Le voci sui tagli alle pensioni confermano l’arrivo di una manovra correttiva

Le voci di un taglio delle pensioni di reversibilità confermano che al governo servono diversi miliardi da reperire con una manovra correttiva.

di , pubblicato il
Le voci di un taglio delle pensioni di reversibilità confermano che al governo servono diversi miliardi da reperire con una manovra correttiva.

E’ dovuto intervenire ieri il ministro del Lavoro, Giuliano Poletti, per cercare di spegnere le polemiche esplose sui presunti tagli, che il governo Renzi si accingerebbe a varare per le pensioni di reversibilità, definendo le voci “destituite di qualsiasi fondamento”. Eppure, la notizia non era campata in aria, ma usciva fuori da un ragionamento emerso lo scorso giovedì al Consiglio dei ministri, segno evidente che l’esecutivo sarebbe a caccia di soldi per fare quadrare i conti pubblici, che complice la ripresa più lenta delle attese, potrebbero quest’anno riservare qualche cattiva sorpresa, rendendo necessaria una manovra correttiva.

Crescita pil Italia inferiore a stime

Partiamo da un dato: nel 2015, la crescita del pil è stata di appena lo 0,7%, stando alle stime preliminari dell’Istat, meno dello 0,9% previsto dal governo. Tenendo conto anche del fatto che nell’anno vi sono stati 3 giorni lavorativi in più rispetto al 2014, la crescita economica si sarebbe fermata sostanzialmente a un pallido +0,6%, pur sempre meglio del -0,4% registrato l’anno prima o del -1,9% del 2013 e del -2,4% del 2012, ma la ripresa non solo è tiepida, ma mostra qualche segnale preoccupante di rallentamento. Le cose potrebbero mettersi peggio del previsto quest’anno, quando il governo ha stimato nel Def un’inflazione dell’1% e una crescita del pil dell’1,6%. Alzi la mano chi crede che sia centrato anche solo uno di questi obiettivi. E’ assai probabile che la crescita dei prezzi si fermi sotto il mezzo punto percentuale e quella del pil sotto l’1%. Insieme, fanno una minore crescita nominale di circa l’1%. E vi avevamo avvertiti che questi numeri lascerebbero intravedere, al netto dell’esito della valutazione della legge di stabilità da parte della Commissione europea, un maggiore disavanzo fiscale di circa 6 miliardi, pari allo 0,4% del pil.

Niente più flessibilità all’Italia

Poco fa è arrivata una conferma indiretta della linea dura di Bruxelles, quando il commissario agli Affari monetari, Pierre Moscovici, ha spiegato che non tutti potranno far leva sui conti pubblici per sostenere la crescita. Tradotto: l’Italia non può richiedere ulteriore flessibilità, quando ha già un debito pubblico al 133% del pil e che deve essere stabilizzato, rischiando altrimenti di salire al di sopra della soglia considerata di non ritorno, quella pericolosa del 140%, oltre la quale gli stati vanno a gambe per aria. Le pensioni di reversibilità rappresentano una spesa di 41 miliardi per l’Inps, distribuita a 4,3 milioni di superstiti, la stragrande maggioranza vedovi e vedove. In media, fanno un assegno mensile di 733 euro per 13 mensilità. L’ipotesi allo studio del governo (ma smentita dallo stesso) consiste nel legare l’importo erogato alle condizioni economiche del nucleo superstite. Superata una determinata soglia di reddito Isee, si ragionerebbe, non si avrebbe più diritto all’assegno.        

Nessuno scandalo, ma conferma di manovra correttiva

Va detto, che se la soglia individuata fosse ragionevolmente alta, quella del governo non sarebbe affatto una misura sbagliata sotto il profilo sia dell’equità che del reperimento di risorse necessarie per contenere il deficit. Anzi, andrebbe proprio nella direzione di rendere più sostenibile e accettabile il sistema previdenziale in Italia. Un terzo degli aventi diritto vive con il solo assegno di reversibilità, mentre il 67,5% lo cumula con altre prestazioni previdenziali o redditi di altra natura. Buon senso vorrebbe, quindi, che l’eventuale taglio si concentrasse su questi ultimi. Quanto potrebbe essere racimolato dipende dall’entità dell’intervento. Se si avesse, ad esempio, un taglio orizzontale del 10% su tutte le pensioni di reversibilità, si spenderebbero oltre 4 miliardi in meno ogni anno.

Si allontana flessibilità in uscita

  Aldilà della smentita, ciò che emerge dal dibattito scatenato sui nuovi tagli è che si allontana la revisione della riforma, promessa dal premier Renzi lo scorso anno e che avrebbe dovuto portare entro il 2015 al varo di norme più flessibili per l’uscita dal lavoro, in modo da dare risposte all’ampia platea di over 60, che con la riforma Fornero del 2011 sono rimaste intrappolate nella gabbia della disoccupazione, non avendo maturato i requisiti anagrafici e contributi per andare in pensione, ma essendo considerati ormai troppo avanti con l’età per lavorare.

La revisione sarebbe dovuta avvenire in queste settimane, ma adesso scopriamo che non solo non si parla di questo, ma che sulle pensioni sarebbero possibili nuovi tagli. Un terreno molto scivoloso per il governo Renzi, che si gioca su di esso parte del proprio consenso. Eppure, i numeri sono numeri e quando avvertivamo che servirà una manovra correttiva, spiace dire che siamo stati facili profeti.

Argomenti: , ,