Lettera UE all’Italia sul debito, ecco cosa prevedono le regole fiscali

All'Italia è arrivata la lettera della Commissione europea con un richiamo sull'eccesso di debito pubblico. Ecco cosa prevedono le regole fiscali.

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All'Italia è arrivata la lettera della Commissione europea con un richiamo sull'eccesso di debito pubblico. Ecco cosa prevedono le regole fiscali.

La lettera della Commissione europea all’Italia è arrivata, firmata dal commissario uscente agli Affari monetari, Pierre Moscovici, il quale chiede una risposta al governo Conte entro questo venerdì sui “fattori rilevanti” che hanno innalzato il rapporto tra debito pubblico e pil al 132,2% nel 2018, dal 131,4% dell’anno precedente. Anziché essere tagliato dello 0,3%, come concordato tra le parti, il deficit “strutturale” è aumentato dello 0,4%. Lo scostamento, che riguarda l’ultimo esercizio formalmente ancora regolato dalla legge di Stabilità del governo Gentiloni, sarebbe pari a 11 miliardi di euro. Non sappiamo ancora se nella lettera venga minacciata l’apertura della procedura d’infrazione contro l’Italia per “debito eccessivo”, la quale eventualmente sarebbe suggerita dai commissari al Consiglio europeo, che riunisce i 28 capi di stato e di governo della UE.

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Cosa prevedono esattamente le regole fiscali che l’Italia avrebbe trasgredito? Parliamo di vari trattati e accordi intergovernativi, che vanno dal Patto di stabilità del 1997 al Fiscal Compact e il “Six Pack” del 2011-’12. In sintesi, ciascuno stato dell’Eurozona dovrebbe avere un rapporto tra debito pubblico e pil non superiore al 60% e un deficit massimo consentito al 3%. Quanti non rispettano il limite del debito, tra cui Grecia, Italia, Portogallo, Francia e Spagna, ma anche Belgio, Austria, Irlanda, Cipro, etc., dovranno impegnarsi a rientrare nei criteri, attraverso il rispetto di determinate regole.

Le regole fiscali europee

Una di queste prevede che l’eccesso di debito in rapporto al pil debba essere tagliato annualmente del 5%. Ad esempio, l’Italia con un rapporto a quasi il 133% dovrebbe ridurlo di circa il 3,6-7% all’anno [(133-60) x 0,05].

In teoria, nel nostro caso servirebbe una crescita del pil nominale (inflazione inclusa) di circa il 3% e un bilancio in pareggio per ottemperare a tale criterio. Ma per tenere conto del ciclo economico, nonché delle voci una tantum del bilancio, la UE punta anche a concordare di anno in anno i target fiscali con i governi con riferimento al cosiddetto deficit strutturale. Esso è il disavanzo tra spese ed entrate, tenuto conto della condizione economica e delle misure che alimentano strutturalmente le prime e le seconde.

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Alla base del deficit strutturale vi è il concetto molto chiacchierato di “output gap”, per cui maggiore il divario tra ricchezza prodotta e potenziale di un’economia, maggiore la flessibilità concessa a un governo sul deficit. Qui, esistono vari problemi, tra cui di calcolo del pil potenziale, in sé un esercizio teorico, nonché di interpretazione. Ad esempio, l’Italia lamenta già quando al governo c’era il PD, che Bruxelles stimi il nostro pil ormai in linea con il potenziale, come dire che non saremmo in crisi e che, pertanto, non ci vada riconosciuta alcuna flessibilità ulteriore sui conti pubblici. Difficile immaginare che i commissari abbiano ragione, se i fattori produttivi come il lavoro sono lontani dal trovare pieno utilizzo. Ma questo “output gap” tende a restringersi man mano che la crisi di un’economia si prolunghi, cioè s’immagina che un paese in crisi da molto tempo tenda a vedere abbassate le proprie aspettative sul futuro.

Il deficit strutturale andrebbe tagliato dello 0,5% all’anno, tendendo al pareggio di bilancio. Quindi, non solo non sarebbe possibile reclamare un deficit fino al limite massimo del 3%, come da Patto di stabilità; anzi, dovremmo tagliarlo in misura tale da andare incontro all’abbassamento annuale del rapporto debito/pil, per quanto ancora non nelle percentuali fissate dal Fiscal Compact, attraverso una riduzione costante del deficit strutturale. E l’Italia negli anni passati ha garantito il rispetto dei target fiscali con la fissazione delle clausole di salvaguardia, salite per l’anno prossimo a oltre 23 miliardi, circa l’1,3% del pil, scattando le quali aumenterebbero considerevolmente le aliquote IVA.

Uno scenario funesto per i consumi interni, destinato a colpire negativamente l’economia italiana già malmessa, per cui urge trovare in fretta un nuovo compromesso per evitare la scure fiscale da un lato e l’eccessiva deviazione dagli obiettivi sui conti pubblici dall’altro. Il remake del film dello scorso autunno, con Roma e Bruxelles a guerreggiarsi sul deficit e lo spread a schizzare a livelli di allarme, sarebbe l’ultima visione a cui gli italiani avrebbero voglia di assistere.

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