Le regole sul deficit cambieranno in meglio, ma per l’Italia non ci sarà sollievo

Sul deficit ci saranno regole più morbide e sensate, ma senza alcun beneficio concreto per l'Italia, che già oggi risulterebbe "virtuosa" sul fronte della spesa. Il problema resta l'elevato stock del debito pubblico, in continua crescita sul pil.

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Sul deficit ci saranno regole più morbide e sensate, ma senza alcun beneficio concreto per l'Italia, che già oggi risulterebbe

Sentire un “falco” come il vice-presidente della Commissione europea, Valdis Dombroskis, invocare flessibilità fiscale e un cambio delle regole per consentire ai paesi che non rispettano i limiti sul deficit o sul debito pubblico di “reagire a situazioni di rallentamento economico” sorprende non poco, eppure s’inserisce nel nuovo “leitmotiv” di Bruxelles di questi mesi, tutto all’insegna della revisione delle regole del gioco, pur senza colpi di testa.

A settembre, l’European Fiscal Board aveva suggerito ai commissari di abbandonare il cosiddetto “deficit strutturale” in favore di altri criteri più semplici da seguire, come il tetto alla crescita della spesa pubblica rispetto alla crescita nominale del pil.

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Per l’Italia, buone notizie. Il deficit strutturale è un concetto astratto, che tiene conto sia delle misure una tantum adottate dai governi e che incidono transitoriamente sul fronte della spesa e/o delle entrate, sia – e qui viene il difficile – della congiuntura, per cui nelle fasi economiche avverse si hanno occhi più teneri e in quelle favorevoli ci si mostra più rigidi con gli stati. Il problema per noi è stato, negli ultimi anni, il calcolo dell'”output gap”, cioè la differenza tra pil effettivo e quello potenziale, con quest’ultimo ad essere stimato dalla Commissione sostanzialmente in linea con il primo, come se l’Italia, pur crescendo poco e niente, non potrebbe fare di meglio. Ne è conseguita una rigidità nell’applicazione delle regole fiscali, che nei fatti si è tradotta in un atteggiamento di Bruxelles più puntiglioso verso Roma rispetto ad altri partner come Francia e Spagna.

Il fatto, spiegano alcuni analisti, è che quando un’economia cresce poco a lungo, il suo tasso di crescita effettivamente tende a conformarsi al ribasso, per cui il potenziale si sgonfia fino a toccare i livelli effettivi. Un bene se la nuova Commissione che sta per insediarsi elimini una regola in sé non scientifica per un qualche criterio facilmente osservabile come la spesa pubblica.

Attenzione, però, a pensare che questo libererebbe risorse in favore dell’economia italiana. Nel quadriennio 2014-2018, la spesa pubblica italiana è cresciuta del 3,4%, il pil nominale dell’8,3%. In teoria, siamo stati molto virtuosi, nel senso che siamo riusciti a tenere a freno le uscite, stabilizzando il rapporto deficit/pil sotto il 3%.

Il debito pubblico deve scendere rispetto al pil

Eppure, il debito pubblico non è sceso, anzi è salito di circa mezzo punto al 132,2% del pil nel 2018 rispetto al 2014, anno in cui l’Italia è uscita finalmente da una recessione lunga 3 anni. Ciò è dovuto non tanto a un eccesso di spesa, quanto a un’assenza di crescita e d’inflazione. Il numeratore continua a crescere più velocemente del denominatore e fintanto che ciò accade, non c’è modo di ridurre il rapporto debito/pil. Da quando il premier Conte è entrato a Palazzo Chigi e fino al 31 luglio scorso, il debito pubblico italiano è aumentato di 82,5 miliardi di euro, anche se al netto delle aumentate disponibilità liquide del Tesoro, il dato effettivo sarebbe di +45,3 miliardi, pari a 106,3 milioni al giorno e a un aumento percentuale nel periodo dell’1,95%.

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Il fatto è che nel 2018, il pil nominale in Italia risulta cresciuto di appena il 2% e al mese di settembre di quets’anno nettamente inferiore all’1%. Cambieranno verosimilmente le regole, ma per l’Italia non ci sarà alcun miglioramento in termini di “flessibilità” dei conti pubblici, semplicemente perché, quale che sia il parametro utilizzato, il nostro debito continua a mostrarsi alla lunga insostenibile, in quanto l’economia è ferma, non da poco tempo. E i commissari chiuderanno, come sempre capita, entrambi gli occhi sulle virgole, non sulla direzione. Nessuno pensi che basterà limitare la crescita della spesa ai ritmi degli ultimi anni per stare a posto con i numeri, se questo non pone alcun freno alla salita del rapporto debito/pil.

E nessuno osi pensare che lo scorporo degli investimenti pubblici – magari “green, come piacciono tanto di questi tempi – sia uno strumento a cui l’Italia può ricorrere a piene mani, perché poco importa quale sia il deficit-limite per Bruxelles, all’Italia non può venir concesso di aumentare lo stock di debito, a fronte di un pil fermo, quand’anche dovesse un po’ accelerare il passo per via dell’allentamento fiscale.

I mercati finanziari non ci consentono grossi margini di manovra, sebbene siano disposti anch’essi a chiudere un occhio con un clima di accordo tra Roma e Bruxelles. Non appigliamoci ai numeri come un ubriaco al palo della luce, perché la sostanza rimane la stessa: in Italia crescono solo i debiti, di poco, ma pur sempre più celermente di qualsiasi altra cosa. E questo non è sostenibile in eterno.

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