L’emergenza debito e interessi che costrinse l’Italia a firmare l’ingresso nell’euro

Ecco le condizioni a cui l'Italia arrivò a firmare nel 1992 il Trattato di Maastricht per entrare nell'euro. Non fu una scelta realmente "libera".

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Ecco le condizioni a cui l'Italia arrivò a firmare nel 1992 il Trattato di Maastricht per entrare nell'euro. Non fu una scelta realmente

Sabato scorso, si è spento a 78 anni Gianni De Michelis, esponente di spicco del Partito Socialista negli anni Ottanta e fino a tutta la caduta della Prima Repubblica, nonché vicinissimo all’ex premier Bettino Craxi anche nei tragici ultimi anni di vita del suo auto-esilio in Tunisia. Con la sua morte, esce di scena definitivamente uno dei maggiori attori politici dell’Italia pre-euro e protagonista proprio di quella stagione che ci portò ad abbandonare la lira.

Già, fu proprio De Michelis il ministro degli Esteri dell’ultimo governo Andreotti, che nel 1992 firmò per l’Italia il Trattato di Maastricht, ponendo le basi per l’ingresso nell’Eurozona.

Come la Germania fregò l’Italia pure con la lira negli anni Ottanta

Eppure, i socialisti non erano entusiasti dell’euro, tant’è che Roma aveva assicurato all’allora premier britannica Margaret Thatcher che non avrebbe aderito all’unione monetaria. E Londra confidava nella parola data, credendo che senza Italia e Regno Unito, mai e poi mai da sole Germania e Francia avrebbero fatto nascere l’euro. Sappiamo com’è andata. Per certi versi, possiamo applaudire o biasimare De Michelis e gli altri membri di quel governo per averci fatto entrare nell’euro, ma non si trattò di una scelta realmente volontaria e ragionata, quanto percepita come obbligata per evitare che alla nostra economia spettasse di lì a breve un destino assai crudele.

Italia senza alternative credibili

Quando il Trattato di Maastricht venne firmato, l’Italia si trovava sostanzialmente senza alternative credibili, che non fossero la dichiarazione di default o l’annuncio di una vigorosa, quanto rovinosa, ristrutturazione del suo debito pubblico. Nei cinque anni che vanno dal 1988 a quel 1992, infatti, il rapporto debito/pil era lievitato di circa 17 punti a oltre il 105%, ma ciò che è peggio, la spesa per interessi assorbiva ormai mediamente il 10% del pil, rappresentando circa un quinto della spesa pubblica complessiva. Di fatto, il debito pubblico costava mediamente oltre il 10%, quando oggi non va oltre il 3% e incide per meno del 4% del pil.

 L’apice venne toccato nel 1993, quando la spesa per interessi raggiunse il 12,2% del pil, assorbendo un quarto della spesa pubblica.

Era evidente che non si potesse andare avanti così. L’Italia aveva fatto fin troppo la cicala negli anni Ottanta e lo sapevano proprio socialisti e democristiani, che in quel decennio aveva governato insieme, attorniati dai cespugli repubblicani, liberali e socialdemocratici tramite quella formula nota come “pentapartito”, che non può certo essere cestinata solamente come un male per l’Italia, ma che tanti danni alla nostra economia avrebbe provocato nei decenni successivi e che ancora oggi stiamo pagando (e chissà per quanti decenni ancora!).

Perché la ristrutturazione del debito pubblico tramite la BCE resta l’unica soluzione per l’Italia

Il confronto con l’Europa e oggi

Rispetto al resto di quella che sarebbe diventata l’Eurozona, il governo italiano arrivò al pareggio primario, ossia al netto degli interessi sul debito, con 6 anni di ritardo. Solo nel 1991, infatti, la spesa pubblica primaria venne coperta integralmente dalle entrate e solo dall’anno seguente si registrò un avanzo primario, caratteristica quest’ultima che ci avrebbe contraddistinto positivamente fino ai giorni d’oggi. Ma per tutti gli anni Ottanta, la media del disavanzo primario era stata del 3,5% del pil, contribuendo ad esitare un deficit medio di quasi il 10,5%. Per contro, l’Eurozona era stata molto più prudente, registrando un disavanzo primario medio nel periodo prossimo allo zero (0,2%) e un saldo complessivo del 4%.

In altre parole, la spesa per interessi nel resto dell’Eurozona era stata negli anni Ottanta mediamente del 3,7-3,8% del pil, una percentuale del tutto assorbibile e compatibile con una finanza pubblica sostenibile. Dunque, ciò che per gli altri stati fu una libera scelta, per noi divenne un’ancora di salvezza per sperare che la maggiore credibilità di una moneta in comune con economie come Germania e Francia ci consentisse di abbattere la spesa per interessi e di rifinanziarci sui mercati a costi inferiori, potendo tagliare l’enorme rapporto debito/pil, arrivato al triplo della media delle altre principali economie europee.

E così fu, se già finivamo gli anni Novanta con una spesa per interessi al 6,4% del pil, praticamente dimezzata rispetto a soli 6 anni prima, mentre nel 2001, prima che l’euro entrasse fisicamente nelle nostre tasche, scendevamo al 6%, ragione per cui poco prima che scoppiasse la crisi finanziaria mondiale nel 2008, il rapporto debito/pil italiano risultava sceso sotto il 104%, circa 17 punti in meno rispetto all’apice di 13 anni prima. Nel 2018, grazie all’accomodamento monetario estremo della BCE, l’Italia ha potuto sgonfiare la propria rata degli interessi ad appena il 3,7% del pil, qualcosa come 65 miliardi. Se avessimo dovuto pagare la stessa percentuale record del ’93, avremmo speso quasi 244 miliardi, ben 180 in più, pari al 10% del pil. Numeri da default conclamato, che avrebbero richiesto una cura di austerità fiscale da cavallo o anni di inflazione galoppante per l’economia italiana a tutto discapito del potere di acquisto delle famiglie, nonché una certa ristrutturazione del debito. Sovrani sì, ma depressi. Serve riempire di contenuti più autorevoli e specifici il concetto di “sovranismo” per essere credibili.

La spesa pubblica italiana ha corso anche con l’euro, sprecando il crollo degli interessi sul debito

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