Elezioni e crisi economica: siamo sicuri che qualcuno voglia vincere?

Siamo sicuri che centro-destra, PD e Movimento 5 Stelle una nuova legge elettorale la vogliano? E se puntassero a non vincere per non affrontare la crisi economica temuta?

di Giuseppe Timpone, pubblicato il
Siamo sicuri che centro-destra, PD e Movimento 5 Stelle una nuova legge elettorale la vogliano? E se puntassero a non vincere per non affrontare la crisi economica temuta?

Tra il PD di Matteo Renzi e Forza Italia di Silvio Berlusconi è muro contro muro sulla legge elettorale. Il primo ha proposto un sistema alla tedesca corretto, ovvero l’assegnazione del 50% dei seggi con il proporzionale e sbarramento al 5%, mentre il restante 50% verrebbe assegnato con i collegi uninominali. “No” secco degli azzurri dell’ex premier, che ribadiscono di essere interessati a una legge di tipo proporzionale e senza correzioni maggioritarie, in modo che vi sia perfetta rappresentanza tra consensi e Parlamento. Berlusconi vorrebbe un nuovo Italicum, senza preferenze e senza maggioritario, eccepiscono dal Nazareno. La posizione di Forza Italia è la stessa da mesi: il sistema politico italiano è diventato ormai tripolare, per cui non si può più votare con una legge maggioritaria, che assegnerebbe la maggioranza parlamentare a un partito o schieramento, che rappresenta appena un terzo del paese.

Senza accordo tra PD e Forza Italia, una nuova legge elettorale appare inverosimile, anche perché dopo le aperture del Movimento 5 Stelle a discutere con Renzi, di passi in avanti non ve ne sono. Gli obiettivi tra i due partiti restano divergenti: i grillini vorrebbero un ripristino sostanziale dell’Italicum, l’unico in grado di portarli al governo senza allearsi con nessuno, mentre il PD vorrebbe un sistema di voto, che assegni quanti più seggi possibili a chi arrivi primo e/o a chi ha volti spendibili sui territori, confidando nella capacità di rimonta da qui alle elezioni. (Leggi anche: Legge elettorale, alla fine si voterà con Italicum corretto)

Rischio ingovernabilità

Il presidente Sergio Mattarella ha da tempo fatto presente che senza armonizzazione delle due leggi elettorali attualmente vigenti l’una per la Camera e l’altra per il Senato, non scioglierebbe il Parlamento per eventuali elezioni anticipate, temendo l’altrimenti quasi certa ingovernabilità. Se lo scontro continuasse per mesi, considerando che a ridosso delle elezioni diventa sempre meno opportuno, oltre che più complicato, legiferare sulla materia, arriveremmo alle urne a fine legislatura senza alcuna riforma di quanto uscito dalla sentenza della Corte Costituzionale.

Irresponsabilità politica, si dirà. E non che questa classe dirigente in Parlamento non si presti alla peggiore delle interpretazioni possibili, ma il dubbio che inizia a serpeggiare è che tutti e tre i principali schieramenti in campo potrebbero essersi accordati implicitamente, senza nemmeno ammetterselo tra di loro, perché al prossimo giro nessuno sia in grado di governare da solo. (Leggi anche: Crisi spread e Italia corre verso il caos)

Crescita economica non arriva, si teme la crisi

Masochismo? Forse il suo contrario. Renzi da un lato, Berlusconi dall’altro (e quel che resta del centro-destra) e Beppe Grillo dall’altro ancora sanno tutti una cosa: il prossimo governo potrebbe diventare il capro espiatorio per quella che appare in potenza come una crisi economico-finanziaria dell’Italia dagli effetti devastanti, arrivando dopo un decennio già di tracollo del pil e di duri sacrifici imposti ai cittadini-utenti-contribuenti.

