L’economia dei ‘riccioli d’oro’ prosegue e forse l’euro va un po’ shortato

Inflazione sotto le attese in Germania e in calo a gennaio rispetto a dicembre. L'assenza di crescita dei prezzi nell'Eurozona depone in favore di bassi rendimenti e di un euro non forte.

di Giuseppe Timpone, pubblicato il
Inflazione sotto le attese in Germania e in calo a gennaio rispetto a dicembre. L'assenza di crescita dei prezzi nell'Eurozona depone in favore di bassi rendimenti e di un euro non forte.

L’inflazione in Germania è scesa a gennaio all’1,4% annuo dall’1,6% di dicembre, contrariando al ribasso le attese degli analisti, che erano per un dato invariato. E su base mensile, i prezzi al consumo nella prima economia dell’Eurozona risultano scesi dell’1%, oltre il -0,7% atteso. La stima preliminare di Berlino accentua il dilemma della BCE, che proprio nelle scorse ore ha fatto trapelare l’intenzione di porre fine gradualmente al “quantitative easing” dal dicembre prossimo, azzerando del tutto gli acquisti di assets dai 30 miliardi attuali entro dicembre. L’istituto retto da Mario Draghi non è ancora certo se, pur in presenza del più alto tasso di crescita dell’economia nell’area, sia arrivato il tempo di uscire dalla lunga fase di accomodamento monetario.

Secondo la stima preliminare dell’Eurostat, il pil nell’unione monetaria sarebbe cresciuto dello 0,6% nell’ultimo trimestre del 2017, portando al +2,5% il tasso dell’intero anno, il maggiore dal 2007, quando si ebbe una crescita del 3%. Nonostante ciò, l’inflazione resta sotto il target e nemmeno il rincaro del petrolio degli ultimi mesi sembra accelerarne la ripresa, contrastata dal contestuale rafforzamento dell’euro, che lo scorso anno ha guadagnato più del 14% contro il dollaro, apprezzandosi di un altro 3% a gennaio.

E’ la “goldilocks economy”, letteralmente economia dei riccioli d’oro, che indica una condizione di crescita del pil senza inflazione, ovvero uno stato solo apparentemente benefico per famiglie e imprese. Stando così le cose e in assenza di un ulteriore rinvigorimento delle quotazioni del petrolio, oggi sotto i 69 dollari al barile per il Brent, difficile che il cambio euro-dollaro possa continuare ad apprezzarsi, anche perché in un ambiente di già bassa inflazione, la BCE interverrebbe verbalmente per segnalare la propria tendenza accomodante e cercare di impedire che la moneta unica si rafforzi eccessivamente, allontanando il raggiungimento del target d’inflazione. (Leggi anche: Goldilocks economy, ripresa senza slancio)

Rendimenti restano bassi

Gli stessi rendimenti sovrani nell’area non sembrano captare aspettative d’inflazione rialziste, riflettendo anche un miglioramento del sentimento del mercato per la tenuta dell’Eurozona, come suggerirebbe anche il Sentix Euro Break-Up Index, che ha trovato a gennaio la percentuale più bassa di paura tra i managers per la fine dell’area da quando la rilevazione è iniziata nel 2012, scesa al 6,9% dall’apice del 73% registrato nel luglio 2012. Gli spread sono rientrati sostanzialmente ai livelli pre-2011, con i decennali italiani, portoghesi e spagnoli a rendere rispettivamente oggi 134, 73 e 106 punti base in più rispetto agli omologhi tedeschi e tutti, in ogni caso, ben al di sotto del 2,7% dei Treasuries decennali. Al netto dell’inflazione, i rendimenti nell’area si mostrano appena positivi o decisamente negativi, come nel caso della Germania.

Ma non c’è corsa a vendere bond, perché la BCE non sembra avere fretta di alzare i tassi (il primo aumento, a questo punto, potrebbe arrivare tra non meno di 18 mesi da ora) e l’inflazione continua a restare più vicina all’1% che al target di poco inferiore al 2%. Domani, avremo la conferma con il dato di tutta l’Eurozona. E il cambio euro-dollaro potrebbe arretrare, una volta che la divisa americana avrà arrestato i ribassi contro le altre valute. (Leggi anche: Cambio euro-dollaro, perché una discesa è possibile)

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Argomenti: Bce, Cambio euro-dollaro, Crisi Eurozona, Economia Europa, Inflazione, stimoli monetari