Lo Zimbabwe ringrazia gli emigranti per la sua sopravvivenza

Le rimesse degli emigranti costituiscono la principale voce del pil dello Zimbabwe, la cui economia è al collasso e dove la disoccupazione ufficiale è al 95%.

di , pubblicato il
Le rimesse degli emigranti costituiscono la principale voce del pil dello Zimbabwe, la cui economia è al collasso e dove la disoccupazione ufficiale è al 95%.

Gli oltre 3 milioni di emigranti su un totale di 13 milioni di popolazione, che negli ultimi 15 anni hanno lasciare lo Zimbabwe per cercare una vita migliore altrove, invieranno quest’anno a casa 2 miliardi di dollari, diventando così la prima voce del pil del paese, rappresentandone il 13% e superando anche gli aiuti umanitari, che con 1,85 miliardi scendono al secondo posto. E così, un quarto della ricchezza annualmente prodotta nello stato dell’Africa sub-sahariana deriva da fonti esterne.

Le rimesse degli emigranti sono in crescita dallo scorso anno, quando si attestarono a 1,8 miliardi. Tra il 2009 e il 2014, calcola la Reserve Bank of Zimbabwe, sono stati spediti dall’estero ben 3,5 miliardi, senza contare le rimesse informali, quelle realizzate in nero. Il calo delle commissioni applicate sui pagamenti e il boom di smartphone e tablet, grazie alla maggiore diffusione di internet, stanno incentivando il trasferimento di denaro con transazioni elettroniche, pur restando queste gravate da costi prossimi al 10%, un quarto in più della media mondiale. Lo Zimbabwe è guidato dal presidente Robert Mugabe, 91 anni, sin dal 1980. L’economia del paese è al collasso dalla fine degli anni Novanta, quando Mugabe espropriò la popolazione bianca, in quanto erede dei trascorsi coloniali britannici, delle terre, redistribuendole ai cittadini di pelle nera. La produzione, specie di tabacco, crollò e per pagare i debiti, lo stato si mise a stampare moneta, facendo schizzare l’inflazione nel 2008 al 76 miliardi percento. Il flagello spinse la banca centrale a ritirare il dollaro locale, rimpiazzandolo con un basket di valute, tra cui il dollaro USA e il rand sudafricano e la Reserve Bank of Zimbabwe ha segnalato la propria indisponibilità a reintrodurre il dollaro locale. Ma i prezzi al consumo scendono ormai ininterrottamente dal marzo dello scorso anno. In sostanza, lo Zimbabwe è passato dall’iperinflazione alla deflazione. L’economia non si è affatto ripresa dalla crisi, visto che gli impianti delle imprese lavorano solamente al 34% della loro capacità. Normale che il tasso di disoccupazione sia alla stratosferica percentuale del 95%, dato che appena 700 mila persone dispongono di un lavoro formale, tra i quali devono essere considerati i dipendenti pubblici, che divorano l’83% delle entrate statali.
La scarsa fiducia di cui godono le istituzioni locali e la chiusura delle frontiere commerciali e finanziarie del paese allontanano gli investimenti stranieri, tanto che le imprese sono in fuga. Lo stato sub-sahariano si trova quest’anno alla 171-esima posizione su 189 paesi per facilità nel fare business, secondo la classifica annuale della Banca Mondiale.  

Condividi su
flipboard icon
Seguici su
flipboard icon
Argomenti: ,