Le condizioni ideali per rilanciare la crescita nell’ultimo triennio vi sono state tutte, dai bassi tassi d’interesse al cambio debole dell’euro, passando per i prezzi infimi delle materie prime, petrolio in primis. Eppure, nonostante tutto ciò, l’Italia ha segnalato solo un miglioramento della sua bilancia commerciale, il cui saldo nel 2016 è stato positivo di oltre 51 miliardi (3,2% del pil), ma i consumi interni restano al palo e gli investimenti pure. Il pil italiano, come ci ha ricordato ancora ieri l’aggiornamento delle stime macro della Commissione europea, cresce più lentamente di ogni altra economia dell’Eurozona, di una media dell’1% nel triennio 2016-’18. (Leggi anche: Crescita Italia ultima in classifica)

I rischi per l’Italia con la stretta BCE

Quando dall’inizio dell’anno prossimo, la BCE verosimilmente inizierà a tagliare gli acquisti mensili dei bond, realizzati con il “quantitative easing”, in previsione di un rialzo progressivo dei tassi nei mesi successivi, i rendimenti dei nostri BTp saliranno più degli altri titoli di stato, perché il mercato tornerà a prezzare il nostro debito per quello che vale e sconterà sia il suo livello elevato, sia la nostra economia stagnante, rivolgendosi ad alternative meno rischiose e più proficue dei Bund, come i Bonos spagnoli.

Un rialzo dei rendimenti sovrani comporterà per il prossimo governo una riduzione ulteriore dello spazio di manovra sui conti pubblici, perché nuove risorse dovranno essere destinate al servizio sul debito. Sarà un caso che pochi giorni fa il presidente della Consob, Giuseppe Vegas, abbia invitato la politica a prepararsi alla stretta della BCE? Per non parlare dell’aumento della pressione dei mercati per un prosieguo dell’interrotto risanamento dei conti pubblici, quando già da settembre dovremmo decidere se accettare che l’IVA aumenti (e di tanto!) o se disattivare le clausole di salvaguardia con alternative affatto popolari, come il taglio della spesa pubblica e/o l’aumento di altre imposte. (Leggi anche: Furbata di Draghi per non tagliare presto gli stimoli)

Il tornaconto dei partiti

Berlusconi non vorrebbe concludere quella che quasi certamente per ragioni anagrafiche sarebbe la sua ultima legislatura con lui in campo, bruciandosi definitivamente agli occhi degli italiani con un governo costretto a fare ciò che non fu capace o non ebbe intenzione di fare nel 2011. Oltre tutto, le posizioni divergenti in seno al centro-destra tra “sovranisti” (Lega Nord e Fratelli d’Italia) ed euro-tiepidi (Forza Italia) non gli consentirebbero di affrontare compatto una fase burrascosa, come quella che dovrebbe arrivare non tardi.

Lo stesso ragionamento starebbe facendo dall’altra parte il segretario rieletto del PD, che se tornasse a Palazzo Chigi per essere l’esecutore materiale di scelte obbligate e impartite da Bruxelles, porrebbe fine all’istante alla sua carriera politica. Per non parlare dei 5 Stelle, che tutto vorrebbero, tranne che venire accusati dai partiti tradizionali di essere causa della crisi e incapaci di gestirla con quanto promesso in questi anni di dura opposizione al governo del PD.

L’assenza di una maggioranza chiara rimescolerebbe le carte. Il caos politico coinciderebbe con un ritorno probabile dell’economia in recessione e forse la anticiperebbe pure, ma almeno nessuno sarebbe obbligato a metterci la faccia. Si potrebbe optare per governi istituzionali, ovvero guidati da un ennesimo tecnico (Pier Carlo Padoan?), oppure da figure di basso profilo, come quella odierna del premier Paolo Gentiloni. I grillini resterebbero all’opposizione, incassando comodante il dividendo della crisi, mentre PD e parte del centro-destra (Berlusconi) sosterrebbero apertamente l’uno e sottobanco l’altro o viceversa un governo incolore. E’ stato così con Mario Monti nel 2011 e potrebbe esserlo anche al prossimo giro. (Leggi anche: Berlusconi e Renzi tornano a inciuciare, populisti si rallegrino)

 

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Argomenti: Crisi economica Italia, Economia Italia, Politica, Politica italiana