa vi è per il Partito Popolare il bavarese Manfred Weber, vicino alla cancelliera Angela Merkel. Pertanto, escludendo un successore italiano dalla rosa dei papabili e mettendo in conto che la Spagna ha piazzato già come vice-governatore Luis de Guindos, la pista porterebbe al centro-nord. La Francia, in teoria, sarebbe anch’essa fuori dai giochi, avendo già avuto tra il 2004 e il 2011 come governatore Jean-Claude Trichet.

I papabili dopo Draghi

In realtà, il dopo Draghi lo deciderà il nuovo assetto politico-istituzionale che uscirà fuori dalle elezioni europee. L’asse franco-tedesco appare molto indebolito dalle vicissitudini domestiche che stanno travolgendo Frau Merkel da una parte e il presidente Emmanuel Macron dall’altro. L’avanzata dei “sovranisti” euro-scettici rischia di far saltare la maggioranza a Strasburgo, che da decenni si regge sull’alleanza tra PPE e socialisti. E poiché sono i capi di stato e di governo, sulla base degli equilibri politici, a decidere chi debba andare dove, il prossimo governatore della BCE rischia di essere, più che la persona giusta al posto giusto, il frutto di una mera mediazione tra nazionalità e appartenenze partitiche. L’identikit perfetto del prossimo governatore sarebbe un candidato del nord, vicino alla Germania e proveniente da uno stato di medio-piccole dimensioni, un falco che stia bene pure alle colombe, che metta d’accordo popolari e socialisti. A chi risponde questa descrizione? Potrebbe essere quella di un tale Erkki Liikanen, ex governatore della banca centrale finlandese, esponente socialdemocratico e già a capo della struttura di riforma bancaria della UE.

Il suo nome andrebbe più che bene a tutto il governo tedesco – e già questa ormai sarebbe una novità – in quanto si tratterebbe di scegliere una personalità vicina alle posizioni di Berlino e al contempo capace di strizzare l’occhio a quanti nel sud propugnano una politica monetaria accomodante.

L’attuale governatore di Helsinki, Olli Rehn, invece, avrebbe minori chance. Da commissario agli Affari monetari tra il 2009 e il 2014, si fece detestare al sud, specie in Italia. Occhio, poi, all’austriaco Ewald Nowotny, solito a spiazzare con le sue esternazioni mai scontate e che alternano una visione da falco a una da colomba, ma sostanzialmente vicino sia alla Germania che a Draghi. La Francia, infine, sarebbe tutt’altro che tagliata fuori, potendo vantare ben tre nomi spendibili, ossia il governatore François Villeroy de Galhau, il membro esecutivo Benoit Coeuré e persino il direttore generale del Fondo Monetario Internazionale, Christine Lagarde.

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Il rebus della successione

Parigi, però, sconta la debolezza politica del suo presidente e l’inimicizia di questi con stati come l’Italia, nonché lo scetticismo degli stessi tedeschi, i quali tutto vorrebbero, tranne che di essere surclassati a Francoforte dai francesi, dopo avere “subito” l’ottennato italiano. Per questo, l’ipotesi più probabile è che si vada davvero a pescare tra la Scandinavia e la Mitteleuropa. E se la nazionalità non dovrebbe avere alcun peso nel (pre-)giudizio sul possibile operato di ciascun candidato, il rischio reale a cui andremmo incontro come Eurozona consiste nel sostituire Draghi con una personalità incapace di cogliere la complessità “politica” dell’unione monetaria. L’italiano seppe andare oltre gli stretti steccati dello statuto nel 2012, di fatto salvando l’euro. Se si fosse attenuto alle regole senza alcuna interpretazione, oggi probabilmente saluteremmo l’arrivo del 2019 con lire, marchi, franchi, pesete, fiorini, scellini, etc.

I piccoli stati del centro-nord hanno ad oggi esibito un sovranismo ben più concreto e testardo di quello formalmente ostentato dalle formazioni del sud che con orgoglio si rifanno a questo tipo di visione nell’ambito dell’economia e delle relazioni internazionali. Facendo di tutta l’erba un fascio, pronosticheremmo che da Finlandia, Olanda, Austria, etc, non dovremmo attenderci un governatore capace di mettere insieme le istanze delle economie più vigorose con quelle deboli.

E se è vero che sui tassi le decisioni vengono assunte quasi sempre a stragrande maggioranza o all’unanimità nel board e sulla base dei dati macro, indubbio che la sensibilità del governatore verso un’opzione o l’altra giochi un ruolo dirimente. Non ci sarebbero stati alcun “whatever it takes”, QE, azzeramento dei tassi e alcuna adozione dei tassi negativi sui depositi overnight delle banche senza Draghi, a parità di dati sull’inflazione, il cui contenimento a poco meno del 2% costituisce l’unico mandato della BCE.

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Il realismo che rischia di mancare dopo Draghi

Se Draghi nel 2012 ha dato vita a una fase anomala e al contempo salvifica della moneta unica, molto lo si deve al suo essere italiano. Da cittadino del Bel Paese, infatti, ha compreso che un po’ tutto il Sud Europa non avrebbe retto alla tempesta finanziaria e ai tassi esplosivi provocati dalla crisi dello spread. E ciò avrebbe spazzato via l’euro, seminando in giro per instabilità dei prezzi e depressione economica. Un tedesco avrebbe fatto lo stesso al suo posto? Improbabile, ma non impossibile. In fondo, la Germania guida quasi apertamente l’area e avverte pur sempre il peso della responsabilità. Non lo stesso dicasi per chi condividesse le stesse istanze di un tedesco, ma provenendo da uno stato di piccole dimensioni. In quel caso, il senso della leadership verrebbe meno e sarebbe colmato probabilmente dalla volontà di eseguire il mandato nell’alveo dello statuto, ignorando la specificità dell’Eurozona, cioè di esitare dati macro frutto di una media ponderata tra le statistiche nazionali, laddove a fronte di un’inflazione media del 2%, si potrebbe benissimo avere una Germania prossima al 3% e un’Italia vicina allo zero, con la prima a rispecchiare un’economia in piena salute e la seconda in depressione.

E un governatore del nord non tedesco con ogni probabilità non asseconderebbe i propositi di Bruxelles nel perseguire il completamento dell’unione monetario, sollecitato da Draghi anche negli ultimi giorni del 2018, nonché avrebbe ottime ragioni formali nel difendere un’impostazione meno accomodante, notando come il QE avrebbe istigato comportamenti di “azzardo morale” tra i governi del sud, allontanando la realizzazione delle riforme economiche promesse e sempre rinviate. Si rischia, insomma, una rottura tra creditori e debitori, tra nord e sud, tra filo-austerity e presunti lassisti. Servono autorevolezza e lungimiranza dopo Draghi e non è detto che entrambi i criteri fungano da guida per trovare il successore. Se così fosse, non è scontato che nel 2029 festeggeremo il trentesimo anniversario dalla nascita dell’euro.

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