L’economia in Germania arretra, ma la sua vera crisi è politica

Pil tedesco in calo nel secondo trimestre. La recessione in Germania diventa sempre più concreta, ma il vero problema di Berlino di questa fase è la sua crisi politica.

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Pil tedesco in calo nel secondo trimestre. La recessione in Germania diventa sempre più concreta, ma il vero problema di Berlino di questa fase è la sua crisi politica.

Il pil in Germania si è contratto dello 0,1% nel secondo trimestre rispetto ai primi 3 mesi dell’anno, mentre su base annua ha registrato una crescita dello 0,4%, quasi dimezzata dal +0,7% del primo trimestre. L’economia tedesca si avvicina così alla recessione “tecnica”, che formalmente scatta quando si assiste a una contrazione congiunturale del pil per due trimestri consecutivi. A tradire la locomotiva d’Europa sono state le esportazioni, conseguenza delle tensioni commerciali tra USA e Cina e della congiuntura internazionale meno favorevole.

Che la Germania si avvii verso la recessione non costituisce motivo di particolare preoccupazione per l’economia tedesca, che dall’uscita dalla crisi del 2008-’09 è cresciuta al ritmo medio annuo del 2%, centrando la piena occupazione e, addirittura, l’avanzo di bilancio sin dal 2014, caso unico quest’ultimo tra le grandi economie della Terra.

La Germania arranca, si prende una pausa dopo anni di crescita non esaltante, ma sufficiente a garantire un aumento del benessere ai suoi concittadini, anche quando tutto attorno traballava. Il vero problema dei tedeschi, però, in questa fase non è la crisi economica, bensì quella politica in corso e apparentemente senza sbocco immediato. Il governo federale si regge sulla coabitazione tra i due schieramenti tradizionali, che tra di loro praticamente nemmeno più si parlano e si tollerano a malapena. Entrambi sono in profonda crisi di consensi, con i conservatori della cancelliera Angela Merkel nettamente sotto il 30%, mentre i socialdemocratici appaiono sulla via dell’estinzione elettorale, scavalcati a sinistra dai Verdi e a destra dagli euro-scettici dell’AfD.

Pareggio di bilancio, addio? No, la Merkel in Germania punta solo a sopravvivere alla sua crisi di leadership

La maggioranza al Bundestag risulta paralizzata da mesi, ma ad essa non esistono alternative, almeno non praticabili. Se si andasse ad elezioni anticipate, infatti, i conservatori rischiano di perdere la cancelleria in favore dei Verdi e nel migliore dei casi dovrebbero allearsi con loro per continuare a governare. I soli liberali come alleati non basterebbero e ad oggi è escluso categoricamente che si possano imbarcare gli uomini dell’AfD.

La paralisi si concretizza nell’assenza di risposte alla crisi, prevista da almeno un anno. Le soluzioni allo studio ci sarebbero. In questi giorni, ad esempio, dal governo trapelano indiscrezioni sulla prossima legge finanziaria, che sarebbe caratterizzata da una minore austerità fiscale.

Germania senza timone

Nel 2018, la Germania ha chiuso con conti pubblici in attivo per l’1,7% del pil. Da quest’anno sono scattati aumenti degli stipendi pubblici dell’8% minimo e tagli alle tasse per una decina di miliardi di euro, ma nulla che prosciughi l’avanzo fiscale. Questo significa che Berlino dispone ancora di ampi margini di manovra sui conti per reagire alla recessione in corso, senza nemmeno trasgredire alla regola del pareggio di bilancio. C’è un problema: come investire queste risorse in eccesso? La Grosse Koalition sarebbe propensa a potenziare gli investimenti pubblici “green”, strizzando così l’occhio al crescente elettorato ambientalista. Ma si tratta di soluzioni non di lungo respiro, che se venissero realmente adottate, risponderebbero più all’esigenza di mostrarsi fattivi, che non di varare azioni lungimiranti per consolidare l’economia.

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Chi guarda alla Germania per scrutare un cambio di rotta sul piano delle politiche fiscali e dell’integrazione nell’Eurozona resterà deluso. Un governo debole e una cancelliera a fine corsa non possono vendere alcunché agli elettori, che contrasti con le loro convinzioni largamente maggioritarie. Al contrario, il rischio per i prossimi mesi, se non anni, sarebbe di un ritorno ai primi anni Duemila, quando Berlino sparì dal palcoscenico internazionale per concentrarsi sui suoi problemi interni, di fatto abdicando al suo ruolo di leader d’Europa e rafforzando i poteri dell’euro-crazia. Con l’aggravante che a Bruxelles i tedeschi hanno mandato la loro Ursula von der Leyen, priva di esperienza, carisma e apparentemente anche di capacità di tenere assieme un continente diviso su troppe tematiche.

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