L’economia in Iran è al collasso e solo la “pace” con Trump eviterà una crisi totale

La crisi dell'Iran riduce i margini di manovra per l'ayatollah Khameini. Solo un "appeasement" con l'America di Trump può impedire all'economia persiana un 2020 ancora più terribile dell'anno passato.

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La crisi dell'Iran riduce i margini di manovra per l'ayatollah Khameini. Solo un

Le tensioni tra USA e Iran restano altissime, ma si sono allentate dopo il discorso del presidente americano Donald Trump di mercoledì. Il conflitto resta nell’aria, ma appare meno probabile nel Golfo Persico. E per gli oltre 80 milioni di iraniani, si tratta di una buona notizia.

Il 2019 appena trascorso è stato parecchio pesante per loro. L’economia si è contratta di quasi un decimo, raddoppiando il crollo del 2018. Inevitabile con il ritiro degli USA dal Joint Comprehensive Plan Action, l’accordo nucleare di fine 2015 e che aveva consentito dal 2016 all’Iran di tornare sui mercati esteri con il ripristino delle esportazioni di petrolio.

Queste sono crollate dagli oltre 2 milioni di barili al giorno del 2017 a meno di 500.000. L’impatto sulla bilancia commerciale è stato terribile: da un surplus di una ventina di miliardi di dollari, si è arrivati a un deficit nell’ordine della stessa entità. A ciò si è aggiunta la fuga dei capitali, che ha accresciuto la pressione sul cambio fisso del rial contro il dollaro, pari a 42.000, mentre al mercato nero si è arrivati a 140.000.

L’inflazione è esplosa da meno del 10% al 35%, sebbene da mesi sia in calo sotto il 30%. Per lo scorso novembre, nel tentativo di risparmiare petrolio prezioso e di ridurre il disavanzo fiscale, il governo aveva annunciato un maxi-rialzo dei prezzi del carburante tramite il taglio dei sussidi, ma nel paese sono esplose proteste massicce, represse nel sangue dai militari e che hanno provocato almeno 180 vittime. La misura è stata successivamente ritirata. E già dalla fine del 2018 si assiste a una carenza di prodotti importati, tra cui pannolini. Un segno tangibile della penuria di dollari, che ricorda tristemente il Venezuela di Nicolas Maduro di questi anni, con cui la Repubblica Islamica potrebbe finire per condividere anche il disastro dell’iperinflazione.

Repubblica dell’ayatollah a rischio

All’Iran serve come il pane giungere a un accordo con gli USA e, di conseguenza, anche con i nemici giurati nel Medio Oriente: Arabia Saudita e Israele. Di questo passo, o accetta di svalutare il rial, facendolo fluttuare liberamente e subendo gli effetti devastanti di un’inflazione ancora più alta, o si ostina a difendere il “peg”, ma prosciugando le riserve valutarie e tagliando le importazioni, aggravando le condizioni di vita degli iraniani e subendo comunque, per mezzo di una minore offerta, la lievitazione dei prezzi.

In definitiva, l’Iran non può permettersi alcun conflitto con gli USA, né di procrastinare la “proxy war” con i sauditi nel Medio Oriente, specie sui terreni di Yemen e Siria. Il suo protegé, il Libano, si sta avviando verso una china del tutto simile, a causa della grave crisi politica esplosa in autunno e che si è subito trasformata in economica e finanziaria sul timore degli investitori per la tenuta delle già fragili istituzioni nazionali. Per contro, l’Arabia Saudita non solo dispone dell’alleato americano, ma anche di quasi mezzo trilione di dollari di riserve valutarie, è prima potenza esportatrice di petrolio e ha appena incassato 25,6 miliardi dall’IPO di Aramco, la compagnia petrolifera statale. Sarebbe una lotta impari tra le due potenze mussulmane, che evidentemente l’Iran stesso si rende conto di non poter combattere, se non a costo di mettere a rischio la sopravvivenza del suo apparato religioso-istituzionale.

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