L’edilizia è in ginocchio: il caso Italcementi emblema della crisi

La crisi economica travolge il settore delle costruzioni e di riflesso quello cementifero. La ripresa è sempre più lontana mentre i consumi di cemento scendono ai livelli degli anni Sessanta

di Giuseppe Timpone, pubblicato il
La crisi economica travolge il settore delle costruzioni e di riflesso quello cementifero. La ripresa è sempre più lontana mentre i consumi di cemento scendono ai livelli degli anni Sessanta

L’edilizia italiana è in piena crisi. I dati ufficiali parlano di un crollo dei consumi di cemento del 50% rispetto ai picchi massimi pre-crisi e pare che le previsioni per quest’anno sono per un ulteriore contrazione del 10%. D’altronde, anche i numeri del terzo trimestre del 2012 sembrano chiari e mostrano una riduzione degli investimenti nelle costruzioni intorno all’1,4% a livello congiunturale, mentre l’Agenzia del Territorio parla di un tonfo delle transazioni residenziali del 2,7% sul trimestre precedente, arrivando ai livelli minimi degli ultimi venti anni. L’Istat ha certificato, poi, un calo dell‘indice delle costruzioni del 4,2% su gennaio, in linea con quello messo a segno nel trimestre dicembre-febbraio su base annua, pari al 4,3%. Tra gennaio e febbraio, l’indice delle costruzioni è sceso del 6,3% rispetto al primo bimestre del 2012, lasciando intravedere un allontanamento della ripresa, che peserà molto, stando agli analisti, sul panorama industriale del settore. Su una ventina di produttori di cemento, di cui solo quattro di livello nazionale, pare che potrebbero rimanerne solo la metà, per effetto di fusioni e vere e proprie chiusure di stabilimenti per la crisi.  

Chiusura stabilimenti Italcementi: la dura terapia di Pesenti per affrontare la crisi

Fa notizia Italcementi, che tramite il suo presidente Giampiero Pesenti ha annunciato che chiuderà nei prossimi mesi 9 dei 17 cementifici in Italia, perché i consumi di cemento sarebbero tornati ai livelli di fine anni Sessanta. Se non si vende, spiega affranto Pesenti, non si può produrre e nota come le previsioni siano per una ripresa più lontana nel tempo e che farà tornare, in ogni caso, i livelli produttivi non ai massimi raggiunti prima della crisi. Da qui, il piano di ristrutturazione, il Progetto 2015. Già alla fine del 2012, dei 17 cementifici, uno era stato venduto e due trasformati in centri di macinatura (Italcementi dimezza gli stabilimenti, le obbligazioni salgono). Di fatto, ne sono rimasti 14, di cui 6 saranno rafforzati, 3 diventeranno centri di macinazione e gli altri cinque restano in attesa che il mercato si riprenda. E di questi cinque, nel corso del 2013 ne saranno utilizzati sono due, anche se l’obiettivo di Italcementi è di mantenere le quote di mercato. Sono queste le conclusioni consegnate dal presidente e dal figlio Carlo, amministratore delegato, nella relazione introduttiva ai soci in assemblea di bilancio. Il direttore generale Giovanni Battista Ferrario sostiene che la società intende puntare sulle economie emergenti di Thailandia, India e Marocco per il 2013 e che le attività sembrano essere partite positivamente negli USA. Dichiarazioni, queste ultime, che confermano come lo stato di crisi abbia colpito il settore particolarmente in Italia. I numeri di Italcementi sono eloquenti. Ha chiuso il 2012 con una perdita netta di 362,4 milioni, quando nel 2011 aveva realizzato un utile di 91,2 milioni, anche grazie alla plusvalenza di 107 milioni per la cessione di Set Group. Nonostante ciò, padre e figlio, a capo della società, hanno rassicurato i soci sulla politica di contenimento del debito finanziario netto, pari a 1.998,3 milioni a fine 2012, in calo di 94,8 milioni rispetto a un anno prima. Secondo l’ad, Carlo Pesenti, il cementificio di Rezzato avrà a regime un impatto di 30 milioni sul margine lordo, mentre gli investimenti per l’ammodernamento degli impianti saranno meno di 150 milioni.  

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Argomenti: Economia Italia