Conti pubblici e banche italiane, l’eredità di Renzi: ora la UE pronta a punirci

Matteo Renzi dovrebbe twittare sui 3,4 miliardi richiesti dalla Commissione europea come manovra correttiva dei nostri conti pubblici, nonché del declassamento del rating sovrano di Dbrs.

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Matteo Renzi dovrebbe twittare sui 3,4 miliardi richiesti dalla Commissione europea come manovra correttiva dei nostri conti pubblici, nonché del declassamento del rating sovrano di Dbrs.

La musica per l’Italia è cambiata a Bruxelles. Dopo mesi di coccolamenti, più per evitare di danneggiare il governo Renzi alla vigilia del referendum costituzionale che per convinzione, la Commissione europea ha fatto recapitare una lettera al nuovo esecutivo a guida Paolo Gentiloni, nella quale si chiede di correggere i conti pubblici di 3,4 miliardi, altrimenti il nostro paese rischia l’apertura di una procedura d’infrazione per deficit eccessivo. La UE stima il nostro disavanzo fiscale al 2,4% del pil per quest’anno, lo 0,2% in più di quanto non fosse stato concordato nel maggio del 2016, quando per un soffio la legge di stabilità non fu bocciata dai commissari. Si rende così necessaria una manovra correttiva.

E dire che il presidente Jean-Claude Juncker abbia chiuso un occhio sia sulle spese per la ricostruzione dopo i terremoti nel Centro Italia dei mesi scorsi, considerate “una tantum”, sia sui 20 miliardi stanziati dal governo Gentiloni per salvare le banche italiane, anche in questo caso non computati tra il deficit strutturale. (Leggi anche: Crisi Eurozona, riunione difficile sui nostri conti pubblici)

Conti pubblici di Renzi bocciati

Al netto delle richieste, l’Italia godrebbe di flessibilità per altri 7 miliardi di euro nel 2017, dopo i 19 miliardi già strappati nel corso dello scorso anno. Il ministro dell’Economia, Pier Carlo Padoan, sarebbe al lavoro già da giorni con Bruxelles, al fine di trovare una soluzione di compromesso, anche se a Palazzo Chigi è più chiaro che mai, che i 3,4 miliardi richiesti dalla Commissione dovranno davvero essere reperiti stavolta.

E’ un’eredità tutt’altro che twittabile quella lasciataci dall’ex premier Matteo Renzi, come dimostrano sia l’intervento pubblico per evitare il fallimento di MPS e qualche altra banca minore, sia la bocciatura dei conti pubblici ad opera dell’agenzia di rating canadese Dbrs, l’ultima che fino al venerdì scorso assegnava ai nostri titoli di stato un giudizio in classe A, retrocedendoci a BBB. (Leggi anche: Dbrs taglia rating Italia a BBB)

 

 

 

 

Possibile colpo da downgrade per banche italiane

Le conseguenze per il nostro debito pubblico non dovrebbero essere drammatiche, come dimostrano i rendimenti sovrani piuttosto stabili alla riapertura dei mercati oggi. Qualche problema vi sarà, invece, proprio per le banche italiane, in quanto essendo ormai i nostri bond considerati di qualità inferiore a quella formalmente in vigore fino a tre giorni fa, la BCE si vede costretta a innalzare l’“haircut” richiesto sui titoli esibiti dai nostri istituti per ottenere liquidità.

Considerando che mediamente le banche italiane chiedono alle aste settimanali di Francoforte intorno ai 130-150 miliardi di euro e che l’aggravio medio sui bond sarà del 6%, esse dovranno o accontentarsi di ottenere fino a 9 miliardi di finanziamenti in meno alla BCE, oppure dovranno aumentare le garanzie tramite titoli di stato per lo stesso importo. (Leggi anche: Banche italiane, intervento statale da 20 miliardi insufficiente)

E in agguato 23 miliardi di clausole di salvaguardia

Le banche italiane detengono quasi 400 miliardi di euro investititi in BoT e BTp, per cui il problema non dovrebbe sussistere sul piano generale, ma qualche tensione potrebbe registrarsi per gli istituti minori, quelli meno esposti al debito pubblico italiano, che risulterebbero così con in mano un minore quantitativo di garanzie da offrire a Francoforte, in cambio di liquidità.

E il filo conduttore di tutte le novità di questi ultimi giorni è, appunto, lo stato negativo dei nostri conti pubblici, utilizzati dal precedente esecutivo come macchina per ampliare il consenso elettorale, ma finendo per ingigantire il debito pubblico fino al 133% del pil e per dare vita alla crescita economica tra le più basse di tutte le economie avanzate. Nessuno dimentichi il piano sciagurato di Renzi-Padoan, che nei mesi scorsi ha consistito non nel disinnescare le clausole di salvaguardia – quelle che scattando, farebbero aumentare l’aliquota IVA massima fino al 25,9% e quella sui generi alimentari al 13%- bensì nel rinviarle al prossimo anno. In ballo ci sono copertura da trovare per 23 miliardi da qui alla fine del prossimo anno. Auguri a chiunque vincerà le prossime elezioni politiche. (Leggi anche: Clausole salvaguardia, se Gentiloni dovrà fare il lavoro sporco)

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